5 Febbraio 2021 Giudiziaria

IL PENTITO MARIO MARCHESE, GLI ATTENTATI E LE ESTORSIONI ALLA CARONTE. I VERBALI RITROVATI

“Sussistono più che ‘sufficienti indizi’ della permeabilità della società Caronte&Tourist rispetto ad infiltrazioni della criminalità organizzata, nonché della agevolazione in favore di più soggetti legati alle locali cosche di ‘ndrangheta”. E poi: “Non può certamente ritenersi frutto di una mera casualità – aggiungono gli inquirenti – il fatto che numerosi dipendenti, collaboratori, fornitori e partner appartenessero alle famiglie di ‘ndrangheta di Villa San Giovanni, tante volte assurte agli onori della cronaca giudiziaria”.

È quanto scrive la presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, Ornella Pastore (Giuseppina Laura Candito e Giovanni Verardi gli altri due giudici), nel provvedimento con il quale è stata disposta l’amministrazione giudiziaria del colosso che ha un valore di mezzo miliardo di euro e che gestisce il traghettamento sullo Stretto di Messina.

Stando alle indagini, i portatori degli interessi della ‘ndrangheta agevolati dalla Caronte & Tourist (il cui capitale sociale è di 2.374.310 euro) sono l’imprenditore Domenico Passalaqua e Massimo Buda.

Da mero lavoratore nel piazzale, quest’ultimo ha fatto carriera. Secondo gli investigatori, è la “longa manus” di suo padre, il boss Santo Buda, condannato a 14 anni e 8 mesi di carcere nel processo Sansone (che si è concluso da poco in Appello) ed esponente apicale dell’omonima cosca federata agli Imerti-Condello con un ruolo di assoluto rilievo nei territori di Campo Calabro, Villa San Giovanni e territori limitrofi. La pericolosità di Massimo Buda – scrivono gli inquirenti – “si è protratta sino a epoca recente nelle dinamiche aziendali della società Caronte & Tourist, attraverso il sistematico ricorso alla violenza e all’intimidazione”.

Passalacqua, invece, è un imprenditore che è stato condannato per mafia in via definitiva nel processo Meta, quale esponente della cosca Buda-Imerti, in “quanto imprenditore al servizio della cosca operante nel rispetto delle dinamiche oligopolistiche di tipo mafioso proprie degli imprenditori intranei ai circuiti mafiosi”. L’agevolazione garantita dalla Caronte a Passalacqua “si era manifestata sulla sua persona – è scritto nel provvedimento – in relazione alla sua assunzione ed alla successiva conservazione del rapporto di dipendenza nonostante la latitanza”. In sostanza, non ha mai smesso di essere dipendente della società sia quando era sfuggito all’arresto sia nel periodo di detenzione. “L’agevolazione – scrivono i giudici – è giunta al punto da garantirgli la retribuzione senza farlo lavorare, sino all’ormai prossimo pensionamento”.

Ma già 30 anni fa i collaboratori di giustizia messinesi avevano raccontato ai magistrati di traghetti e mafia, di estorsioni e assunzioni, di attentati e protezioni.

Stampalibera ha ritrovato negli archivi di un settimanale d’inchiesta messinese dei primi anni novanta, L’Isola, un articolo di Antonio Mazzeo con le rivelazioni del collaboratore di giustizia Mario Marchese sul tentativo di alcuni anni prima di assoggettare le due società di traghettamento privato al pagamento del pizzo. Ma non solo…

di Antonio Mazzeo – Mezzo miliardo all’anno  versato nelle casse della ‘ndrangheta per assicurarsi la protezione. Una cifra enorme, una vera e propria manna dal cielo per le cosche calabresi. Provenienza il pozzo di San Patrizio del traghettamento privato sullo Stretto di Messina, un giro di affari di una ventina di miliardi, da sempre nelle mani delle famiglie degli armatori-finanzieri-costruttori Franza e Matacena. E’ quanto emerso dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Messina, a seguito delle rilevazioni del collaboratore di giustizia messinese Mario Marchese, per oltre un decennio a capo del clan di Giostra, che ha portato al rinvio a giudizio per il reato di estorsione dello stesso Marchese e di tre suoi affiliati, Carmelo Calafiore, Giuseppe De Domenico e Vincenzo Paratore, mentre dei reati di porto e detenzione di materiale esplosivo dovranno rispondere davanti al giudice i pregiudicati Giuseppe Amante, Giuseppe Cambria Scimone, Giovanni Venuto e Carmelo Ferrara, fratello dell’ex boss del Cep Sebastiano.

Nel corso di un interrogatorio dell’aprile ‘93, Marchese racconta di un suo tentativo di alcuni anni prima di assoggettare le due società di traghettamento privato al pagamento del pizzo. Onde intimidire gli armatori Franza e Matacena, l’allora boss di Giostra dava mandato nell’estate del 1986 a Carmelo Calafiore e a Giuseppe De Domenico di compiere un attentato dinamitardo nei confronti della due società, “giacchè i due amministratori Matacena e Franza, già da tempo erano stati assoggettati al pagamento del pizzo dalla ‘ndrangheta calabrese, nella persona del malavitoso di Archi (Rc), Paolo De Stefano”. La notte del 21 settembre veniva posizionata una carica di esplosivo da mina comunemente usato nelle cave sulla nave-traghetto ‘Caronte’, ancorata nella rada San Francesco. L’esplosione dell’ordigno causava ingenti danni alla fiancata dell’unità.  Qualche giorno dopo l’attentato una telefonata giungeva all’utenza dell’armatore Amedeo Matacena, titolare della ‘Caronte S.p.a’, già finanziatore a Reggio Calabria della rivolta nera dei ‘boia chi molla’ . “Se entro un paio di giorni non prepari un miliardo questa volta la bomba la mettiamo mentre la nave è in navigazione” spiegava minacciosamente l’anonimo interlocutore.

