6 Febbraio 2021 Giudiziaria

MINO PECORELLI E I TRAGHETTI PRIVATI NELLO STRETTO DI MESSINA. L’OMBRA DELLA MAFIA IN UN’INCHIESTA CHE NON FU MAI PUBBLICATA

E’ dei giorni scorsi il provvedimento della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, con il quale è stata disposta l’amministrazione giudiziaria (per 6 mesi) della società di navigazione Caronte, il colosso dal valore di mezzo miliardo di euro e con un capitale sociale di quasi 2,4 milioni, che gestisce il traghettamento sullo Stretto di Messina, accusato di agevolare per anni, se non decenni, i clan con subappalti, commesse, assunzioni a richiesta. “Non parliamo di controllo dell’azienda da parte dei clan, ma dell’agevolazione che i clan hanno avuto grazie ai servizi di cui si sono appropriati. Questo provvedimento è mirato a bonificare la società dall’inquinamento della ‘ndrangheta ed è una forma di tutela –  sottolinea il procuratore capo Giovanni Bombardieri – per l’economia del comprensorio”.

Stampalibera sta cercando di approfondire l’argomento attraverso la pubblicazione di alcuni articoli ritrovati negli archivi di un settimanale d’inchiesta messinese dei primi anni novanta, L’Isola, che già si era interessato ai fatti che sono tornati, di recente, di attualità. L’ articolo che riproponiamo oggi, di Antonio Mazzeo, mostra un documento eccezionale. Si tratta della deposizione del collaboratore della rivista OP Paolo Patrizi al giudice Domenico Sica, due giorni dopo l’omicidio, in cui si fa riferimento agli articoli previsti per l’ultimo numero del settimanale. “La previsione era la seguente”, racconta Patrizi. “Un pezzo principale che doveva giungere da Milano, di cui ignoro il soggetto; un articolo sul voto degli emigrati; tre pagine sui traghetti di Messina (accuse dei marittimi alla mafia di manovre per favorire i traghetti privati), ecc.”….

di Antonio Mazzeo – C’è un documento allegato agli atti del processo di Perugia sull’omicidio del giornalista Mino Pecorelli che avrebbe meritato maggiore attenzione da parte degli organi di stampa locali e nazionali. Si tratta della deposizione del collaboratore della rivista OP Paolo Patrizi al giudice Domenico Sica, due giorni dopo l’omicidio, in cui si fa riferimento agli articoli previsti per l’ultimo numero del settimanale. “La previsione era la seguente” racconta Patrizi. “Un pezzo principale che doveva giungere da Milano, di cui ignoro il soggetto; un articolo sul voto degli emigrati; tre pagine sui traghetti di Messina (accuse dei marittimi alla mafia di manovre per favorire i traghetti privati), ecc.”.

Sparita l’inchiesta misteriosa che avrebbe segnato la morte di Pecorelli, giudici e teste ignorano anche il contenuto degli altri articoli della rivista che non andò mai in tipografia, compreso quello su mafia e traghetti nello Stretto. Forse un accenno ai finanziamenti del titolare della ‘Caronte’ Amedeo Matacena ai neofascisti in odor di ‘ndrangheta protagonisti della rivolta reggina dei ‘Boia chi molla’? O la segnalazione che tale Giuseppe Franza “ingegnere” (‘omonimo’ del patron della Tourist?) si era affiliato al Centro Sociologico italiano, la superloggia massonica palermitana di via Roma 391 zeppa di imprenditori e mafiosi? Impossibile a dirsi sino a quando l’articolista coperto di Messina non riterrà di riportare alla luce le bozze dell’inchiesta.

Certamente sorprende che alla vicenda traghetti OP arrivi a dedicare ben tre pagine, un taglio insolito per un settimanale in cui gli articoli non superavano di norma le tre colonne.

Da un’attenta lettura dei numeri di OP precedenti alla morte di Mino Pecorelli è possibile poi individuare due dati inquietanti.

Il primo è che la rivista dedicava a Messina almeno un articolo a numero, segno che in città qualcuno (giornalista? agente segreto?) inviava una corrispondenza fissa.

Il secondo è che all’affaire traghetti privati, Pecorelli aveva già dedicato dei pezzi ‘tutto pepe’. “Questo traghetto non s’ha da fare” è il titolo di un articolo comparso il 19-9-78: si accenna agli affari miliardari delle società private, la ‘Caronte’ di Reggio Calabria e la ‘Tourist’ di Messina, e al progressivo smantellamento dei traghetti FS.

