25 Novembre 2020 Sport e Spettacolo

25 NOVEMBRE: Ciò che manca al mondo è la coscienza stessa dell’essere donna

Di Vincenzo Cardile – Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Fiumi di parole scorreranno sui giornali, in Tv, sui social… fiumi di banalità mi verrebbe dire. 

Perche banalità? Perché già domani, non sarà cambiato nulla. Perché purtroppo siamo vittime di una società patriarcale che ha da sempre relegato la donna ai margini, rendendola prima schiava e poi serva di intere generazioni che non hanno mai inteso, forse per paura, forse per piacere o forse semplice godimento, darle il giusto posto che le spetta.

Il problema infatti, riguarda principalmente noi uomini, ma anche, tutte quelle donne che, arrivate al potere o in posti di visibilità, dimenticano di essere donna. 

La maggior parte degli uomini diversifica la propria donna, perché già di per sé pensa che gli appartenga di diritto, dalle donne altrui. Ed allora pensa che sia giusto relegarla ai lavori casalinghi, alla crescita dei figli, privandola di realizzare i propri sogni, per poi andare in giro e invaghirsi di una donna diversa da quella che gia “possiede”, magari una donna di potere, della donna che ha una indipendenza economica e professionale. 

Ed è lo stesso uomo che impone alla propria figlia l’uso di vestiti “appropriati”, dimenticandosi di quando, in modo squallido e riprovevole, si mette a fissare e fischiare alle ragazzine per strada, magari invitandole a prendere un caffe. Ed è la stessa bestia che ridacchia col proprio branco commentando foto hot in chat, o si gonfia il petto per un trofeo sessuale. Si proprio lui, l’uomo della porta accanto, che  quando c’è uno stupro, giustifica il fatto, dicendo che magari la donna se l’è cercato, perché andava in giro con la minigonna o semplicemente perché girava con la sua voglia di vita, ridendo con qualche amica. 

Il problema è che spesso, questo cavernicolo, non è un semplice uomo comune, ma è un uomo di potere, un uomo “di cultura”.

Mi viene in mente un articolo di pochi mesi fa del Corriere, secondo cui i Giudici della Corte di Appello, che nell’afoso settembre milanese, hanno scontato la pena di ben otto mesi, riconoscendo l’attenuante del reato commesso ad uno stupratore, sol perché l’uomo sarebbe stato esasperato dalla condotta eccessivamente disinvolta della donna, con altri uomini.

E non bisogna possedere sofisticate banche dati di giurisprudenza per ricordarsi le sentenze shock della Suprema Corte. Per esempio, la Sentenza numero 6329 del 20 gennaio 2006, secondo cui, una ragazzina quattordicenne, avrebbe subito una “violenza limitata” per lo stupro del patrigno quarantenne, in quanto non più vergine. La sentenza numero 1636 della Cassazione, del 1999, che negò l’esistenza di uno stupro, sol perché la vittima “indossava i jeans”,  ovverosia “un indumento che non si può sfilare nemmeno in parte senza la fattiva collaborazione di chi lo porta”. La sentenza numero 40565 del 16 ottobre 2012, in cui la Corte di Cassazione ha deciso che durante una violenza di gruppo, uno sconto di pena deve essere concesso a chi “non abbia partecipato a indurre la vittima a soggiacere alle richieste sessuali del gruppo, ma si sia semplicemente limitato a consumare l’atto”.

Questi sono soltanto degli esempi fra centinaia che si sono susseguiti negli ultimi anni, in cui la donna viene stuprata due volte, in cui viene violentata nella sua essenza, da un potere legislativo e giudiziario che la dovrebbe difendere, senza se e senza ma. 

Ma anche il giornalismo è pieno di casi assurdi del “se l’è cercata”, l’ultimo dei quali l’ho letto nell’editoriale di Feltri di ieri, sul caso Genovese, pubblicato su Libero. 

Come può un “giornalista” domandarsi se la vittima “entrando nella camera da letto dell’abbiente ospite” pensava “di andare a recitare il rosario”, senza sospettare “che a un certo punto avrebbe dovuto togliersi le mutandine senza sapere quando avrebbe potuto rimettersele”, concludendo che “sarebbe stato meglio rimanere alla larga da costui” ed auspicando una tirata d’orecchie ai genitori della ragazza stessa. 

Ma perché una donna non può essere libera di essere se stessa, di andare liberamente dove vuole e come vuole, senza essere vittima del proprio sesso? 

Ma ancor più grave, secondo me, è la violenza di una donna sulla donna.

Vi faccio un esempio, facile facile, di violenza al femminile. Una delle cose che mi ha fatto più tristezza,  ma quasi tenerezza, in questo periodo di pandemia, è stata la (purtroppo) ormai famosa Angela da Mondello, diventata a sua insaputa, regina del trash. Che Angela, volente o nolente, possa avere piacere a diventare star, godere dei cinque minuti di successo, catapultata nell’olimpo dei social, non c’è nulla di male. 

Ma quando una conduttrice televisiva di Canale 5, che non gode di alcuna mia stima personale, la sfrutta, sacrificandola senza scrupoli sull’altare dell’audience, abusando del suo livello culturale, della sua incoscienza, senza un minimo di pudore..  allora capisci che realmente il mondo della donna è ancora troppo violentato, anche dal suo interno. Questa è violenza. Violenza da donna a donna. 

Queste storie di negata legalità, di esposizione mediata forzata, inducono a ritenere che il problema non è tanto l’esistenza o meno di una norma che possa garantire l’integrità e la dignità della fisicità e della coscienza di una persona, ma ciò che manca al nostro mondo ormai “social”, è la coscienza stessa dell’essere donna.

Fin quando verrà violentata questa essenza da parte di una donna, o da un uomo che sia, non avremo mai la possibilità di vedere l’universo donna realizzato nella sua complessità e totalità, “perché, parliamoci chiaro, è la dolcezza di una donna a colorare le nostre giornate altrimenti sbiadite, la loro intelligenza acuta a sollevarci dai nostri stupidi problemi, il loro fascino smisurato a farci sentire vivi, le loro carezze rassicuranti a darci forza, il loro sguardo sfuggente a consigliarci nella nostra distrazione, la loro disarmante fragilità a renderci parte di loro”.