IL SAGGIO: “E la Buona Scuola va alla guerra…” di Antonio Mazzeo

27 Gennaio 2021 Inchieste/Giudiziaria

Pubblichiamo l'introduzione al saggio di Antonio Mazzeo, militante pacifista e giornalista freelance, "Scuole armate e militarizzazione dell’istruzione in Italia", che può essere scaricato integralmente e gratuitamente da https://www.academia.edu/44978745/Scuole_armate_e_militarizzazione_dellistruzione_in_Italia

E la Buona Scuola va alla guerra…

Dove va la scuola italiana? Alla guerra… Contemporaneamente alla progressiva privatizzazione e precarizzazione del sistema educativo, si assiste ad un soffocante processo di militarizzazione delle istituzioni scolastiche e degli stessi contenuti culturali e formativi. Come accadeva ai tempi del fascismo, le scuole tornano ad essere caserme mentre le caserme si convertono in aule e palestre per formare lo studente-soldato votato all’obbedienza perpetua. Nelle scuole di ogni ordine e grado si sperimentano comportamenti, percorsi e curricula del tutto subalterni alle logiche di guerra e agli interessi politico-militari e geostrategici interalleati, complici innanzitutto i governi che si alternano alla guida del Paese, gli inamovibili burocrati del Ministero dell’Istruzione e i dirigenti reclutati ormai solo se rigidi osservanti del pensiero neoliberista e militarista imperante.

Gli esempi sono infiniti anche se del tutto sottovalutati dall’opinione pubblica e dagli stessi educatori ed insegnanti, per lo più disattenti o forse anche normalizzati dai disvalori imposti nella società italiana dalle dissennate logiche del mercato. Così accade che alle città d’arte, ai musei e ai siti archeologici, presidi e docenti preferiscano sempre più le visite alle basi Usa e Nato “ospitate” in Italia in barba alla Costituzione o quelle alle caserme, agli aeroporti, ai porti militari, alle installazioni radar e alle industrie belliche. Non c’è giorno che gli studenti non vengano chiamati ad assistere a cerimonie e parate militari, alzabandiera, conferimenti di onorificenze a presunti eroi di guerra. Ci sono poi le molteplici attività didattico-culturali affidate a generali e ammiragli docenti (dalla lettura ed interpretazione della Costituzione, all’educazione ambientale e alla salute, alla lotta alla droga e alla prevenzione dei comportamenti classificati come “devianti”, bullismo, cyberbullismo, ecc.); i cori e le bande di studenti e soldati; gli stage “formativi” su cacciabombardieri, carri armati, sottomarini e fregate di guerra; l’alternanza scuola-lavoro a fianco dei reparti d’élite delle forze armate o nelle aziende produttrici di armi di distruzione di massa. A ciò si aggiunge la progressiva trasformazione delle stesse strutture scolastiche a fini sicuritari con l’installazione di videocamere agli ingressi e nei corridoi e la proliferazione di dispositivi elettronici identificativi e di controllo sociale (tornelli ai portoni, l’obbligatorietà per studenti e docenti ad indossare badge, l’illegittima imposizione all’uso del rilevatore elettronico delle presenze del personale educativo, ecc.). In un vero e proprio clima di caccia alle streghe e criminalizzazione generale, questori e prefetti ordinano le incursioni delle forze di polizia all’interno delle aule con perquisizioni a tappeto e cani antidroga sguinzagliati a sniffare zaini, giacche e cappotti. Proliferano altresì i divieti di assemblea e delle attività autogestite degli studenti e i locali scolastici vengono dichiarati off-limits in orario pomeridiano, mentre viene minacciata l’azione penale e civile contro ogni forma di occupazione. A concorrere al rafforzamento del processo di militarizzazione del sistema scolastico l’approvazione di leggi che hanno conferito ai presidi poteri illimitati e istituzionalizzato gerarchizzazioni e discriminazioni tra gli insegnanti; la precarizzazione de iure e de facto della figura e delle funzioni del docente; il dilagante esautoramento degli organi collegiali; l’uso indiscriminato dei procedimenti amministrativi contro il personale della scuola disobbediente e il riconoscimento ai dirigenti di poter esercitare contestualmente il ruolo di inquirente, pubblico ministero e giudice nei contenziosi con i dipendenti.

