3 Febbraio 2021 Giudiziaria

TUTTE LE ACCUSE: Ecco perché la società di navigazione Caronte&Tourist è finita in amministrazione giudiziaria

di Enrico Di Giacomo – “Sussistono più che ‘sufficienti indizi’ della permeabilità della società Caronte&Tourist rispetto ad infiltrazioni della criminalità organizzata, nonché della agevolazione in favore di più soggetti legati alle locali cosche di ‘ndrangheta”.

È quanto scrive la presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, Ornella Pastore (Giuseppina Laura Candito e Giovanni Verardi gli altri due giudici), nel provvedimento con il quale è stata disposta l’amministrazione giudiziaria del colosso che ha un valore di mezzo miliardo di euro e che gestisce il traghettamento sullo Stretto di Messina.

Il provvedimento è stato eseguito stamattina dalla Dia coordinata dal procuratore Giovanni Bombardieri, dagli aggiunti Giuseppe Lombardo e Gaetano Paci e dai sostituti della Dda Stefano Musolino e Walter Ignazitto (la richiesta è dell’aprile dell’anno scorso).

Stando alle indagini, i portatori degli interessi della ‘ndrangheta agevolati dalla Caronte & Tourist (il cui capitale sociale è di 2.374.310 euro) sono l’imprenditore Domenico Passalaqua e Massimo Buda.

Da mero lavoratore nel piazzale, quest’ultimo ha fatto carriera. Secondo gli investigatori, è la “longa manus” di suo padre, il boss Santo Buda condannato a 14 anni e 8 mesi di carcere nel processo Sansone (che si è concluso da poco in Appello) ed esponente apicale dell’omonima cosca federata agli Imerti-Condello con un ruolo di assoluto rilievo nei territori di Campo Calabro, Villa San Giovanni e territori limitrofi. La pericolosità di Massimo Buda – scrivono gli inquirenti – “si è protratta sino a epoca recente nelle dinamiche aziendali della società Caronte & Tourist, attraverso il sistematico ricorso alla violenza e all’intimidazione”.

Le accuse a Passalacqua.

Passalacqua, invece, è un imprenditore che è stato condannato per mafia in via definitiva nel processo Meta, quale esponente della cosca Buda-Imerti, in “quanto imprenditore al servizio della cosca operante nel rispetto delle dinamiche oligopolistiche di tipo mafioso proprie degli imprenditori intranei ai circuiti mafiosi”. L’agevolazione garantita dalla Caronte a Passalacqua “si era manifestata sulla sua persona – è scritto nel provvedimento – in relazione alla sua assunzione (“é stato assunto grazie all’intercessione di Giuseppe Stracuzza, ex sindaco di Fiumara ed è vicino agli Imerti, ‘pezzo grosso’ della Caronte occupandosi delle biglietterie'”) ed alla successiva conservazione del rapporto di dipendenza nonostante la latitanza”.

In sostanza, non ha mai smesso di essere dipendente della società sia quando era sfuggito all’arresto sia nel periodo di detenzione. “L’agevolazione – scrivono i giudici – è giunta al punto da garantirgli la retribuzione senza farlo lavorare, sino all’ormai prossimo pensionamento”.

In una intercettazione Famiani, rivolgendosi a Repaci, gli suggerisce di “pagarlo a casa” dovendo andare in pensione a maggio. Repaci si trova d’accordo: “Questo pensavo pure io”.

Intercettazioni che “sono in contrasto con quanto detto da Vincenzo Franza, amministratore delegato, che nel spiegare la vicenda del dipendente Passalacqua, sottolineava come la società avesse tentato invano di licenziarlo durante la sua latitanza”.

Un riscontro alle dichiarazioni del pentito Cristiano si rinviene in alcune intercettazioni del 2016, quando Passalacqua, scarcerato dopo 5 anni di detenzione, chiede un incontro con Repaci per riprendere il servizio. Repaci ha qualche dubbio sulla possibilità che la sua riassunzione sia un diritto o meno.

