Gli rigettano le istanze, muore nel carcere di Gazzi dopo 60 giorni di sciopero della fame

Dopo 60 giorni di sciopero della fame, Carmelo Caminiti, detenuto nel carcere di Gazzi a Messina, è finito in coma e ieri notte ha esalato l’ultimo respiro. Le sue condizioni di salute erano già gravi, tanto da aver chiesto gli arresti domiciliari ma si è visto respingere l’istanza. Una vicenda riportata sulle pagine de Il Dubbio grazie alla denuncia portata avanti dall’associazione Yairaiha Onlus. La gip ha concesso i domiciliari ospedalieri il giorno stesso che è uscito l’articolo, ma è stato troppo tardi.

A darne notizia del decesso è la sorella. «Sequestrando la salma – racconta drammaticamente la famigliare a Sandra Berardi, presidente dell’associazione – e sicuramente volendo fare l’autopsia credo che sia scontato il fatto che vogliano verificare quello che non hanno fatto prima: lasciare un uomo alla deriva, indurlo e accompagnarlo alla morte come un agnello al macello». Poi aggiunge: «Nel 2020 non si lascia un uomo a digiuno per 60 giorni incuranti che tali decisioni erano dettati da uno stato di depressione e mala salute».

Carmelo Caminiti è stato un detenuto in attesa di giudizio nella casa circondariale di Messina. Come racconta l’associazione Yairaiha, viene arrestato dalla procura di Firenze a novembre 2017. A maggio del 2018 gli vengono concessi gli arresti domiciliari per varie patologie (tra cui diabete, stenosi, canali atrofizzati e altre) per le quali gli è già stata riconosciuta invalidità civile; a novembre del 2018 viene arrestato nuovamente dalla procura di Reggio Calabria. L’ 11 marzo 2019 gli arriva un mandato di cattura dalla procura di Brescia con le stesse accuse di Firenze. Viene infine trasferito al carcere di Messina al centro clinico. Durante l’emergenza Covid 19 gli avvocati presentano istanza in quanto soggetto a rischio. I tribunali di Firenze e Reggio Calabria, vedendo la relazione medica del dirigente sanitario del carcere di Messina riconoscono l’incompatibilità carceraria, ma il gip di Brescia – pur riconoscendo le sue gravi patologie – rigetta l’istanza, non concede gli arresti essendo un “soggetto pericoloso” ai sensi dell’articolo 7, ovvero l’aggravante del metodo mafioso.

A dirlo è l’avvocato difensore Italo Palmara, che commenta la vicenda del suo assistito. «Nello stesso momento in cui il Tribunale di Reggio Calabria e quello di Firenze hanno giudicato in due differenti procedimenti il mio assistito incompatibile col regime carcerario per gravi motivi di salute – spiega l’avvocato-, in un terzo procedimento il Tribunale di Brescia, inspiegabilmente e a fronte della medesima documentazione medica, lo ha ritenuto compatibile col regime carcerario ed ha rigettato ogni mia richiesta di scarcerazione».

La situazione però si aggrava. I legali fanno ulteriori istanze per la concessione dei domiciliari.

Il 23 giugno Carmelo Caminiti è condannato in primo grado a 12 anni nella vicenda del rogo ndranghetista dei tir a Seriate, avvenuto nella notte del 6 dicembre 2015. Pochi giorni dopo la sentenza, nella sua cella del carcere di Messina, inizia uno sciopero della fame di due mesi che l’ha portato prima al coma, l’11 agosto, e poi, nella notte tra domenica e lunedì, alla morte nel reparto di terapia intensiva del Policlinico Martino dove era stato trasferito a fine agosto.

Secondo quanto ricostruito dalle indagini coordinate dal pubblico ministero di Bergamo Emanuele Marchisio e dalla collega Claudia Moregola della Procura Distrettuale antimafia di Brescia, alla base dell’incendio c’era un’estorsione di stampo ‘ndranghetista.

Da una traccia di sangue rinvenuta sulla tanica di benzina usata per l’incendio e dalle celle telefoniche, gli investigatori avevano ricostruito chi aveva mandato in fiamme una quindicina di automezzi della Ppb Trasporti, l’azienda di Seriate che si occupa di trasporto di prodotti ortofrutticoli e chi avrebbe commissionato quell’incendio: Giuseppe Papaleo, 50 anni, con una società nello stesso settore, la Mabero di Bolgare. Lo avrebbe fatto per colpire il rivale Antonio Settembrini, 55enne di Grassobbio, titolare della Ppb, parte offesa ma pure imputato in abbreviato a Brescia, perché dopo quell’episodio avrebbe arruolato il pluripregiudicato calabrese Carmelo Caminiti per vendicarsi.

Una ricostruzione che ha retto nel corso del processo di primo grado di Brescia, chiuso con una lunga serie di condanne per i tanti coinvolti in questa intricata vicenda.

Un’altra istanza urgente. 

L’avvocato presenta quindi un’altra istanza urgente, ricordando il rigetto delle istanze precedenti nonostante le documentate gravissime patologie che già presentava il detenuto. Ha ricordato come il Gip, motivando il mancato accoglimento dei domiciliari, scrisse che «il pericolo per la salute del detenuto in relazione all’emergenza sanitaria in atto è evocato solo in termini astratti». L’avvocato Palmara del foro di Reggio Calabria, nell’istanza, ha anche fatto presente di aver conferito con la dottoressa, la quale ha definito la situazione «gravemente compromessa». Alla fine, come detto, il giorno stesso che è uscito l’articolo, ovvero il 21 agosto scorso, arriva la concessione degli arresti domiciliari. Ma due settimane, Caminiti muore.

In merito alla morte, l’avvocato commenta duramente: «Chi si è reso responsabile di tutto ciò dovrà rispondere giudizialmente del suo operato. Anche se, purtroppo, a giudicarlo sarà qualche suo collega e dunque non nutro grosse speranze che i familiari possano finalmente ottenere giustizia, perché, come si dice, “lupo non mangia lupo”».

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