In queste pagine ci limiteremo a descrivere le modalità con cui la scuola italiana sta abdicando alle sue funzioni educative e formative delle nuove generazioni: consentire alle forze armate di occupare ogni sfera della didattica per fini ideologici assolutamente in contrasto con i valori su cui si dovrebbe fondare la scuola pubblica significa violare la Costituzione e i principi fondamentali della difesa delle libertà, della democrazia, della giustizia sociale  e della pace. L’apertura di scuole e istituti al personale dei corpi armati dello Stato ha come fine la legittimazione sociale tra i giovani del militare quale pilastro portante della Repubblica (e di conseguenza della condivisione generale delle dispendiose e contraddittorie missioni internazionali, del sempre più asfissiante intervento dei reparti in attività di controllo dell’ordine pubblico e repressione, ecc.). Le forze politiche e le autorità militari proponenti del modello scuola-caserma non nascondono tuttavia finalità prettamente formative di quello che dovrà essere l’uomo e cittadino modello in un mondo sempre più segnato dalle incolmabili differenze redistributive della ricchezza e dalla guerra globale e permanente. Il 7 aprile 2016, nel corso di un incontro-dibattito all’aeroporto militare di Viterbo con oltre 500 studenti delle scuole della città, sempre Roberta Pinotti ha spiegato che “nell’addestramento dei nostri militari ci sono dei valori che sono davvero quelli di cui oggi abbiamo bisogno (…) La diffusione della cultura della Difesa tra i giovani è un mezzo fondamentale per far sviluppare nelle future generazioni un maggiore senso civico e una maggiore consapevolezza dei propri doveri…”.

Tutto ciò, in fondo, riproduce in ambito scolastico il “nuovo” modello con cui è interpretata in sede nazionale e Nato la cosiddetta “difesa”: un inestricabile network civile-militare (CIMIC in gergo bellico), dove spariscono differenze, metodologie e confini tra le attività e le operazioni nella sfera pubblica e sociale (con i primi a sparire ovviamente i “civili”) e dove è poi la stessa “sfera pubblica” ad essere sottoposta all’egemonia e al controllo dei militari e del “privato”.

Il processo di militarizzazione della sfera educativa-scolastica è un fenomeno che si è sviluppato con particolare energia nell’ultima decade, anche se in precedenza non erano mancate intese formali tra il Ministero dell’Istruzione e la Difesa. Nell’anno scolastico 2007-08, ad esempio, fu siglato nell’aula magna della Scuola Militare “Teulié” di Milano un protocollo tra l’Ufficio scolastico regionale e il Comando dell’Esercito della Lombardia che ha fatto un po’ da battistrada a successive collaborazioni scuola-forze armate. “L’accordo ha la finalità di far attecchire sensibilità, solidarietà e senso civico in una generazione problematica dal punto di vista educativo”, si legge nel protocollo. Nello specifico venivano proposte agli studenti cinque aree progettuali: la prima sulla solidarietà, tesa a “creare servizi e strutture per i ragazzi di lontane e più sfortunate nazioni”; seguiva l’area salute e benessere con i “consigli per uno stile di vita psico-fisico positivo”; quella civico-culturale finalizzata alla ricerca storica e a “stimolare la sensibilità verso i familiari di un caduto in missione di pace”; il training day, “competizione ginnico-militare” condotta da ufficiali dell’Esercito e dalle Associazioni d’Arma; infine l’orientamento per informare gli studenti sulle opportunità professionali nelle forze armate”. Bisogna comunque attendere il settembre 2014 perché la partnership tra istituzioni scolastiche e apparato militare venga formalizzata in ambito nazionale: le allora ministre all’Istruzione Stefania Giannini e alla Difesa Roberta Pinottifirmavano un Protocollo d’Intesa per favorire l’approfondimento della Costituzione italiana e dei principi della Dichiarazione universale dei diritti umani, in riferimento all’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione. I due dicasteri s’impegnavano a “sensibilizzare la porzione più giovane della popolazione su un tema così toccante quale è il centenario della 1^ Guerra Mondiale”, organizzando incontri e conferenze “durante le quali i militari, oltre a illustrare i fatti storici che la caratterizzarono, spiegheranno ai ragazzi il fondamentale ruolo delle Forze Armate a difesa della democrazia”. Istruzione e Difesa concordavano altresì di “attivare nelle scuole un focus sulla funzione centrale che la Cultura della Difesa ha svolto e continua a svolgere a favore della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese”. Con una circolare del 15 dicembre 2015, il MIUR elencava i percorsi progettuali da affidare alle forze armate contemplando quasi tutti i campi didattico-disciplinari: dalla storia alle scienze, dalle nuove tecnologie al diritto, dallo sport alla geografia politica, ecc..

