Torna agli arresti domiciliari Gino Bontempo, ma col braccialetto elettronico

Le condizioni di salute di Gino Bontempo non sono compatibili col regime carcerario. Con questa motivazione, supportata da un'apposita relazione medica redatta dall'Azienda sanitaria di Avellino, il Gip del Tribunale di Messina Maria Militello ha nuovamente scarcerato il 62enne di Tortorici, concedendogli gli arresti domiciliari. Lo scrive oggi Giuseppe Romeo su Gazzetta del Sud.

L'uomo, ritenuto dagli inquirenti il capo della famiglia mafiosa dei Batanesi, arrestato lo scorso gennaio nell'ambito dell'operazione “Nebrodi”, torna dunque a casa per scontare la misura cautelare con divieto di comunicazione con persone diverse dai conviventi e l'applicazione del braccialetto elettronico. Il Gip ha dunque accolto l'istanza di sostituzione della custodia in carcere avanzata del legale di fiducia, avvocato Alessandro Pruiti, concedendo il via libera ai domiciliari dopo l'acquisizione del referto medico, notificato proprio ieri mattina al Tribunale di Messina, redatto a seguito della visita cui Bontempo è stato sottoposto lo scorso 31 ottobre, oltre ad una precedente presso il presidio sanitario di Bicocca del 14 ottobre scorso.

Entrambi i controlli sanitari avevano certificato le precarie condizioni di salute dell'uomo, affetto da varie patologie. Già nella scorsa primavera, lo ricordiamo, Gino Bontempo era stato scarcerato e posto ai domiciliari, sempre per ragioni di salute, a seguito dei tanto contestati provvedimenti disposti dal Dap con il ministero della giustizia nell'ambito delle misure di prevenzione per l'emergenza Covid.

Nel contesto del quadro accusatorio dell'operazione “Nebrodi”, per cui nei giorni scorsi nell'aula bunker del carcere di Gazzi a Messina si è aperta l'udienza preliminare che vede alla sbarra 133 imputati, Gino Bontempo è accusato di essere tra gli ideatori del sistema attraverso cui la malavita organizzata - identificata come la “mafia dei pascoli” - si approvvigionava dei fondi europei per il settore agricolo. Una strategia che utilizzava la gestione illecita dei terreni sui Nebrodi, fittiziamente intestati a familiari e prestanome o sottratti con l'intimidazione ai legittimi proprietari.

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