5 Febbraio 2021 Giudiziaria

‘Ndrangheta, in amministrazione giudiziaria società di navigazione Caronte

È la più grande azienda dello Stretto per fatturato e numero di dipendenti, ma per anni, se non decenni, ha finito per agevolare i clan con subappalti, commesse, assunzioni a richiesta. Per questo motivo la Caronte & Tourist, holding del mare che si occupa in regime di monopolio del traghettamento privato tra le sponde calabresi e siciliane dello Stretto, è da oggi in amministrazione giudiziaria.

Il provvedimento, chiesto e ottenuto dalla procura antimafia di Giovanni Bombardieri all’esito delle indagini della Dia coordinate dagli aggiunti Giuseppe Lombardo e Gaetano Paci e dai pm Walter Ignazzitto e Stefano Musolino, mette la società nelle mani degli amministratori, esautorando l’attuale governance per 6 mesi dalla gestione della società. Un colosso del valore di mezzo miliardo di euro e con un capitale sociale di quasi 2,4 milioni, detenuto dalla famiglia Matacena, che in dote ha portato la “Caronte” e dalla famiglia Franza, storica titolare della Tourist, e da un fondo inglese, di recente entrato nella compagine societaria, la Basalt Infrastructure partners, cui farebbero capo diverse società di navigazione.

“Non parliamo di controllo dell’azienda da parte dei clan, ma dell’agevolazione che i clan hanno avuto grazie ai servizi di cui si sono appropriati. Questo provvedimento è mirato a bonificare la società dall’inquinamento della ‘ndrangheta ed è una forma di tutela –  sottolinea il procuratore capo Giovanni Bombardieri – per l’economia del comprensorio”. Lo strumento, aggiunge il procuratore aggiunto Lombardo è “l’articolo 34 del nuovo codice antimafia, che serve esattamente a questo, a ripulire. E non si può che concordare con quanto i giudici specificano nel provvedimento, sottolineando come altri strumenti allo stato siano inutili per un’efficace opera di bonifica”.

Con Caronte – emerge dalle carte – i clan hanno banchettato e dalle indagini emerge “la permeabilità della società Spa rispetto ad infiltrazioni della criminalità organizzata, nonché l’agevolazione garantita in favore di più soggetti legati alle locali articolazioni di ‘ndrangheta”. E che i clan avessero interessi e contatti nella società è dato emerso in innumerevoli inchieste, a partire da quella sulla latitanza dell’ex deputato Amedeo Matacena, tuttora latitante a Dubai, che delle sue quote in società si è disfatto poco prima di darsi alla fuga all’estero per dribblare una condanna definitiva per concorso esterno come referente politico del clan Rosmini. Più di recente sono state invece le indagini Sansone e Cenide a mostrare come i clan avessero porte aperte e facoltà di controllo su servizi ed assunzioni all’interno della società. Dati confermati anche da diversi pentiti, come Vincenzo Cristiano e il boss imprenditore Giuseppe Liuzzo.

È lui a mettere a verbale che i rapporti della famiglia Matacena con i clan sono antichi, risalgono ai tempi del patron e fondatore Amedeo Matacena senior, “il Cavaliere”. Il suo tramite? Il boss Bruno Campolo che “ha i rapporti con Araniti e con i De Stefano … Perché a quei tempi quelli che contavano erano gli Araniti e i De Stefano”. Legami che si sarebbero mantenuti negli anni a venire, perché “La Caronte era la società, la gallina dalle uova d’oro. Quindi, in poche parole, Matacena per come la posso vedere io, essendo che avevano il Cavaliere e la mamma, avevano le loro amicizie, nel momento in cui sono usciti i collaboratori di giustizia (..) si sono resi conto che venivano toccati. Quindi si sono buttati le basi all’estero nel momento non del sospetto”. Ed è sempre Liuzzo a spiegare il manuale Cencelli delle assunzioni di ‘ndrangheta “c’erano i Buda… che avevano le loro persone inserite (…) Le assunzioni erano tutte, la maggior parte al 50/60 % regolari. Le seguiva Repaci, le seguiva chi le doveva seguire. Un 35% venivano scritte perché dovevano essere assunte 2 degli Alvaro, 2 degli Imerti, 2 dei De Stefano, 2 di qua, due di là. Poi è capace che i Rosmini, o tramite i Campolo ne assumevano dieci, ne assumevano dodici. Quello era un altro discorso”. Perché ai Campolo prima e ai Passalacqua poi i Matacena hanno sempre concesso “la gestione di tutti i bar della Caronte, era un business”.

“La società che ha gestito il traghettamento sullo Stretto storicamente ha suscitato gli interessi mafiosi – sintetizza  il procuratore aggiunto Gaetano Paci -. Quello che è stato focalizzato con il provvedimento di oggi è che questi interessi mafiosi nel tempo hanno trovato un radicamento attraverso lo sfruttamento delle capacità imprenditoriali della società”. Durato fino ad oggi.

A Massimo Buda, figlio di Santo, di recente condannato a 14 anni e 8 mesi in appello come reggente dell’omonimo clan di Villa San Giovanni, e Domenico Passalacqua, condannato per associazione mafiosa, non solo era stata garantita un’assunzione. Ai due facevano direttamente o indirettamente capo una serie di imprese che per Caronte&Tourist gestivano servizi di varia natura, dalla ristorazione alla pulizia.

In più, la società era diventata una sorte di ufficio di collocamento dei clan. A gestire le assunzioni, come le controversie con dipendenti e fornitori, come la distribuzione di biglietti e attraversamenti gratuiti era Massimo Buda, entrato da dipendente di infimo livello e protagonista di una fulminea quanto inspiegabile progressione di carriera. Per i giudici, a lui sono anche finite in mano disinfezione e derattizzazione, assegnate alla Carist, e i servizi di prenotazione per l’imbarco degli autotrasportatori affidati alla Cam service.  Nei suoi confronti, la sezione Misure di prevenzione del personale ha disposto un sequestro beni del valore di 800mila euro, fra cui due ditte, 5 terreni di cui uno edificabile, due appartamenti ed un garage a Villa San Giovanni, un appartamento a Lissone, in provincia di Milano, più diverse disponibilità finanziarie.

Passalacqua invece si è invece dovuto “accontentare” di uno stipendio da bigliettaio, ma che gli è stato regolarmente versato anche durante latitanza e detenzione. In più a lui sono finiti tutti i servizi di ristorazione assegnati alla Caap service e quelli di disinfestazione, derattizzazione e sanificazione fomiti alla Caronte & Tourist Spa da parte della V.E.P. Services Soc. Coop, con contratti in essere fino a non molti mesi fa.

Ma non si tratta di favori personali. Appalti, commesse e assunzioni non servivano per agevolare i singoli. Per i giudici, le agevolazioni ottenute da Buda e Passalacqua non sono che “il riflesso specifico di una complessiva strumentalizzazione dell’impresa agli interessi della ‘Ndrangheta (in particolare, ma non solo, della sua articolazione territoriale nota come cosca Buda-Imerti) di cui anche i due citati sono portatori”. E si tratta – specificano- “di infiltrazione da ritenersi attuale, atteso che, come già accennato non appare pienamente convincente il percorso seguito dalla società né possono essere positivamente valutate le terapie interne, adottate dall’impresa, al fine cli contenere il pericolo cli reiterazione nelle precedenti condotte agevolative”. Traduzione, generici protocolli di legalità non bastano, per bonificare la società dai clan devono intervenire gli amministratori individuati dallo Stato.