Operazione Cesare, le figure chiave di Pippo Irrera a Giostra, di Altavilla e Giacobbe nella zona Sud

12 Novembre 2020 Inchieste/Giudiziaria

Una rivendita di frutta, anzi, la “Boutique della frutta”, sul viale Giostra, come base logistica per organizzare le corse clandestine. Un giro di scommesse che poteva arrivare anche a 50, 60 mila euro a corsa. Cavalli dopati, con l'aiuto di un veterinario compiacente, fatti correre anche in condizioni così precarie da rischiare non arrivassero vivi al traguardo. E un filo diretto - che si tramutava in rivalità “sportiva” negli ippodromi improvvisati tanto a Giostra quanto a Fiumefreddo - con la cosca catanese dei Santapaola-Ercolano. Parallelamente, il più “classico” dei business, il traffico di stupefacenti. Un “affare di famiglia”, così lo hanno definito i carabinieri, al punto che una madre non s'è fatta scrupolo di utilizzare come pusher il figlio di 12 anni.

È questo il quadro dell'operazione “Cesare”, condotta ieri notte dai carabinieri del Comando provinciale di Messina, i quali hanno dato esecuzione a ben due ordinanze di custodia cautelare, emesse dal gip Maria Militello. Accogliendo le richieste dei magistrati Liliano Todaro, Maria Pellegrino e Antonella Fradà della Procura distrettuale Antimafia, nella rete dei carabinieri sono finite 33 persone, accusate a vario titolo di associazione mafiosa, corse clandestine di cavalli, scommesse clandestine, maltrattamento di animali, trasferimento fraudolento di valori, estorsione, associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, spaccio di sostanze stupefacenti.

La figura chiave è quella di Pippo Irrera, 42 anni, genero di Luigi Galli e, di fatto, «maggiorente» del clan Gatto a Giostra. Il “regno” di Irrera, infatti, è la sua “Boutique della frutta”, sul viale Giostra. È lì che si tengono le più importanti riunioni con i suoi uomini e sodali, tra i quali Natale Rigano, Grazia Maria Munnia, Giuseppe Galli. È lì che si organizzano le corse clandestine (con un ruolo chiave assunto dal veterinario Salvatore Speciale), annotando tutto «in dei foglietti per evitare di lasciare traccia delle scommesse in un libro mastro».

È sempre Irrera a interfacciarsi con Sebastiano Grillo, il riferimento catanese per le corse clandestine “in trasferta”. Un rapporto che si traduce in un'interlocuzione, di fatto, con esponenti riconducibili al clan Santapaola. Rapporti non sempre semplici da gestire, ad esempio quando c'è da risolvere una controversia sorta dopo una corsa che ha visto soccombere le scuderie messinesi, a dire di Irrera, perché «i catanesi hanno giocato “sporco”». Visionando un video, infatti, Irrera si accorge che il calesse del cavallo catanese era stato spinto col piede da tre persone a bordo di uno scooter. Il “capo” delle scuderie di Giostra non esita a recarsi direttamente a Catania, in uno scenario da Gomorra (come riferiamo a parte nel dettaglio), per risolvere la questione. Ed in effetti ottiene la ripetizione della gara, tanto che per il giudice «la sua capacità di opporsi allo “sgarro” subito nella sconfitta da parte della scuderia catanese» dimostra «la mafiosità dell'associazione», in quanto «solo un'associazione che ha raggiunto una certa fama di forza e capacità di intimidazione è in grado di rapportarsi con l'associazione mafiosa dei Santapaola, facendo valere le proprie pretese».

Capitolo a parte merita il traffico di stupefacenti che vede altri protagonisti, tra i quali spicca Carlo Altavilla, a capo del gruppo criminale che operava sia a Giostra che a Santa Lucia sopra Contesse. I rifornimenti di cocaina e marijuana arrivavano da Calabria e Campania, una rete di spacciatori, poi, si occupava della vendita al dettaglio. È anche il collaboratore di giustizia Vincenzo Barbera a indicare Altavilla come uno dei principali fornitori di cocaina di Angelo Arrigo, ad esempio: «Gliela portava a chili, gliela portava a lui, a un chilo alla volta». Altavilla si reca in Calabria e fino a Napoli accompagnato sempre dal suo braccio destro, nonché autista, Giuseppe Longo. Frequentemente lo spaccio avviene dentro una barberia, quella dei fratelli Palermo, finiti in carcere anche loro nell'operazione di ieri. Dalle indagini vengono fuori anche episodi di estorsione per il recupero di crediti derivanti sempre dalla compravendita di droga.

Un secondo gruppo criminale è al centro di una ulteriore indagine, “Affari di famiglia” l'hanno chiamata i carabinieri della compagnia Messina Sud. E questo perché ad operare è un sodalizio “a conduzione familiare”, con uno spaccio stabile di cocaina, hashish e marijuana tra Villaggio Aldisio e Fondo Fucile. È in questo secondo troncone d'indagine che emerge l'immagine più forte e drammatica: un ragazzino di 12 anni utilizzato dalla madre per la consegna della droga. Con tanto di “paghetta”. Il dodicenne è adesso in una comunità familiare, su disposizione del Tribunale dei minorenni di Messina.

A capo del gruppo c'è Tommaso Giacobbe, 68 anni, ed è proprio dal suo arresto, avvenuto nel dicembre del 2018 (con lui finì in manette anche l'omonimo nipote appena maggiorenne) che parte l'indagine. Nel sodalizio hanno un ruolo primario la moglie Giuseppa Leonardi, la figlia Rosina Giacobbe, la nipote Lucia Villari e persino l'amante, Cristina Lisa, con rapporti non sempre idilliaci quando gli “affari” vengono mischiati con la gestione della relazione extraconiugale. Specie nel momento in cui Giuseppa Leonardi rivendica di avere, di fatto, assunto il controllo degli “affari di famiglia” da quando il marito è in galera: «Perché ho camminato io - dice a Giacobbe -, se facevo camminare gli altri... per strada si perdevano, mentre che camminavano». Anche la figlia Rosina e l'amante del marito vengono, ad un certo punto, estromesse: «Neanche a lei ho fatto andare più... vedi che non sono babba, che non dormo... lei (Cristina) niente proprio... se so che viene qua, qua c'è burdellu gli ho detto».

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