“E’ evidente che la società in conseguenza alle pesanti accuse e alla condanna a 16 anni di Passalacqua, avrebbe certamente potuto invocare la giusta causa per l’immediato licenziamento”, scrivono i magistrati. Ma la società decide di non interrompere il rapporto di lavoro e gli assicura “un trattamento di favore”. Il 14 marzo 2016 Passalacqua incontra il dirigente dell’azienda Minuti e dopo un colloquio otteneva l’assunzione. Minuti rassicura Passalacqua di aver predisposto tutto per farlo rientrare e impegnarlo solo nei turni pomeridiani, “atteso che lui gli aveva detto che i turni notturni e di mattina erano pesanti”. Minuti conclude dicendo che dovrà contattare Saro Foti per i dettagli e che potrà beneficiare di oltre cinquanta giorni di ferie che gli toccano di diritto. Quindi gli consiglia di rientrare e poi andare in ferie.

Non solo: “Anche gli interessi economici di Passalacqua sono stati garantiti attraverso i servizi di somministrazione di cibi e bevande sugli imbarcaderi della Caronte&Tourist, garantiti alla Caap Service Srl”. Ma anche attraverso “i servizi di pulizia, disinfezione, disinfestazione, derattizzazione e sanificazioni forniti alla Cartone dal parte della Vep Services società cooperativa”.

L’AVVIO DELLE INDAGINI E LA ROTTURA DEL RAPPORTO CON LA CAAP SERVICE SRL. LE MICROSPIE SULL’AUTO DI VINCENZO FRANZA INDAGATO DI ASSOCIAZIONE MAFIOSA.

“Dopo aver appreso delle indagini della Procura – scrivono i magistrati – Caronte & Tourist decidevano di rescindere il rapporto contrattuale con la CAAP Service. In particolare accadeva che nell’aprile 2019, l’amministratore delegato di Caronte&Tourist Spa, Vincenzo Franza, rinveniva a bordo della sua autovettura le microspie collocate dalla polizia giudiziaria, su delega della Procura. Avendo acquisito contezza di essere sottoposto ad indagini, chiedeva tramite il suo difensore, di essere sottoposto ad interrogatorio, che avrà luogo il 21 maggio 2019, al seguito del quale Vincenzo Franza apprendeva la contestazione a suo carico del reato di cui all’art. 416 bis e l’oggetto delle investigazioni”.

Franza, nel corso all’interrogatorio, negava di essere a conoscenza delle infiltrazioni nella sua azienda di personaggi riconducibili alla ‘ndrangheta villese, asserendo di non conoscere i Buda e gli Imerti e di essere all’oscuro dei dettagli relativi agli appalti per la pulizia delle navi. Franza sosteneva di essersi limitato nel corso degli anni, a verificare l’incensuratezza dei soggetti assunti. “Emerge invece – scrivono i magistrati – dai colloqui intercettati, come sia il Franza che gli altri dirigenti della Caronte & Tourist fossero ben a conoscenza della personalità del Buda nonché dello spessore criminale di Passalacqua”.

“Non può certamente ritenersi frutto di una mera casualità – aggiungono gli inquirenti – il fatto che numerosi dipendenti, collaboratori, fornitori e partner appartenessero alle famiglie di ‘ndrangheta di Villa San Giovanni, tante volte assurte agli onori della cronaca giudiziaria”.

In ogni caso, soltanto una volta appresa dell’esistenza del predetto procedimento penale, “la società ha parzialmente modificato la natura delle proprie relazioni con detti soggetti”. Lo stesso legale di Vincenzo Franza, in una nota del marzo 2020, con la quale sollecita l’archiviazione, evidenzia come la società avrebbe avviato una ristrutturazione della policy aziendale, “adottando rigorose e centralizzate procedure di verifica e controllo del personale da assumere, delegando a Vincenzo Franza la responsabilità tecnica delle opere edili, e istituendo un rigido regolamento per il rilascio di biglietti e tessere gratuite”. Inoltre nella memoria si illustravano le modifiche nei quadri del management della Spa, per le dimissioni di Repaci e Famiani e l’inserimento nel Cda della Spa dell’ex questore e prefetto Giuffrè.

