PAOLO ROSSI, I MIEI 7 ANNI E QUELLA MAGICA ESTATE DEL 1982

10 Dicembre 2020 Culture Sport

Di Vincenzo Cardile - Stamattina sono stato scosso dalla notizia della morte di Paolo Rossi, tanto da aprire il cassetto dei ricordi.

Nel luglio del 1982 avevo sette anni.

In quel periodo, trascorrevo l’estate con la mia famiglia,  in un paesino siciliano sul mare: il mio parco giochi diurno era una tonnara abbandonata e diroccata, un campo da calcio in terra battuta accanto ad una piccola pineta ed una spiaggia sconfinata, su cui ancora erano adagiate le antiche barche dei pescatori e del Rais.

Quello era il mio spazio ed i giochi a disposizione erano due: il pallone tango e la bicicletta.

Nella strada passavano poche macchine, per lo più erano Fiat 500, 126, 127 e 128. Se chiudo gli occhi sento ancora il rombo delle Alfetta ed Alfasud... 

La mattina uscivamo di casa col costume ed il tango, un pallone bianco a spicchi neri, in gomma dura. Era il pallone del mondiale '82, e tutti noi, in quei giorni eravamo Rumenigge, Maradona, Conti, Tardelli, Zico, Cabrini, Bergomi, Graziani, Zoff, Gentile, Falcao, Altobelli e ovviamente Paolo Rossi.

Non c’erano creme protettive, occhiali da sole o cappellini… nulla… rincorrevamo il pallone sulle pietre ardenti e sulla sabbia, urlando i nomi dei calciatori sentiti la sera prima in tv, ed eravamo felici… con le ginocchia sbucciate, le mani sporche, ma felici.

Ci ricoprivamo di lentiggini e diventavamo scuri... alcuni neri come il carbone… spesso a piedi nudi sulla sabbia cocente… e se proprio sentivamo caldo, correvamo a mare fare i tuffi, stanchi, con i piedi scorticati, ma certamente felici e non annoiati. 

Tornavamo a casa la sera, prima dell’imbrunire, facevamo la doccia e cenavamo, pronti per vedere la partita del mondiale.

Della finale del mondiale ottantadue, ho una foto in testa.

Eravamo tutti seduti fuori, grandi e piccini,  in veranda.  La televisione a transistor era molto piccola. Rossa. 

Lo schermo era bombato ed ambrato. Compito di noi bambini, seduti a terra in prima fila con il tricolore sulle gambe, era quello di  cambiare il canale con la manopola o alzare il volume. 

Divieto assoluto di toccare le due lunghe antenne che avevano acchiappato il segnale perfetto. 

Dietro di noi c’erano gli adulti, seduti su una fila di sedie di legno apribili. Fumavano tutti. Ai lati, le sedie a sdraio, rigorosamente cordonate con i fili di plastica verde bottiglia, o rossi, destinate di diritto a nonni. Anguria e gelato.

Della partita ricordo solo alcune cose, che mi porto ancora nel cuore: tutti noi bambini abbracciati in piedi a cantare l’inno nazionale a squarciagola, con il cuore che batteva a mille; mentre scorrevano le immagini delle squadre, mi colpirono i baffi di Bergomi e la chioma di Collovati, con la giacchetta bianca con lo stemma tricolore; la telecronaca nasale di Nando Martellini; il presidente Pertini con l’immancabile pipa in tribuna; l’esultanza di Tardelli, dopo avere sfondato la rete tedesca, con tiro ad incrociare e la gioia di Paolo Rossi, dopo il primo gol della finale.

Paolo Rossi, col suo pallone d’oro, sarà sempre nei cassetti felici della nostra storia calcistica e non. 

Ha rappresentato un'era il Pablito nazionale. L’uomo del destino, quello che non ci doveva essere, incapace di fare due dribbling consecutivi in partita, ma capace di sgusciare via alle difese avversarie... un campione, a modo suo.

Scaltro sotto porta, per la sua velocità realizzativa, viaggiava sempre sul filo del fuorigioco, sempre in anticipo. Fisico esile, ricoperto da una folta chioma scura, braccia alzate con i pugni chiusi in segno di esultanza ed un numero venti su una maglia azzurra, che ancora mi fa sognare. Ciao, campione di altri tempi, te ne sei andato troppo presto, anche oggi, in anticipo, sul filo rosso della vita. 

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