Carlos Malatto: un genocida argentino libero in provincia di Messina

21 Dicembre 2020 Inchieste/Giudiziaria

Da quando l'anno scorso si scoprì che abitava a Portorosa (Messina), il genocida Carlos Malatto si è visto accerchiato sia dalla giustizia italiana che da quella argentina. L'ex tenente colonello del Reggimento 22 di Fanteria de Montaña di San Juan (RIM22), durante la dittatura, è ritenuto responsabile della scomparsa di almeno 30 desaparecidos. Martedì 15 dicembre, l'organizzazione non governativa "24 marzo" ha organizzato un incontro virtuale per dare rilievo al caso. Hanno partecipato diverse personalità come l'ambasciatore argentino in Italia Roberto Carles e Estela de Carlotto, di Nonne di Plaza de Mayo. Jorge Iturburu, presidente di 24 marzo Onlus, ha dichiarato: "Il nostro obiettivo è in primo luogo ottenere l’arresto e processare Malatto in Italia. Ed in secondo luogo collaborare affinché si proceda all'estradizione di Malatto in Argentina". Durante l'incontro Carlotto ha lanciato un appello a tutti coloro che sanno qualcosa riguardo Malatto" al fine di apportare elementi di prova in modo tale che la giustizia di San Juan riceva un mandato dalla giustizia italiana dove potrebbero essere inclusi altri elementi probatori. Ad oggi sono 10 i testimoni contro Malatto che renderanno la loro testimonianza in Italia, ma c’è la possibilità che emergano altri ancora.

Malatto e il suo superiore, il maggiore Jorge Olivera, gestivano l'apparato repressivo all’interno del RIM 22, durante la dittatura, a San Juan (Argentina). Rogelio Roldán, un ex detenuto politico ha dichiarato: "Noi avevamo un codice tra noi carcerati: quando dicevamo che veniva "il capitano Malavera" (riferito a Malatto ed Olivera), significava che arrivavano i due insieme ed era certo che noi avremo sofferto". Olivera fu processato e condannato all’ergastolo nel 2013, ma riuscì a fuggire durante un trasferimento per una visita medica quello stesso anno. Due anni prima, nel 2011, Carlos Malatto, avendo la doppia cittadinanza, era riuscito a fuggire dalla giustizia argentina in Italia, dandosi alla latitanza.

Inizialmente rimase a Genova e abitava nella Chiesa di San Giacomo Apostolo, vicino alla città, dove il prete argentino José Galdeano gli dava ospitalità. Poi si trasferì in una zona esclusiva della Sicilia, Porto Rosa, dove abitava in un petit hotel fino a quando fu intercettato dal giornalista Emmanuele Lauria e dal fotografo argentino José Luis Ledesma di La Repubblica. Da allora le organizzazioni di diritti umani in Italia hanno intensificato i contatti con i familiari delle vittime in Argentina per portarlo a processo e presentare dichiarazione di estradizione a Roma.

Il processo in Argentina e il processo in Italia vanno avanti in parallelo. La prima richiesta di estradizione di Malatto, avanzata dalla giustizia argentina a quella italiana, risale al 2014 e venne respinta per alcuni errori tecnici. Ad ogni modo è possibile che di fronte ad una nuova richiesta che includa le correzioni della precedente, Malatto ritorni al suo paese di origine per essere giudicato. Il processo in Argentina è nella sua fase istruttoria, dove la procura raccoglie le prove e li presenta alla Corte per poi procedere al processo. In Italia, tenuto contro della condizione di doppia cittadinanza di Malatto, si sta procedendo alla citazione dei testimoni per raccogliere dichiarazioni, tra loro i familiari di Arias, i militanti Saroff e Lerouc, Caravajal e Rivas, un sopravvissuto del centro di detenzione dove operava Malatto.

Alberto Rivas è uno dei testimoni chiave che era già stato sentito l'anno scorso a Roma e la sua testimonianza collega in maniera diretta Malatto ed Olivera con le vittime. Mentre era in carcere nell'istituto Penale di Chimbas, San Juan, riuscì a vedere ed ascoltare dettagli di come operava Malatto dentro la prigione. Dichiarò ad esempio di aver riconosciuto, tra gli altri, la modella francese Marie Anne Erize i cui fratelli, dalla Francia, accusano Malatto e Florentino Arias. Vedevamo passare Malatto e Olivera mentre conversavano in assoluta impunità, sentivamo le loro conversazioni, a volte nomi, a volte soprannomi, a volte numeri di celle.

Un mese fa la figlia di un compagno mi mostrò la foto di suo papà per vedere se lo riconoscevo, ed era Arias (Florentino) e lo identificò insieme a Malatto che lo aveva portato dentro la prigione. È facile riconoscerlo attualmente. Malatto è uguale, ha lo stesso sorriso cinico".

Florentino Arias fu sequestrato il 23 ottobre 1976 quando il “grupo de tareas” (militari in borghese) andò a prelevarlo alla tipografia dove lavorava. Quello stesso giorno, il pomeriggio, degli uomini armati si presentarono a casa sua usando la forza e puntando le loro armi contro la moglie di Arias (María Ormeño, “Chiquita”) e i suoi 9 figli. La sua famiglia dovette andare a vivere alla casa di suo fratello in condizioni molto precarie, dormivano sotto un albero nella proprietà della casa. Chiquita Ormeño allevò i suoi 9 figli come meglio riuscì per sopravvivere, una di loro sta ricostruendo la sua storia grazie anche alle parole di Rivas e la sua testimonianza potrebbe essere acquisita a Roma.
Un altro testimone è la figlia di Marta Elida Saroff, sequestrata il 20 novembre del 1976 quando aveva 26 anni. Sua madre riuscì a salvare il suo fratello piccolo fermando un camion sulla Ruta 40 e chiedendo al camionista di portarlo cortesemente a Mendoza con una lettera per i suoi genitori. Cinque giorni dopo sua madre trovò il bebè alla porta della sua casa con alcuni vestiti, alimenti, medicine ed una lettera scritta da sua figlia.

Víctor "Gorrión" Carvajal è anche uno dei querelanti e fratello di Angelo José Alberto Carvajal, che era il secondo segretario del Partito Comunista. Era detenuto nella Prigione di Chimbas e mentre lo portavano alla sessione di tortura vide suo fratello Alberto e riuscì a comunicare con lui attraverso i segni: "Io lo vedevo quando lo tiravano fuori e lo riportavano ridotto malissimo. Era sempre più debole, aveva i testicoli bruciati, come confermò l'autopsia. Gli fecero scoppiare la milza a calci, e dopo lo appesero nella cella con un pullover dalle grate di una finestra che era ad un'altezza di un metro ottanta. All'alba un guardia della prigione mi dice: Gorrión, tuo fratello si è suicidato. Gli risposi: non dire bugie, lo hanno ammazzato figli di puttana".

Senza alcun dubbio, Malatto ha già passeggiato troppo. Sicuramente ha avuto tempo per tutto, perfino per cercare di convincere se stesso che è un cittadino normale. Ma non è così, un'ombra nera lo persegue dietro con il lamento delle decine di vittime massacrate eseguendo i suoi ordini. È ora che la giustizia di entrambi i paesi lavorino in forma congiunta per chiudere quanto prima una delle tante pagine in sospeso del genocidio avvenuto in Argentina (dal '76 al '83). Mai più! Fonte: di Agustín Saiz

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