Misure che però non vengono ritenute adeguate dai magistrati perchè “innanzitutto il rapporto commerciale con la società CAAP è stato interrotto soltanto dal 31 marzo 2020, dopo aver mantenuto il rapporto con la ditta sequestrata e poi confiscata per oltre quattro anni…”. Poi per aver liquidato 400mila euro ai titolari della società, a titolo di indennizzo, nonostante avessero già assorbito tutte le maestranze. In una nota recentissima, del settembre 2020, la Dia di Reggio Calabria, scrive che “per le notizie in possesso di questo Centro Operativo, la catena di comando dei servizi operativi del gruppo Caronte&Tourist nello Stretto di Messina, è tuttora invariato rispetto alle precedenti acquisizioni investigative, poiché le direttive impartite da Calogero Famiani giungono, per il tramite di Placido Restuccia e Rosario Donato, a Massimo Buda, che oggi ha un incarico superiore rispetto a quello del recente passato”. Ne consegue che “nulla di significativo è intervenuto rispetto al passato e pertanto la società non ha inteso adottare le misure necessarie per contenere aspettative delle cosche”.

L’INCARICO ALL’EX QUESTORE GIUFFRE’ DA 50MILA EURO L’ANNO MA “SENZA NESSUNA RESPONSABILITA'”.

A Santi Giuffrè, già questore di Messina e Prefetto, viene attribuito il ruolo di garante della legalità oltre a quello di componente del Cda di Caronte & Tourist, sin dal giugno 2017, “nelle fasi in cui le scelte societarie risultavamo del tutto inidonee a scongiurare le infiltrazioni mafiose”. La nomina di Giuffrè è di Antonino Repaci, “ovvero da colui che è stato il regista delle strategie aziendali per più di un trentennio”, essendosi dimesso soltanto a seguito della misura cautelare per il reato di corruzione nel dicembre del 2019.

Indicativa dei rapporti tra i due è una conversazione intercorsa tra Repaci e Giuffrè nell’aprile del 2017, quando il primo preannunciava al secondo l’imminente designazione quale consigliere di amministrazione, “rappresentandogli come il suo ruolo, al di la’ della formale investitura e della cospicua retribuzione (‘penso che saranno 50 mila euro annui’), non avrebbe comportato alcuna responsabilità operativa (che evidentemente rimaneva in mano ad altri)”. Ecco alcuni passaggi della intercettazione: Giuffrè: “Ma queste cose cosa comportano”; Repaci: “Nulla. Una presenza… almeno due, tre volte l’anno. Una cosa di queste”; Repaci: “C’è un compenso…che non guasta mai…; Giuffrè: “E senza offesa… va bene allora”.

Nella memoria, sottolineano i giudici, “non viene fatto alcun riferimento ad un possibile avvio  di attività investigativa interna all’azienda volta a comprendere quali strutture ovvero quali organismi o persone non abbiano adeguatamente svolto il loro compito, ovvero abbiano deliberatamente agevolato gli interessi di soggetti pericolosi e sulla eventuale sostituzione dei soggetti responsabili”. Il riferimento è a Donato, Restuccia e Famiani, dirigenti aziendali che a tutt’oggi rivestono compiti di elevata responsabilità in seno all’azienda, che “erano a conoscenza della capacità di Buda di intimidire”. La presenza di Massimo Buda, secondo i riscontri della Dia, alla data del 24 settembre 2020 veniva annotata al Molo Norimberga. Lo stesso si qualificava come ‘capo scalo’, “a dimostrazione del fatto che continui a svolgere un ruolo di rilievo all’interno della società a dispetto di quanto emerso”.