Presto si fecero vivi nella città dello Stretto i calabresi rappresentati dal boss Domenico Tegano, subentrato al De Stefano da poco assassinato in un agguato mafioso.  “Essi volevano individuare il gruppo malavitoso messinese che aveva organizzato l’attentato” racconta ai giudici Mario Marchese. “Davano così mandato a tale Piero Mancuso, assicuratore messinese con agenzia sita in via Risorgimento, alle spalle della Casa dello Studente”. Il Mancuso, titolare della Mercury e un passato da allenatore di calcio nella squadra dell’Indipendente di Furci Siculo, prese contatto con Antonino De Domenico, suo conoscente, da cui apprese che era stato proprio il gruppo del fratello Giuseppe a collocare la bomba sulla nave della Caronte. Fu fissato di conseguenza un incontro presso la sua agenzia di assicurazioni, a cui si recarono lo stesso Mario Marchese, i fratelli Antonio e Giuseppe De Domenico, e gli affiliati Salvatore Centorrino, Antonio Cambria Scimone e Claudio Ciraolo. “L’assicuratore” racconta il Marchese “al momento del nostro arrivo era in compagnia della figlia che, dopo le presentazioni fatte attraverso Antonino De Domenico, ci presentava e di altri impiegati”. Ottenuta da Mario Marchese la conferma sullla paternità dell’attentato, Piero Mancuso chiese di posticipare l’incontro al giorno successivo, in modo da invitare alcuni personaggi della ‘ndrangheta. In quella sede il Marchese fece la conoscenza di quattro malavitosi calabresi tutti appartenenti al clan De Stefano. “Uno di questi, il più autorevole, dal Mancuso mi veniva presentato col nome di Franco, l’unico con cui avvenne la discussione” aggiunge Mario Marchese. “Il Franco mi contestava il fatto di non aver anzitempo informato il loro gruppo circa le mie decisioni di far collocare una bomba a bordo della nave Caronte. Rispondevo che l’attentato era rivolto nei confronti dell’armatore messinese Franza e non del calabrese Matacena. L’interlocutore replicava soggiungendomi che anche il Franza, dal suo gruppo era da tempo assoggettato al pagamento del pizzo, in seguito ad accordi intercorsi con Gaetano Costa”. “Nella circostanza suddetta – continua Marchese – venivo informato che i due armatori, in atto, stavano pagando la somma di lire 500 milioni ciascuno annua oltre all’assunzione di loro amici e parenti”.

L’ex boss di Giostra aveva tempestivamente informato della sua intenzione di sottoporre ad estorsione il gruppo Franza, due uomini di punta della ricostituenda mafia messinese, Domenico Cavò, poi assassinato, e il giovane Luigi Sparacio. “Il Cavò, aveva al tempo allacciato una amicizia con Salvatore Pimpo ed unitamente a questi aveva deciso di incendiare gli uffici della ‘Caronte S.p.a’ antistanti gli imbarcaderi, dando mandato agli affiliati Antonino Caliò e Giovanni Paratore. Seppi dell’incendio direttamente dal Pimpo”. Agli atti delle forze dell’ordine non esiste denuncia di questo ulteriore attentato estorsivo, ma l’inchiesta seguita alle rivelazioni del Marchese ha individuaro un testimone oculare, il dirigente della ‘Caronte’ Antonino Cappello, che ha confermato che nel mese di agosto del 1987 alcuni malfattori, dopo aver cosparso di petrolio lo zerbino della porta d’ingresso degli uffici della società avevano appiccato il fuoco danneggiando lievemente alcuni  arredamenti. “Di tali fatti ho prontamente avvisato i miei superiori diretti i quali mi hanno sollecitato la sistemazione della porta d’ingresso, prontamente riparata nel giro di poche ore” ha raccontato Antonino Cappello. “Ricordo altresì che il dottor Repaci, segretario generale della società, mi disse di tenerlo informato di qualsiasi comunicazione avessimo eventualmente ricevuto a seguito dell’atto incendiario”.

I titolari delle società di navigazione preferirono darsi da fare autonomamente per ‘sanare’ il conflitto con il clan messinese. Mario Marchese dichiara di avere appreso dallo stesso Salvatore Pimpo che l’armatore Franza gli aveva pagato una tangente forfettaria di 15 milioni che aveva diviso a metà con il Cavò.  “E’ possibile che parte della quota spettante al Cavò per l’estorsione all’armatore Franza da quest’ultimo sono stati consegnati alla mia famiglia, senza nulla parteciparmi come era di regola nel nostro ambiente”. Il Marchese rivela ai giudici la sua ferma impressione che le dazioni plurimilionarie alla mafia da parte delle holding che hanno monopolizzato la navigazione dello Stretto, siano proseguite almeno sino ai primi anni novanta. “Ho appreso in carcere da Carmelo Laurendi di  Bagnara Calabra che negli ultimi tempi le estorsioni ai danni della Caronte, venivano operate dal clan ‘ndranghetista Imerti-Condello”.

Articolo pubblicato sul settimanale l’Isola, alla vigilia del processo per la tentata estorsione.