Come abbiamo visto, l’accordo MIUR-FFAA enfatizzava il concetto di Cultura della Difesa, non nuovo in ambito militare e sicuritario, ma ignoto al mondo scolastico e della formazione. Per comprenderne in parte il significato bisogna andare al testo della legge n.124 del 2007 con cui sono stati “riformati” i servizi segreti. Tra gli obiettivi della nuova architettura d’intelligence nazionale viene specificato quello di “far crescere la consapevolezza per i temi dell’interesse nazionale, e della sua difesa, in tutte le declinazioni che esso assume di fronte alle sfide della globalizzazione e alle minacce transnazionali che arrivano dentro il sistema Paese mettendo a rischio la sua integrità patrimoniale e industriale, la sua competitività, la sicurezza delle sue infrastrutture e dei sistemi informativi”. In verità i riferimenti della legge sono alla Cultura della Sicurezza e l’organo preposto alla sua definizione è il nuovo Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), che sovrintende alle attività delle due agenzie d’intelligence, l’AISE per la “sicurezza esterna” e l’AISI per quella “interna”. “Il DIS deve essere in continuo contatto con il sistema educativo nazionale, dalle scuole superiori alle università, e con tutti coloro che si occupano a vario titolo di intelligence e contribuiscono alla creazione di una via nazionale per la diffusione della cultura della sicurezza”, specifica la legge n.124/2007. Nei fatti viene sancita la cooptazione del sistema scolastico e accademico all’interno degli apparati sicuritari e militari riproducendo il modello implementato in quei paesi che hanno fatto della guerra l’essenza stessa della propria esistenza (Israele, petromonarchie, ecc.).