Le accuse contro Massimo Buda.

Nei confronti di Massimo Buda, l’agevolazione si è manifestata con “la sua assunzione, con la rapida e brillante progressione di carriera, con la capacità di promuovere e gestire le nuove assunzioni e con la delega conferitagli per la risoluzione delle controversie tra i dipendenti o con i fornitori ovvero ancora con i clienti e con la concessione di biglietti omaggio da gestire per alimentare la percezione sociale del suo ruolo dominante nella Spa”.

“Risulta – scrivono i magistrati – dai colloqui intercettati che Massimo Buda era fortemente sponsorizzato dalla componente ‘reggina’ della società (Rosario Donato e Antonino Repaci), mentre la sua progressione in carriera era stata in un primo tempo osteggiata dai rappresentanti ‘messinesi’, cioè Vincenzo Franza, Olga Mondello e il dirigente Tiziano Minuti”.

Inoltre, “gli interessi economici di Massimo Buda – è scritto sempre nel provvedimento del Tribunale – sono stati agevolati in relazione alla fornitura dei servizi di disinfestazione e derattizzazione alla Caronte da parte della Carist di Teodoro Cristiano (suo cognato, ndr), nonché alla fornitura dei servizi di prenotazione per l’imbarco degli autotrasportatori, garantiti alla Cam service Srl”. “In realtà, – sostengono i giudici – l’agevolazione degli interessi del Passalacqua e del Buda non è che il riflesso specifico di una complessiva strumentalizzazione dell’impresa agli interessi della ‘ndrangheta (e in particolare della cosca Buda-Imerti) di cui anche i due citati sono portatori”.

Con il provvedimento di amministrazione giudiziaria della Caronte&Tourist, in sostanza, la Dda ha inteso bonificare e impermeabilizzare la struttura aziendale dal rischio di future ed ulteriori contaminazioni criminali ed interferenze mafiose. A Massimo Buda, infine, sono stati sequestrati beni per circa 800mila euro. Oltre a diverse disponibilità finanziarie, la Dia ha applicato i sigilli a due ditte individuali, 5 appezzamenti di terreno di cui uno edificabile, 2 appartamenti e un garage a Villa San Giovanni, un appartamento con box e piccolo vano cantinato a Lissone, in provincia di Monza e Brianza.

Due nuovi pentiti.

Come detto, nel provvedimento del Tribunale sono finiti anche i verbali di due nuovi pentiti, Giuseppe LiuzzoVincenzo Cristiano.

Giuseppe Liuzzo, in un interrogatorio al pm Lombardo, tra l’altro fa riferimento alla figura di Antonino Repaci, manager e uomo di fiducia di Amedeo Matacena senior, “il quale era solito occuparsi dei regali che la Caronte SPA era solita fare ai rappresentanti delle cosche”.

Secondo Liuzzo “sia il cavaliere Amedeo Matacena che l’omonimo figlio Amadeo avevano sempre avuto ‘un debole’ per la cosca Imerti, mentre Repaci, l’amministratore delegato, prediligeva la cosca Zito-Bertuca”.

Liuzzo spiega anche il sistema che regolava le assunzioni. “Si teneva conto del peso di ogni consorteria, un 35% venivano scritte perchè dovevano essere assunte 2 degli Alvaro, 2 degli Imerti, 2 dei De Stefano, 2 di qua, due di là…. Poi è capace che i Rosmini, o tramite i Campolo ne assumevano dieci, ne assumevano dodici. Quello era un altro discorso”. Senza contare le ulteriori opportunità offerte dall’indotto. “Le assunzioni erano tutte, la maggior parte al 50/60 % regolari. Le seguiva Repaci, le seguiva chi le doveva seguire…”. Liuzzo ha anche precisato di non aver intuito che anche dopo la fuoriuscita di Amedeo Matacena dalla società, “i legami con le ‘ndrine non erano stati recisi in quanto nessuno tra gli esponenti della locale ‘Ndrangheta aveva espresso lamentele…ed inoltre anche nella nuova fase al vertice dirigenziale della società era rimasto Antonino Repaci, quale segno di continuità della precedente gestione”. “Emerge dalle dichiarazioni di Liuzzo – scrivono i magistrati – come i vertici della società, definita dal collaboratore ‘la gallina dalle uova d’oro’, abbiano favorito prima alcuni esponenti di cosche reggine e in seguito esponenti appartenenti alle cosche operanti nel settore di Villa San Giovanni”.