“Mentre le società private incrementono il proprio fatturato” scrive OP “l’azienda di stato mostra un crescente disinteresse per il settore”. “Il mancato sviluppo della flotta di stato” conclude il settimanale “sembra avere il placet e la benedizione del binomio Gullotti-Merlino”, i due potenti esponenti della Dc messinese, ministro per tutti i governi il primo, ex sindaco della città dello Stretto il secondo. I due politici non erano poi del tutto estranei agli interessi delle famiglie degli armatori. “Merlino lo ritroviamo, padrino, al varo della ‘Helga’, una motonave della Tourist. Alla moglie dell’allora sottosegretario democristiano agli interni Gullotti, toccò invece il ruolo di madrina al battesimo della ‘Caronte’, motonave della omonima società. Come dire: quando il ‘pubblico’ viene in soccorso al ‘privato’”.

OP torna sulla vicenda traghetti privati altre volte: il 30 maggio e il 19 settembre 1978, il 16 gennaio 1979. Il ritornello è sempre lo stesso: Gullotti “cucina il ponte sullo Stretto”, cioè “ritarda” ogni scelta sulla megaopera, “perchè essa viene ad intralciare i piani e gli interessi delle compagnie di navigazione private che hanno come protettore S. Nino”. “L’on. Gullotti” spiega con una stoccata il misterioso estensore dei pezzi “non sarebbe soltanto un abile uomo politico, ma avrebbe anche il fiuto degli affari, tanto che si sarebbe unito all’ing. Giuseppe Merlino e all’ing. Franza nella costruzione di grandi complessi edilizi e nella redditizia gestione delle navi della Tourist”. Morale della favola i traghetti privati son sempre lì: Tourist e Caronte sfidano le ire dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (l’”Antitrust” di Giuliano Amato) e tirano e mollano con gli enti locali approdi e varianti prg. Intanto si spartiscono i 110 miliardi di fatturato l’anno…

QUANDO OP SPARAVA SU GULLOTTI

Che attenzione quella del settimanale di Pecorelli per i piccoli e grandi scandali della Messina anni settanta! E quante allusioni e violenti attacchi per il Gullotti star emergente degli altalenanti governi di quel decennio. OP non perdonava al “bell’Antonio di Messina” le umili origini, gli anni passati da aiuto cuoco alle dipendenze dell’amministrazione provinciale, la non certo brillante carriera universitaria, l’inevitabile bocciatura agli esami per procuratore legale. Però gli riconosceva poliedriche competenze in quasi tutti i settori dell’amministrazione pubblica, più che sufficienti a saltare dalla gestione dei Lavori Pubblici a quella delle Poste e Telecomunicazioni. A mezze frasi Pecorelli giungeva perfino a sussurrare che la conferma a ministro del dc siciliano nel governo Andreotti di unità nazionale, più che all’amicizia con il leader Rumor, era legata a un progetto per la realizzazione di un grandioso complesso immobiliare nel quartiere di Roma-Eur, artefice un intimo amico di Gullotti, il palermitano Mario Zappalà.

Dell’aiuto cuoco messinese, il giornalista di OP amava elencare i ‘piatti’ più riusciti, primo fra tutti il ‘pasticcio alla Isab di Melilli’: una ricetta fatta da decine di tangenti distribuite dai gruppi d’imprenditori del nord Cameli e Garrone ai leader siciliani di quasi tutti i partiti di maggioranza e di opposizione per realizzare uno dei complessi più inquinanti di tutto il Mediterraneo. Il conto di Gullotti, saldato nel 1971, sarebbe stato di ‘soli’ sei milioni.

