23 Gennaio 2021 Giudiziaria

«Mandanti politici impuniti per le stragi dei primi anni ’90». Le mille pagine della sentenza “’Ndrangheta stragista”

Per le stragi che hanno insanguinato il Paese all’inizio degli anni novanta ci sarebbero anche «mandanti politici» rimasti impuniti. È il dato più rilevante che emerge dalle oltre mille pagine della sentenza “’Ndrangheta stragista” depositata dalla presidente della Corte d’Assise di Reggio Calabria, Ornella Pastore.

Su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri e dell’aggiunto Giuseppe Lombardo, lo scorso luglio il boss di Cosa nostra Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, considerato dalla Dda il referente della cosca Piromalli della ‘ndrangheta, sono stati condannati in primo grado all’ergastolo perché considerati i mandanti degli attentati ai carabinieri avvenuti tra il 1993 e il 1994, compreso l’agguato del 18 gennaio ‘94 in cui furono uccisi i militari dell’Arma Antonino Fava e Vincenzo Garofalo sulla Salerno-Reggio Calabria, nei pressi dello svincolo di Scilla.

«Non può affatto escludersi, anzi appare piuttosto assai probabile, – si afferma nella sentenza – che dietro tali avvenimenti vi fossero dei mandanti politici che, attraverso la strategia della tensione, volevano evitare l’avvento al potere delle sinistre, temuto anche dalle organizzazioni criminali, che erano riuscite con i precedenti referenti politici a godere di benefici e agevolazioni. Si può, quindi, affermare che in tale circostanza si era venuta a creare una sorta di convergenza di interessi tra vari settori che hanno sostenuto ideologicamente la strategia stragista di Cosa Nostra».

«Ciò che si ricava – scrivono ancora i giudici – è che dietro tutto ciò non vi sono state soltanto le organizzazioni criminali, ma anche tutta una serie di soggetti provenienti da differenti contesti (politici, massonici, servizi segreti), che hanno agito al fine di destabilizzare lo Stato per ottenere anche loro vantaggi di vario genere, approfittando anche di un momento di crisi dei partiti tradizionali». Soggetti rimasti nell’ombra e, proprio allo scopo di identificarli, la Corte d’Assise ha trasmesso alcuni atti del processo al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo perché continui a indagare su quello che, nella sentenza, è stato definito «un cinico piano di controllo del potere politico (fortunatamente fallito) nel quale sono confluite tendenze eversive anche di segno diverso (servizi segreti deviati) per effetto anche della contaminazione o evoluzione originata dall’inserimento della mafia siciliana e calabrese all’interno della massoneria».

Secondo la Corte d’Assise, inoltre, l’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo e la tentata strage allo Stadio Olimpico sarebbero avvenuti «in un momento in cui le organizzazioni criminali erano alla ricerca di nuovi e più affidabili referenti politici, disposti a scendere a patti con la mafia, che furono individuati nel neopartito Forza Italia di Silvio Berlusconi».

In merito all’incontro in via Veneto di cui parla il pentito Gaspare Spatuzza, secondo i giudici, «può ragionevolmente ritenersi che Graviano il 21 gennaio 1994 avesse avuto modo di colloquiare con il Dell’Utri che nello stesso giorno si trovava a Roma poco distante dal bar Doney».