Vincenzo Cristiano, il 3 maggio 2017 ha spiegato al pm Walter Ignazitto come la cosca Bertuca poteva attraversare gratuitamente lo Stretto. “Non abbiamo pagato, no mai… – dice il collaboratore di giustizia – non pagavamo perché avevamo il biglietto omaggio… Più che altro ce li ha la politica perché glieli mandano tutti i mesi… Il gruppo Caronte gli manda 50 biglietti alla politica e poi al sindaco e il sindaco poi li distribuisce ai vari assessori, 5, 10. Lo so perché me l’ha dato qualche volta il sindaco, qualche volta il presidente del consiglio, qualche volta qualche assessore… ma di più a me li ha dati il sindaco… Antonio Messina (l’ex sindaco di Villa San Giovanni, ndr). Ma avevano anche le tessere che erano di proprietà del Sindaco, pero’ la prestavano se dovevi andare e tornare, capito?”.

In un precedente verbale del 2016 il collaboratore rispondendo alle domande le procuratore Lombardo spiega come “a gestire le navi traghetto è il gruppo Imertiano, Buda-Imerti…”. Uno degli uomini indicato dal pentito come “delegato da Imerti per occuparsi della Caronte è Domenico Passalacqua”, vicino, a detta di Cristiano, a Repaci, l’ex amministratore delegato della Caronte. “Indicativo dei rapporti esistenti tra Passalacqua e Repaci il fatto che all’indomani della scarcerazione del primo e mentre era ancora in corso il processo a suo carico per associazione mafiosa, Repaci l’aveva accolto all’interno dell’azienda, garantendogli un turno di lavoro adeguato alle sue nuove esigenze. Tale accoglienza era avvenuta con un abbraccio particolarmente caloroso nel piazzale degli imbarcaderi dei traghetti”. Secondo il racconto del collaboratore, “Passalacqua faceva anche da collegamento con gli esponenti della famiglia Zito, figlio di Vincenzo capo dell’omonima ‘ndrina ed inoltre era entrato a far parte della gestione dei bar sui traghetti, secondo il collaboratore con la finalità si riciclaggio dei capitali di quella ‘ndrina”.

Vincenzo Cristiano, in un altro interrogatorio del 2017, fa riferimento a Repaci che avrebbe goduto della protezione delle cosche di Archi, “essendo egli residente in tale quartiere e la moglie era solita frequentare con Caterina Morabito (è stata anche la madrina della secondogenita di Rosita Caponera), moglie di Paolo Caponera, noto esponente della ‘ndrina De Stefano”. Ma poi precisa che “di Repaci si dice che è una persona per bene, seria e tutto…”.

Le pressioni della criminalità organizzata fin dai primi anni settanta.

Secondo quanto accertato dalla Dia, inquietanti pressioni criminali si verificano fin dalla fusione tra Caronte e Tourist. La Dia evidenza che l’inserimento da parte della famiglia Matacena nelle attività di traghettamento sulla rotta Villa-Messina veniva spiegato già nel 1984 in un memoriale fatto pervenire alla procura di Reggio Calabria ed attribuito ai detenuti Giuseppe Sanzone, Walter Alborghetti e Giuseppe Albanese.