Gli occhi di OP puntarono ai tanti affari dell’enoturage del ministro ‘chef’ ai lavori pubblici: innanzitutto quelli garantiti dal chiacchierato capogabinetto Giovannino Torregrossa, “grande esperto in materia di collaudi e revisioni prezzi”. Era il caso dell’”olio Sasso”, quello raccolto dalla “spremitura” del piano particolareggiato del traforo del Gran Sasso: valore circa un miliardo e mezzo. Il binomio vincente Torregrossa-Gullotti si sarebbe ripetuto dopo il trasferimento di quest’ultimo ai meno redditizi impegni alle Poste: il fido Giovannino lo seguì infatti con altri 21 consiglieri personali a “timbrare bustarelle”. E di Gullotti Pt, l’inflessibile OP ne ricorderà le assunzioni clientelari, il sospetto avallo agli ingiustificati aumenti delle tariffe telefoniche da parte della Sip, il lassismo nel far precipitare nella totale inefficienza l’intero sistema postale italiano. Il ministro era braccato in ogni suo passo, anche quando si recava in Australia a inaugurare misteriosi uffici di rappresentanza. O quando, in piena estate ‘78, veniva sorpreso da un attento informatore in un noto ristorante di Roma mentre a una riunione di corrente indicava la ‘pista nera’ per il rapimento Moro. “Le brigate rosse non è detto che siano rosse, anzi parrebbero più nere che rosse”, dichiarava Gullotti sorprendendo i commensali. Pecorelli, sempre attento a tutto ciò che si muoveva attorno all’oscura vicenda dell’uccisione dello statista democristiamno, annotava in neretto la sibillina affermazione. Forse Gullotti sapeva….

Quel pranzo segnava il trasferimento di don Nino nelle file di Forze Nuove del piemontese Donat-Cattin. La nuova militanza coincideva con un sorprendente attivismo: Pecorelli lo spiava in decine d’iniziative in tutta Italia indette “per minare la posizione del segretario nazionale della Dc Zaccagnini, indicato tra i principali candidati alla Presidenza della Repubblica”. A questo scopo Gullotti avrebbe perfino stretto intese sotterranee con alcuni leader comunisti. Padrino della sua adesione a Forze Nuove Giulio Andreotti, intenzionato a destabilizzare gli equilibri interni alla Dc in vista di una sempre più probabile formazione di un governo a partecipazione Pci. Nulla più dei classici giochi di potere scudocrociati, conditi però da un’analogia importante che ci rimanda alle carte del venerabile Licio Gelli: tra gli obiettivi strategici della P2 c’era proprio quello di eliminare o comunque rendere innocuo il duo Moro-Zaccagni. A Moro ci pensarono le Br, a Zaccagnini Andreotti e Gullotti. E ad Andreotti e Gullotti, Licio Gelli sperava di affidare la “riforma” della Dc in vista della seconda Repubblica annunciata dal Piano di Rinascita Democratica.

E DIETRO GULLOTTI MAGO MERLINO E I SALTIMBANCHI DELLO STRETTO

Gullotti, il Verre affarista di una provincia del sud. E con lui, almeno sino alla rottura di fine anni settanta, l’ex sindaco Pino Merlino poi assessore regionale al Turismo, l’ultimo scomparso tra gli andreottiani di Sicilia. A quel “figlio di un pover uomo che andava in giro per la città per poter vendere libri a rate”, OP non perdonava di essere divenuto possessore di un imponente patrimonio immobiliare. Ci si chiedeva da dove provenisse tale fortuna e se ne ricostruiva l’ascesa sino ai vertici della politica messinese e della Banca del Sud. Per raccontare gli amori di “mago Merlino e di fatina Zucchet”, la vicenda giudiziaria della realizzazione dell’inceneritore sorto a San Ranieri, la zona falcata a qualche centinaio di metri dal cuore della città, il settimanale romano pubblicò un lungo racconto a puntate. Fu analizzato tutto: l’assegnazione dell’appalto alla Zucchet grazie a una gara “ingegnata per favorire la società di Milano”, i cospicui finanziamenti ottenuti dal Banco di Sicilia nonostante le “ignote garanzie fornite dall’impresa”; gli ingenti guadagni lucrati a danno dell’amministrazione comunale. Merlino venne inoltre chiamato in causa per le assunzioni dei centinaia di impiegati comunali “immeritatamente dichiarati invalidi civili” e per il pessimo rifacimento delle strade cittadine “eseguito per procura, cioè per conto di una signora, moglie di un amministratore comunale che doveva restare nell’ombra”.

