Era ‘socio occulto di Bonaffini’. Un anno e otto mesi al maresciallo Bonavolontà

10 Novembre 2020 Inchieste/Giudiziaria

Si è chiusa con una condanna a un anno e 8 mesi di reclusione (pena sospesa) in abbreviato, davanti al gup Fabio Pagana, e la contestuale scarcerazione dai domiciliari, l'udienza preliminare celebrata ieri per l'inchiesta sul maresciallo dei carabinieri 51enne Salvatore Bonavolontà, ritenuto “socio occulto” dei Bonaffini e finito agli arresti domiciliari ad agosto dopo le indagini della Direzione distrettuale antimafia. Con il militare erano imputati Antonino Bonaffini “Ninetta” e il figlio Filippo Bonaffini, rinviati a giudizio davanti alla prima sezione penale del tribunale. I tre sono stati assistiti dagli avvocati Salvatore Silvestro e Giuseppe Donato.

I tre sono ritenuti responsabili, in concorso tra loro, del reato di trasferimento fraudolento di valori. Le indagini sulla vicenda sono state condotte dal Nucleo investigativo del Reparto operativo di Messina, su delega della Procura Distrettuale e coordinate dal procuratore aggiunto Vito Di Giorgio, e prendono spunto da fatti accaduti due anni fa.

"PERVICACIA E SPREGIUDICATEZZA DEGLI INDAGATI".

Antonino ('Ninetta') Bonaffini e Salvatore Bonavolontà nell'agosto scorso erano stati associati agli arresti domiciliari (col divieto di comunicare, in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo, con soggetti diversi da quelli che con loro coabitano) mentre a Filippo Bonaffini era stata applicata la misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. 

Nel motivare le esigenze cautelari concesse soltanto per il 'trasferimento fraudolento', il gip Valeria Curatolo scrive: "... gli stessi, sono connotati da palmare gravità e denotano in maniera evidente la pervicacia e la spregiudicatezza degli indagati nel portare a compimento la condotta delittuosa, oltre che la loro capacità organizzativa e la loro propensione a violare la legge penale". In particolare Bonaffini, "dall'allarmante personalità nonché dai gravissimi carichi pendenti"... "non si è fatto alcuno scrupolo nello strumentalizzare le persone a lui più vicine, scelte tra i più stretti congiunti e amici, al fine di perseguire i suoi scopi elusivi".

Analoghe considerazioni del gip valgono per Salvatore Bonavolontà, "il quale - in totale spregio non solo delle prescrizioni della legge, ma anche dei doveri connessi alla funzione ricoperta - ha assunto un ruolo cruciale già nella fase ideativa, apportando il proprio determinante contributo per consentire al coindagato di realizzare il proprio disegno elusivo, coadiuvandolo, di seguito, nella gestione dell'affare programmato e, dunque, nella protrazione degli effetti della attività delittuosa. Egli inoltre non si è fatto alcuno scrupolo nel distorcere gli strumenti giuridici, utilizzandoli in maniera penalmente illecita, pur di realizzare delle prospettive di guadagno anche personali, avvalendosi della mediazione della moglie in modo da evitare di comparire palesemente nell'affare, per ovvie ragioni di opportunità della funzione ricoperta, piegata al perseguimento di interessi privati e di vantaggi economici". Contro di lui le dichiarazioni spontanee di Rosario Di Stefano che nell'aprile 2019, racconta ai carabinieri di quando Bonavolontà si attivò, assieme al collega Capurro, per far ottenere un mutuo alla figlia, "in cambio di una certa somma di denaro". Di Stefano ha poi raccontato che era stato contattata da 'Ninetta' Bonaffini che gli aveva detto di aver appreso da Bonavolontà che "di li a breve sarebbe stato tratto in arresto nell'ambito di una non meglio specificata operazione di polizia".

Ma non è tutto. Anche il collaboratore Biagio Grasso, nel corso dell'interrogatorio del febbraio 2018, racconta di come il Bonavolontà lo mise in contatto con funzionari dell'ufficio tecnico del Cas per ottenere l'affidamento diretto dei lavori tramite la società A&G. "Di Stefano mi disse che questo carabiniere era un soggetto al quale lui si rivolgeva per avere delle informazioni per eventuali procedimenti a suo carico in quanto aveva accesso a banche dati riservate". "Nell'ipotesi in cui l'accordo fosse andato a buon fine, il carabiniere di nome Salvatore avrebbe percepito un compenso", conclude Grasso.

Bonavolontà risulta, tra l'altro, dal casellario giudiziale, condannato a 4 mesi.