Quest’ultimo, nel 1992, racconta come Matacena, nel 1970-71, riesce a venire con un accordo con il gruppo fascista di Zerbi, “in quanto costoro ritenevano Matacena un avversario per il suo passato, in quanto Matacena nell’ultimo periodo di resistenza in Italia uccise due soldati tedeschi. Messo da parte il rancore, i fascisti accettano il finanziamento di Matacena. In cambio Matacena si servi di loro per fare pressione su un gruppo di industriali che avevano impiantato con il dott. Leuzzi la società Caronte di Villa San Giovanni per i viaggianti che scendono per la costa tirrenica. Con questo nuovo servizio di Caronte, Matacena veniva a perdere sui profitti per mancanza di passeggeri…così impegnò le forze fasciste di Reggio Calabria e qualche mafioso a far pressioni ed intervenire con minacce sulla nuova società esistente, costringendoli ad una fusione della nuova società con quella di Matacena, che come guardia del corpo aveva degli italoamericani…”.

I legami di Amedeo Matacena con esponenti della criminalità organizzata dell’epoca vengono confermati anche dal collaboratore Giuseppe Albanese che descrive gli interessi del boss Bruno Campolo, collegato alla Caronte di Matacena in quanto era titolare di una ditta che svolgeva, tra l’altro, il servizio di biglietteria nell’approdo di Reggio Calabria ma gestiva anche il servizio bar-ristorazione a bordo delle navi Caronte Spa, “oggi svolto dal figlio di questi, Giuseppe Campolo, socio nonché presidente del Cda della società”. Campolo, assieme a Giuseppe Aquila (legati da rapporti di parentela), avevano assunto un ruolo sempre più importante all’interno della società Caronte. Aquila, addirittura, “da semplice barista della Caronte è riuscito, nel giro di pochi anni, ad assurgere alla carica di vice presidente della Provincia”. Anche un altro collaboratore, Giuseppe Scopelliti, racconta dei rapporti tra Amedeo Matacena jr e la famiglia mafiosa dei Rosmini. Ma anche altri collaboratori sono concordi nell’indicare in Matacena jr come l’uomo politico prescelto dalle cosche reggine e in Giuseppe Aquila il trait-d’union tra Matacena e le famiglie mafiose dei Rosmini e Serraino.

Le dichiarazioni di Bombardieri e Paci.

“Mi preme sottolineare che la misura dell’amministrazione giudiziaria presuppone che il titolare dell’azienda sia terzo rispetto ai soggetti pericolosi”, ha chiarito il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Bombardieri secondo cui “non si parla di controllo dell’azienda. Ove ci fosse stato un controllo, ben altre sarebbero state le misure da adottare. Qua non stiamo parlando di un sequestro finalizzato alla confisca ma di un’amministrazione giudiziaria svolta nell’interesse della stessa società per consentire di bonificare quelle situazioni che si sono verificate”. Per il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, “quello di oggi è sicuramente tra i più importanti provvedimenti di amministrazione giudiziaria che siano mai stati eseguiti in Italia”.

“La nostra attività – ribadisce il magistrato – ritengo debba estendersi per comprendere come opera nel nostro territorio l’indotto mafioso che non è mafia ma spesso e volentieri vive di mafia e beneficia delle sue logiche. Speriamo che quest’esperimento possa servire anche da modello per operazioni simili da svolgere in futuro beneficiando di tutti gli strumenti per noi indispensabili” nel contrasto alla ‘ndrangheta. “Le vicende della società che ha gestito il traghettamento sullo Stretto storicamente ha suscitato gli interessi mafiosi. – ha sottolineato il procuratore aggiunto Gaetano Paci – Quello che è stato focalizzato con il provvedimento di oggi è che questi interessi mafiosi nel tempo hanno trovato un radicamento attraverso lo sfruttamento delle capacità imprenditoriali della società. Nel fare questo si è tenuto conto del ruolo criminale di questi soggetti”.