Non restarono fuori dalle pagine di OP gli scandali dell’acquedotto del Bufardo, degli appalti dell’Iacp e del consorzio di cooperative ‘Casa Nostra’. Su quest’ultima vicenda, il settimanale rivelò che la cooperativa non aveva sino ad allora ottenuto il finanziamento indispensabile per l’assegnazione dell’area di Tremonti, ma solo un impegno in tal senso tramite una semplice lettera ministeriale, firmata dal solito Gullotti. Partirono i lavori per gli alloggi, appalto alla Sicis di Bagheria, società vicina a Leonardo Greco capomandamento del centro palermitano. Tremonti oggi è tutta una frana: un affare per pochi, la beffa per centinaia di famiglie…

Tanto per restare in casa scudocrociata, una bella tirata d’orecchio Pecorelli la riservò all’uomo del rinnovamento dc Giuseppe Campione, futuro presidente della Regione, i cui unici meriti riconosciuti sarebbero stati l’amicizia con alcuni notabili comunisti e la “particolare abilità nel saper trovare giustificazioni ‘tecniche’ a tutte le speculazioni politico-economiche di Messina e dintorni”. Qualche stoccata agli odiati demonazionali siciliani, primo fra tutti “il barone per eccellenza dell’Università di Messina on. Saverio D’Aquino, ormai conosciuto come democristiano di complemento e, sotto certi aspetti, come luogotenente dello stesso ministro postale Gullotti”. Su D’Aquino però, Pecorelli fu pessimo profeta. Alla vigilia delle politiche del ‘79 pubblicò la notizia di una mancata riproposizione della sua candidatura. D’Aquino invece passò al Pli per intraprendere negli anni ottanta una lunga carriera di sottosegretario di Stato. Azzecato invece lo ‘scoop’ sull’abbandono del seggio senatoriale da parte dell’editore Umberto Bonino, “vero saltimbanco della politica” a favore del Dc Nino Calarco, direttore del quotidiano di proprietà (la ‘Gazzetta del Sud’), oggi presidente della società per il ponte sullo Stretto.

Sulla ventilata candidatura nelle file del Pci del giudice Elio Risicato, eroe dell’era di pretangentopoli, fu guerra totale. Eppure c’era stata tanta ammirazione per le sue inchieste contro l’amministrazione Merlino e sui ‘traghetti d’oro’ del duo Goia-Russotti. Era il numero del 27 febbraio del 1979. In un articolo dal titolo “Assalto al parlamento del pretore-sceriffo” si puntava il dito su una ‘cena di lavoro’ con l’allora presidente comunista all’Ars Pancrazio De Pasquale in cui Risicato sarebbe stato “preferito” allo stato maggiore del Pci locale: l’”imbranato” Bisignani (deputato uscente poi segretario provinciale di Rifondazione comunista), l’”anemico” Bolognari (oggi alla guida del comune di Taormina), la “cortilesca” Bottari (già segretaria regionale Pds). Un mese dopo OP tornava sul tema. “Risicato inganna l’attesa”. Si accennava alle smentite del giudice, visibilmente contrariato, di volersi buttare in politica. Eppure l’articolo del 27 febbraio era rimasto del tutto ignoto ai messinesi, in quanto, preventivamente, qualcuno aveva fatto sparire dalle edicole della città tutte le copie del settimanale regolarmente spedite. La candidatura di Risicato fu comunque ‘bruciata’. Il Pci messinese si ricompose attorno ad Angela Bottari che alle politiche staccò il biglietto per Montecitorio. Al ‘giudice-sceriffo’ non restò che aspettare le Regionali del 1981 per il seggio a Palazzo dei Normanni.

Quel pezzo sulla lunga “attesa” di Elio Risicato fu pubblicato nel numero che precedette l’omicidio di Pecorelli. Accanto ad esso, con tanto di cornice in neretto, c’era pure un articolo sull’immancabile Gullotti. Si riferiva al cosiddetto ‘golpe maltese’. Il 12 marzo del 1979, il ministro messinese alle Poste, aveva sottoscritto un accordo con il responsabile del Sovrano Ordine Militare di Malta, Bernando Combi di Cesana, che riconosceva da parte italiana validità postale alle emissioni filateliche di quell’ordine cavalleresco. Un affare per l’Ordine di Malta che Op valutava intorno ai duecento miliardi, ordito ai danni dell’erario italiano, di San Marino e del Vaticano. Illustri i cavalieri che a quel tempo rivestivano le insegne del SOMM: i direttori della Cia William Casey e John McConne e i piduisti Torrisi, Allavena, Santovito e Grassini, gli uomini ai vertici delle forze armate e dei sevizi segreti italiani…

Articolo pubblicato sul settimanale d’inchiesta L’Isola