 

IL REATO DI TRASFERIMENTO FRAUDOLENTO DI VALORI

Il reato contestato risale al maggio 2018, quando al fine di realizzare una speculazione immobiliare, Antonino Bonaffini, detto “Ninetta” (già condannato in via definitiva per i delitti di porto illegale di armi, usura, estorsione, evasione) e Salvatore Bonavolontà costituirono una società, di cui entrambi erano soci occulti, attribuendo fittiziamente la titolarità delle quote di capitale della Stella Maris s.r.l.s. a dei prestanome, dapprima a Maura Sindoni (compagna di Angelo Bonaffini, figlio di 'Ninetta'), e poi a Filippo Bonaffini (altro figlio di 'Ninetta'), con l’intenzione di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale o di agevolare la commissione dei delitti di ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita. All’epoca dei fatti, Antonino BONAFFINI era già stato sottoposto ad una misura di prevenzione patrimoniale ed era gravato da una pesante condanna in primo grado per traffico di sostanze stupefacenti.

Le intercettazioni nella Pescheria Riva del Mare 2.0 di Angelo Bonaffini ma gestita da 'Ninetta' Bonaffini, facevano emergere da subito l'esistenza di un rapporto di carattere anomalo, e "poi risultato gravemente illecito", tra Antonino Bonaffini e l'esponente delle forze dell'ordine, il maresciallo maggiore dell'arma dei carabinieri Salvatore Bonavolontà, attualmente in servizio presso la Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica di Messina.

Uno stretto legame, sia di natura personale, "essendo gli stessi soliti frequentarsi anche le rispettive famiglie", che di carattere affaristico, "in quanto incentrato sul perseguimento di comuni interessi economici, anche attraverso il coinvolgimento di alcuni loro congiunti". Un legame così stretto da portare, in qualche occasione, dei colleghi di Bonavolontà a mangiare in uno dei ristoranti di Bonaffini.

LA SOCIETA' EDILE 'STELLA MARIS' E L'AFFARE 'SALTATO'.

La società edile Stella Maris viene costituita il 22 maggio 2018. Amministratore unico risulta essere Letterio Di Stefano, figlio dell'imprenditore Rosario Di Stefano. Tra i soci risultavano la moglie di Salvatore Bonavolontà e la compagna di Angelo Bonaffini, figlio maggiore di 'Ninetta', che però cedeva successivamente le quote a Filippo Bonaffini.

Dalle intercettazioni risultava che i promotori dell'attività imprenditoriale fossero in realtà 'Ninetta' Bonaffini e il maresciallo Bonavolontà che aveva coinvolto nell'affare l'imprenditore Rosario Di Stefano. Risultava inoltre che la costituzione della società era finalizzata anche all'acquisto di un terreno edificabile (88 mila euro) a Santa Margherita di proprietà dei Fratelli Nasisi (Guido nello specifico), dove realizzare - secondo gli investigatori - un importante speculazione edilizia, e cioè una palazzina a tre piani fuori terra più altri due.

L'operazione però salta a causa di dissapori tra i soci, e il terreno viene rivenduto. "La circostanza che non si sia concretizzato l'affare è del tutto irrilevante - scrive il gip Valeria Curatolo - ai fini dell'integrazione del reato, attesa la sua natura di reato 'con effetti permanenti', il cui disvalore si compie e si esaurisce mediante l'utilizzazione di meccanismi interpositori in grado di determinare l'attribuzione meramente formale di un bene, al fine di raggiungere la conseguenza elusiva delle disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali".

Secondo il gip Antonino Bonaffini aveva come unico fine, nell'attribuire fittiziamente la titolarità delle quote societarie a familiari, quello di porre al riparo la società e l'immobile dai rischi di una possibile confisca, essendo Bonaffini già stato condannato in via definitiva e anche in appello a 20 anni, ed essendo già destinatario di misure di prevenzione personale e reale, subendo la confisca di beni a lui riconducibili.

Filippo Bonaffini e Salvatore Bonavolontà avrebbero concorso all'attuazione del piano. Filippo intestandosi le quote e partecipando alla trattativa di acquisto, il militare dell'Arma facendo da intermediario tra Rosario Di Stefano e Antonio Bonaffini e creando tra i due il contatto necessario per la costituzione della Stella Maris e alla condivisione del progetto edilizio. Ma non solo. Avrebbe preso direttamente parte all'iniziativa imprenditoriale attraverso la mediazione della moglie.

