16 Gennaio 2021 Giudiziaria

L’esplosione della fabbrica a Barcellona. Il gip: «il ricorso al lavoro nero spregiudicato e irresponsabile». Martedì gli interrogatori di Vito Costa, Corrado e Antonino Bagnato

di Leonardo Orlando – Il gip del Tribunale di Barcellona Salvatore Pugliese, ha fissato per martedì, alle 11, l’interrogatorio di garanzia dei tre indagati che all’alba di giovedì hanno avuto notificata l’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari. Sono accusati dei reati di disastro colposo, omicidio colposo plurimo, lesioni personali, nonché di una serie di violazioni delle norme di prevenzione degli infortuni sui luoghi di lavoro, per l’esplosione della fabbrica di giochi pirotecnici della famiglia Costa di contrada Cavalieri, del 20 novembre 2019, che provocò la tragica morte di 5 persone ed il ferimento di altre due.

Gli interrogatori inizieranno alle 11,15 con l’audizione del titolare della fabbrica distrutta dalla deflagrazione, Vito Costa, 73 anni, che nella tragedia ha perso la moglie Venera Mazzeo, i cui complessi aziendali dell’impresa individuale denominata Costa Vito & Figli sono stati sottoposti a sequestro. L’uomo è difeso dagli avv. Diego Lanza e Salvatore Caravello. Seguiranno gli altri due interrogatori, quello del proprietario della ditta artigianale che stava eseguendo i lavori in ferro di messa in sicurezza, Corrado Bagnato, 65 anni e del figlio Antonino Bagnato, 38 anni, che era rimasto ferito nell’esplosione, indicato come “preposto” della stessa ditta individuale del padre la “Bottega del ferro”, finita sotto sequestro preventivo, i quali sono difesi dagli avvocati Giovanni Pino, Tommaso Calderone e Sebastiano Campanella.

Numerosi e gravi sono le violazioni di legge specie in materia di prevenzione degli infortuni e di misure di sicurezza negli ambienti di lavoro descritte nei dieci capi di imputazione che il pool di magistrati composto dai sostituti Rita Barbieri, Matteo De Micheli ed Emanuela Scali, coordinati dal procuratore Emanuele Crescenti, hanno elencato nella richiesta di misure cautelare. Omissioni che avrebbero contribuito a provocare le devastanti deflagrazioni ai depositi 7 ed 8, in cui persero la vita Venera Mazzeo moglie del titolare della fabbrica e gli operai della ditta che stava installando grate a finestre e porte delle casermette, in cui erano depositate polvere esplosiva e materiale pirotecnico: Mohamed Taeher Mannai di origine tunisina, ed i barcellonesi Vito Mazzeo, Giovanni Testaverde e Fortunato Porcino. Nell’ordinanza il Gip ha evidenziato quelle che vengono definite «le gravissime responsabilità che si delineano» e che «dovrebbero essere inoltre osservate alla luce della macabra scoperta relativa al mondo sommerso del cosiddetto lavoro nero, soprattutto laddove il temerario impiego di tali lavoratori non adeguatamente informati, formati ed addestrati per accedere ad un sito che li esponeva ad un rischio grave e specifico, avveniva in maniera spregiudicata e irresponsabile». Non è un caso che l’ordinanza, in merito alla necessità dell’adozione di misure cautelari sottolinea che: «relativamente al Costa Vito è d’uopo richiamare l’attenzione sulle irregolarità di carattere amministrativo afferenti l’inosservanza delle normative in materia di fabbricazione di artifici pirotecnici, precedentemente contestate, nonché sui pregressi gravi incidenti occorsi nell’opificio; sicché possano intendersi condivise analoghe preoccupazioni in sede di valutazione circa la richiesta di irrogazione di misure cautelari personali». Ed il riferimento è al 15 luglio 2003, quando la licenza di “deposito e fabbricazione di fuochi artificiali della quale era titolare il Costa Vito veniva sospesa a seguito di un incendio sviluppatosi il 24 giugno 2003 all’interno dell’opificio, in un locale in cui erano detenuti involucri cartacei per il confezionamento dei giochi pirici». Si fa riferimento all’informativa del 25 giugno 2003 del Commissariato di Barcellona che parlava di “probabile causa accidentale dell’incendio (fiamme propagatesi al manufatto, provenienti da alcune sterpaglie che si erano incendiate in una campagna circostante) con la precisazione che la fabbrica in data 18 agosto 1998 era andata completamente distrutta a causa di un altro incendio le cui cause non furono mai compiutamente accertate». A causa di ciò, l’8 settembre 1998, la Prefettura di Messina sospese la licenza per la fabbricazione e vendita di fuochi artificiali e di polveri che allora era intestata al fratello di Vito Costa. Altre irregolarità furono riscontrate anche in seguito, nel 2008. Fonte: Gazzetta del Sud