TRUFFA E FALSO, ASSOLTO L’EX CONSIGLIERE COMUNALE PIPPO CAPURRO

17 Novembre 2020 Inchieste/Giudiziaria

Il giudice monocratico Alessandra Di Fresco ha assolto con la formula assolutoria più ampia Pippo Capurro, ex consigliere comunale di Messina (nonostante una richiesta di condanna formulata dall'accusa a 2 anni e 2 mesi di reclusione), che era stato rinviato a giudizio per truffa e falso.

LE ACCUSE

L’ex capogruppo del Pdl in consiglio comunale Pippo Capurro, fu rinviato a giudizio dal gup Massimiliano Micali per truffa e falso del privato in atto pubblico il 23 novembre 2012. Avevano patteggiato un anno e mezzo di reclusione Rita Pisa, presidente della coop “Progetto nuovo ambiente” e il figlio Ignazio Di Giuseppe, tecnico esterno della stessa cooperativa. Ad avviare l’inchiesta era stata il procuratore aggiunto Ada Merrino. Si scoprì che Capurro era direttore di una cooperativa, la “Progetto nuovo ambiente” e capogruppo del Pdl in consiglio comunale, con un evidente conflitto d’interessi.  Inoltre nel giugno del 2011 Capurro figurava  «dipendente della Cooperativa con contratto a tempo indeterminato, con la più alta qualifica e il massimo livello retributivo,  per un  rapporto di lavoro in realtà inesistente perché  si trattava di una cooperativa avente ad oggetto “pulizia e lavaggio di aree pubbliche, rimozione neve e ghiaccio”.  Secondo quanto accertato dalla Polizia il rapporto di lavoro Capurro-coop era  «inesistente».  Inoltre  il Comune gli avrebbe versato come rimborso di permessi elettorali e oneri riflessi in favore della coop «quale datore di lavoro del consigliere comunale Capurro», in un caso 53.000 euro e in un altro caso 11.000 euro.  Il comune si era costiuito parte civile ed era rappresentato dall'avvocato Bonni Candido.

Il procuratore aggiunto Ada Merrino aveva messo nero su bianco una bella lista di ipotesi di reato parecchio lunga che gli era stata notificata con la conclusione delle indagini preliminari ex art. 415 bis c.p.p., e si trattava tecnicamente di due reati, la truffa (due casi) e il falso del privato in atto pubblico (sei casi), contestati a Capurro in concorso con altre due persone, Rita Pisa quale presidente della coop "Progetto nuovo ambiente" e il di lei figlio Ignazio Di Giuseppe, come tecnico esterno della coop in questione. Per Capurro c'èra anche l'aggravante dell'abuso di potere e della violazione dei doveri inerenti la pubblica funzione, cioè quella di consigliere comunale. Che c'entra il ghiaccio? C'entra perché Capurro, la data dell'ultimo capo d'imputazione si spinge fino al giugno del 2011, figurava «dipendente della Cooperativa con contratto a tempo indeterminato a decorrere dall'8 giugno 2009, con la più alta qualifica (dirigente) e il massimo livello retributivo (F2) previsti dal Ccnl del "settore socio-sanitario", rapporto di lavoro "in realtà inesistente" ed al quale, comunque, non era applicabile la normativa dichiarata perché trattavasi di una cooperativa avente ad oggetto "pulizia e lavaggio di aree pubbliche, rimozione neve e ghiaccio", priva di adeguate capacità economiche, di effettiva sede e di strutture, svolgente all'epoca solo occasionali lavori di manutenzione di fontane e ville cittadine». Oltre a tutto il "ghiaccio" e la "neve" da spalare in realtà era una roba di qualche fontana e un po' d'erba, senza sede e senza strutture. E in ogni caso secondo quanto avevano accertato gli investigatori della Sezione di Pg della polizia il rapporto lavorativo Capurro-coop era «inesistente». L'ipotesi della truffa prospettata dalla Procura nasceva perché con la «falsa rappresentazione dell'esistenza di un rapporto di lavoro» il Comune ha versato come rimborso di permessi elettorali e oneri riflessi in favore della coop «quale datore di lavoro del consigliere comunale Capurro», in un caso 53.000 euro e rotti (dall'ottobre 2009 al febbraio 2011) e in un altro caso 11.000 euro più spiccioli (da febbraio a giugno del 2011). C'è di più. Perché secondo la Procura, ecco le varie ipotesi di falso, le varie buste paga che la coop di volta in volta ha presentato alla segreteria generale di Palazzo Zanca del suo "dipendente" Capurro, sarebbero state tutte false. Accuse che però non hanno retto in giudizio. Ieri l'assoluzione "perchè il fatto non sussiste".

LA DIFESA.

L'avvocato Agnello, nel corso del dibattimento, ha in pratica dimostrato la piena sussistenza del rapporto di lavoro e l'inesistenza degli elementi fondanti dell'accusa, ovvero i cosiddetti “artifizi e raggiri”, poi “l'ingiusto profitto” e il danno a carico del Comune. Capurro - ha sostenuto nel corso del suo intervento il legale -, «ha agito nel pieno rispetto dei doveri inerenti la pubblica funzione, senza abuso di potere e in assoluta osservanza della legge vigente».

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