"Bonavolontà ha svolto un ruolo cruciale - scrive il gip - quale promotore e ideatore, unitamente a Antonio Bonaffini - del programma criminoso, intervenendo nella fase propedeutica e iniziale della costituzione dell'impresa, oltre che nella successiva gestione dell'affare programmato. Non vi è dubbio  - conclude il gip Curatolo - poi, sul piano psicologico, che tanto Bonaffini Filippo quanto Bonavolontà fossero pienamente consapevoli della finalità perseguita da Antonio Bonaffini di sottrarre alla confisca le sue ricchezze, essendo ben nota ad entrambi la posizione di quest'ultimo di soggetto suscettibile di essere proposto per la misura di prevenzione patrimoniale". Filippo, essendo il figlio, non poteva che essere consapevole delle vicende giudiziarie del padre, Bonavolontà aveva addirittura preso parte all'attività investigativa, nel 2006, che aveva condotto all'emissione di un'ordinanza cautelare nei confronti, tra gli altri, di 'Ninetta' Bonaffini.

LE 'OPACHE COINTERESSENZE' TRA IL MARESCIALLO BONAVOLONTA' E L'APPUNTATO CAPURRO.

Dall'attività di intercettazione emergeva "la sussistenza di rapporti di frequentazione e di opache cointeressenze" tra il maresciallo Salvatore Bonavolontà e un altro appartenente all'Arma dei Carabinieri, Antonino Capurro, appuntato in servizio presso il Nucleo Operativo e Radiomobile del Comando Compagnia Carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto.

Dalla intercettazioni emergeva una "articolata vicenda, qualificabile in termini di 'traffico di influenze illecite', che vedeva coinvolti Bonavolontà e Capurro".

I due avrebbero progettato infatti di inserirsi nel lucroso affare dei servizi di vigilanza, sfruttando le relazioni con l'ex vice sindaco del Comune di Rometta Alberto Magazù, "legato da rapporti di amicizia e vicinato con Bonavolontà".

In questo contesto i due entravano in contatto con Francesco Scilipoti, soggetto operante nel settore dei servizi di vigilanza, "dal quale si aspettavano, evidentemente, di ricevere una contropartita economica".

Grazie all'interessamento di Magazu', Scilipoti riusciva ad incontrarsi con alcuni sindaci della fascia tirrenica (Villafranca Tirrena, Venetico e Torregrotta), al fine di proporsi per lo svolgimento di servizi di vigilanza.

"L'interessamento di Magazù non era privo di contropartita, bensì finalizzato ad ottenere dallo Scilipoti l'assunzione del figlio Alessandro nella sua ditta di vigilanza", scrive il gip nell'ordinanza.

Francesco Scilipoti, il titolare della società in cui doveva essere assunto il figlio dell’ex vicesindaco, non risulta tra gli indagati.

A Salvatore Bonavolontà e Antonino Capurro la procura contesta anche di "aver omesso di fare rapporto, da ufficiali di polizia giudiziaria, nonostante avessero appreso che Alessandro Magazù aveva commesso dei furti presso il cantiere dell'impresa Aicon di Villafranca, dove svolgeva attività di guardiania".

Bisogna però sottolineare che il gip Valeria Curatolo, per queste ipotesi accusatorie, ha respinto la richiesta di misura avanzata dai pm perchè 'non suscettibile di accoglimento, per mancanza di gravi indizi di colpevolezza'. Per il 'traffico di influenze illecite' le intercettazioni sono state ritenute inutilizzabili perché effettuate in un altro procedimento. Quindi è venuta a mancare - secondo il gip - la gravità indiziaria.

IL REATO DI DANNEGGIAMENTO CONTESTATO A FILIPPO BONAFFINI.

Filippo Bonaffini è anche indagato di danneggiamento seguito da incendio per avere dato fuoco, nel settembre 2018 e in concorso con due minorenni, a due pescherecci collocati sulla spiaggia antistante il lungomare di Spadafora.

I FATTI - La notte dell'1 settembre 2018 due pescherecci di proprietà di Carmelo Squadrito venivano dati alle fiamme sulla spiaggia antistante il lungomare di Spadafora.

Dallo sviluppo delle indagini e dalla visione delle immagini di videosorveglianza venivano individuati come presunti autori del gesto, tre soggetti, tra cui Filippo Bonaffini.

Anche in questo caso il gip ha rigettato la richiesta di misura cautelare perché il reato di danneggiamento seguito da un incendio è stato riqualificato in danneggiamento mediante incendio, quindi pena troppo bassa per giustificare una misura cautelare.

 

TUTTI I FATTI

L’ARRESTO DEL MARESCIALLO BONAVOLONTA’. TUTTI I DETTAGLI. INDAGATI UN ALTRO CARABINIERE E L’EX VICE SINDACO DI ROMETTA MAGAZU’

http://www.stampalibera.it/2020/08/14/larresto-del-maresciallo-bonavolonta-tutti-i-dettagli-indagato-un-altro-carabiniere-e-lex-vice-sindaco-di-rometta/

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