Perché la Cultura della Difesa diventi argomento di analisi e confronto tra gli strateghi militari per poi essere assunto acriticamente dalla politica si è dovuto attendere qualche tempo. Con il secondo governo Conte e l’inedita coalizione Pd-M5S e partititi satelliti, per la diffusione della Cultura della Difesa e della Sicurezza è stato perfino delegato un sottosegretario di Stato, l’on. Angelo Tofalo, ingegnere progettista nei settori delle telecomunicazioni strategiche e della videosorveglianza e un master in Intelligence e Security alla Link Campus University di Roma. Con lo Stato maggiore della Difesa e il Segretariato generale della Direzione nazionale armamenti, il neoministro Lorenzo Guerini e il sottosegretario Tofalo hanno avviato un ciclo di conferenze itineranti per spiegare la Cultura della Difesa all’interno di università e centri di ricerca. “L’obiettivo è quello di facilitare i cittadini a comprendere i temi di interesse strategico per la Difesa, acquisire sistemi ed equipaggiamenti per le forze armate, valorizzare le capacità dell’industria nazionale e sostenere la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica”, spiega il Ministero. Si punta cioè ad estendere a tutte le fasce sociali e generazionali l’incondizionato consenso per le forze armate, le missioni di guerra internazionali e il complesso militare-industriale affinché i cittadini siano disponibili a sempre maggiori sacrifici in termini di tagli salariali e accesso ai servizi sociali. Tutto ciò con lo scopo d’indirizzare sempre più risorse finanziarie pubbliche alla produzione e all’acquisto di armi tecnologicamente avanzate. “Invito tutti ad essere attori di uno sforzo comune per far crescere la Cultura della Difesa e la consapevolezza del ruolo che riveste per il Sistema Paese”, ha dichiarato il ministro Guerini ad un recente convegno promosso dalle maggiori aziende aerospaziali e dal Centro Alti Studi della Difesa. “Dobbiamo intraprendere tutti gli sforzi necessari per avviare un percorso teso ad incrementare gli investimenti e allineare, progressivamente, il rapporto budget Difesa–PIL alla media degli altri Alleati europei. Le risorse destinate alla Difesa devono essere viste come uno straordinario volano economico”. La Cultura della Difesa assolve anche la funzione di sensibilizzare i cittadini sulle”minacce” onnicomprensive alla sicurezza, anche perché essi possano assolvere a compiti di controllo e vigilanza. Su chi e cosa l’ha spiegato lo Stato maggiore in un convegno del 23 gennaio 2020: “attori non militari (civili, operatori di agenzie governative e non, operatori dei mass media e combattenti regolari e irregolari); uso indiscriminato e terroristico di qualsiasi strumento di offesa da parte di soggetti non-statuali; sfruttamento della dimensione del cyberspazio; uso della propaganda tramite i new media per acquisire il controllo delle opinioni; possibile uso di armi CBRN (chimiche, biologiche, radiologiche, nucleari), ecc..

Con l’inizio del corrente anno scolastico, gli incontri per diffondere la Cultura della Difesa e i “valori delle forze armate” sono stati estesi a numerose scuole secondarie di primo e secondo grado, mentre sono sempre meno quelle che inseriscono qualsivoglia riferimento alla cultura della pace nei piani dell’offerta formativa. Un occhio di riguardo è riservato pure agli alunni delle primarie anche grazie modalità subdole e strumentali, come ad esempio quelle sperimentate all’ultima edizione del Festival dei Bambini, la kermesse culturale che accoglie a Firenze centinaia di scolaresche provenienti da tutta la Toscana. “Il Festival rappresenta un appuntamento importante per trasmettere ai bambini il senso della Cultura della Difesa, seppur in un contesto ludico e spensierato”, ha dichiarato il portavoce dell’Esercito. “Sono tante le iniziative che proponiamo per far conoscere le attività svolte ogni giorno dalle Forze armate a sostegno della collettività e con le quali misurarsi: dalla parete di roccia al percorso sportivo militare, dalla simulazione di atterraggio con elicottero all’apprendimento delle tecniche per maneggiare le sostanze pericolose. Nella sede dell’Istituto Geografico Militare, i più piccoli potranno cimentarsi con laboratori per apprendere il mestiere del Cartografo, provare l’emozione di sentirsi Comandante salendo sul simulatore di plancia di una nave della Marina militare, Pilota di Aeroplano  grazie al simulatore di volo dell’Aeronautica o diventare Carabiniere per un giorno con vere e proprie indagini sulla scena del crimine (…) Si potrà toccare con mano alcuni dei mezzi in dotazione alle Forze armate come il Lince dell’Esercito, un modernissimo battello della Marina, l’aereo MB339 dell’Aeronautica”. Un’intuizione pedagogica per rendere sempre meno visibile la linea di demarcazione tra i tradizionali giochi di guerra e la Guerra come gioco.

Continua…..

 

Le foto sono state scattate il 17 aprile 2018 nel cortile dell'istituto comprensivo Galatei-Cannizzaro, in occasione di un evento legato al progetto denominato "Esercito e Studenti Uniti nel Tricolore" per "promuovere tra i giovani il valore dell’identità nazionale" e in cui militari e studenti insieme hanno condiviso l’atto solenne della cerimonia dell’alzabandiera intonando il “Canto degli Italiani” alla presenza della banda della Brigata “Aosta”.

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