Bruno Caccia, archiviata la posizione di Saro Cattafi. Cade l’ultima pista sui mandanti

9 Ottobre 2020 Inchieste/Giudiziaria

Era la pista originaria e complementare a quella finora emersa che “relega” l’omicidio del procuratore capo di Torino Bruno Caccia – assassinato il 26 giugno del 1983 – a un puro fatto di mafia. Ed è caduta – forse definitivamente – ieri quando il gip di Milano Stefania Pepe ha deciso che l’inchiesta su Rosario Pio Cattafi e Demetrio Latella, indagati dal 2 luglio 2015 per l’uccisione del magistrato, debba essere archiviata. E con essa le accuse di omicidio in concorso per entrambi.

Finisce così in un vicolo cieco la pista che legava l’uccisione di Caccia alla corposa attività dell’ufficio giudiziario da lui diretto sui casinò italiani in testa quello di Saint Vincent in cui – secondo le ipotesi investigative – la mafia siciliana e calabrese riciclavano enormi flussi di denaro sporco acquisiti con i riscatti dei sequestri di persona. I boss Cattafi e Latella erano stati indagati dopo un articolato esposto presentato dai familiari del procuratore assistiti dal legale Fabio Repici. Al di là delle singole – e presunte – responsabilità, il tentativo legittimo era quello di ampliare il raggio dei mandanti di quel delitto e di trovare un movente che andasse oltre quello corroborato agli atti delle inchieste fin lì maturate e cioè l’atavica intolleranza dei boss calabresi verso Caccia «col quale non si poteva parlare». E a guardare il quadro generale dei fatti emersi in più di trent’anni, era anche lineare pensarlo viste le aderenze che il mondo dei boss Belfiore aveva con pezzi delle istituzioni (anche della giustizia) dell’epoca.

Adesso il gip di Milano spiega che la ricostruzione del legale della famiglia Caccia «non appare supportata da concreti elementi di prova. Assai labili sono gli inizi emersi a carico di Cattafi e Latella». Restano comunque enormi buchi in questa storia passata alle cronache come un delitto di serie B. Complicato appare soprattutto pensare che la ‘ndrangheta, senza alcuna regia esterna o coincidente abbia deciso di uccidere il procuratore Caccia per esclusivi interessi propri e cioè contrastare le indagini che il magistrato conduceva. Mandanti ed esecutori materiali non sono stati individuati. Sia Rocco Schirripa che Domenico Belfiore – gli unici condannati in via definitiva per quel delitto – non sono stati inquadrati come coloro che materialmente spararono al procuratore. Resta dunque – quantomeno – un debito storico di verità. Il legale dei Caccia, Fabio Repici, commenta: «Questo provvedimento è sostanzialmente la riproposizione della richiesta di archiviazione fatta dal pubblico ministero Marcello Tatangelo. Ci eravamo opposti chiedendo nuove indagini, dal provvedimento non si comprende quali siano state. Si dà conto solo di un esito infruttuoso. Su Cattafi e Latella non sono mai state attivate intercettazioni telefoniche, pedinamenti eppure erano stati indagati per omicidio».

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