Processo Shalabayeva: Cinque anni per l’ex capo della squadra mobile di Roma, Renato Cortese, e per l’allora capo dell’ufficio immigrazione, Maurizio Improta

14 Ottobre 2020 Inchieste/Giudiziaria

Cinque anni per l’ex capo della squadra mobile di Roma, Renato Cortese, e per l’allora responsabile dell’ufficio immigrazione della questura capitolina, Maurizio Improta, per quella presunta “extraordinary rendition” che sette anni fa sarebbe passata sopra diritti umani e procedure per caricare su un aereo e rispedire in tutta fretta al paese d’origine Alma Shalabayeva, moglie del controverso dissidente kazako, Mukhtar Ablyazov, assieme alla figlioletta di sei anni.

Il terzo collegio del tribunale penale di Perugia, presieduto dal giudice Giuseppe Narducci, ha condannato tutti gli imputati, considerati parte nella vicenda che culminò con un’espulsione di cui si è discusso per anni e che la Cassazione dichiarerà poi illegittima.

Come per Cortese e Improtaora rispettivamente questore di Palermo e capo della Polizia ferroviaria – presenti in aula per assistere alla lettura del dispositivo, l’imputazione per sequestro di persona commesso da pubblico ufficiale ai danni della Shalabayeva e della figlioletta, oltre che per diversi episodi di falso contestati a vario titolo, ha determinato una condanna a cinque anni anche per l’allora commissario capo Francesco Stampacchia e per Luca Armeni, all’epoca dei fatti dirigente della sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Roma, mentre i funzionari Vincenzo Tramma Stefano Leoni, sono stati condannati rispettivamente a quattro anni e a tre anni e sei mesi di reclusione.

Condannata per falso ideologico a due anni e sei mesi anche all’allora giudice di pace Stefania Lavore, il cui ingresso nelle indagini comportò il trasferimento del procedimento da Roma a Perugia.

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