Rischio contagi Covid nelle scuole italiane? Mandiamoci le Forze armate…

di Antonio Mazzeo - Inutile prendersi in giro. Stato e Regioni non intendono investire un euro per mettere a disposizione degli istituti scolastici medici e infermieri per monitorare i possibili rischi di contagio da Covid-19 tra gli studenti e gli insegnanti e consentire attività didattiche in presenza più regolari e più sicure. Che fare dunque? La proposta più gettonata al vaglio dell’esecutivo Draghi è quella di istituire task force di medici militari per il pronto intervento in caso di focolai nelle scuole di ogni ordine a grado. Così, dopo i controlli dell’esercito davanti agli ingressi degli istituti per impedire gli assembramenti di genitori e alunni, ecco ancora una misura funzionale al processo di militarizzazione della sanità e del sistema educativo-scolastico.

Autore della proposta di impiegare nelle scuole i militari con le stellette il dottore Agostino Miozzo, da un anno coordinatore del Comitato tecnico scientifico (Cts) della Presidenza del Consiglio. Sollecitato dal neoministro dell’istruzione, l’economista Patrizio Bianchi, Miozzo ha spiegato che il migliore supporto della Protezione Civile per non chiudere le scuole potrebbero essere le “unità mobili” con le forze armate, in grado di offrire sempre una forte specializzazione medica. Come anticipato dal quotidiano la Repubblica e daOggiscuola.com, il coordinatore del Cts avrebbe illustrato al ministro Bianchi i punti chiave del piano strategico da varare prima che esploda la terza ondata della pandemia. “Con le nuove varianti c’è il sensato rischio che si riapra un ciclo di chiusure degli istituti scolastici”, ha dichiarato Agostino Miozzo. E data l’impossibilità (leggi: lo scarso impegno) di impiegare in tempi rapidi i medici delle Asl per i controlli anti-Covid, ecco allora essere “più efficace allestire unità mobili di pronto intervento sanitari della Protezione civile e dell’Esercito, capaci di intervenire nella stessa mattinata nell’edificio scolastico dove si segnala un cluster di coronavirus per identificarlo, circoscriverlo e avviare in tempi immediati i tamponi necessari per dare certezze a studenti e docenti e non chiudere l’intera struttura scolastica”. Insomma una task force per tamponare, distanziare e contenere, riproducendo nelle scuole le strategie CIMIC (cioè civile-militare) adottate in tutti gli scenari di conflitto bellico, con la Protezione civile sempre meno civile e più militare, autoritaria, gerarchizzata e centralizzata.

L’idea di disporre di medici e infermieri con le stellette per effettuare tamponi rapidi in caso di focolai nelle scuole, non è nuova. Nel corso di un’intervista all’agenzia Dire, il 7 novembre 2020, ancora Agostino Miozzo aveva dichiarato che “le scuole rappresentano un rischio calcolato e monitorato” e che ne andava assolutamente evitata la chiusura “in un contesto dove non ci sia un vero lockdown”. “Nelle ore scolastiche gli studenti e i professori sono obbligati a seguire dei comportamenti”, aveva aggiunto il coordinatore del Comitato tecnico scientifico. “I rischi sono indubbiamente maggiori all’esterno, prima e dopo la scuola, perché è fuori la scuola che le comunicazioni sono superflue, superficiali e viziate dai social media. Per garantire alla scuola di funzionare bisogna fare più tamponi, verifiche e monitoraggio. Occorre attivare un sistema di sorveglianza al suo interno per verificare e bloccare i casi, i cluster e tutte le situazioni che dovessero emergere”. Al tempo Miozzo non si soffermò sulle modalità dei controlli da realizzare all’interno delle istituzioni scolastiche, ma suggerì come ampliare la somministrazione di tamponi tra la popolazione: “Oggi arriviamo a farne più di 200mila al giorno e abbiamo una potenzialità ancora maggiore. Il problema è di carattere organizzativo: è inaccettabile vedere gente in coda 8-10 ore ai Drive in per fare un tampone. Bisognava prevedere più punti di tamponatura con l’aiuto di gruppi dell’Esercito, della Difesa, di medici o infermieri delle organizzazione di volontariato e della Croce rossa”. In verità al programma di tamponamento di massa, le forze armate concorrevano sin dal mese di ottobre con l’Operazione Igea, grazie ai Drive Thorugh della Difesa predisposti in tutto il territorio nazionale. I risultati numerici conseguiti? Sinceramente deludenti, se non insignificanti. Dal 23 ottobre 2020 al 18 febbraio 2021, i 147 Drive Through Difesa istituiti (sui 200 previsti originariamente) hanno eseguito circa 1.500.000 tamponi tra molecolari e rapidi. Come dire poco più di 11.000 tamponi al giorno (“su una capacità massima esprimibile fino a 30.000 test”), contro i non meno di 280.000 tamponi assicurati quotidianamente dal sistema sanitario nazionale.

Per Agostino Miozzo l’esercito è onnipotente e onnivalente. Può presidiare strade, piazze, porti, aeroporti e frontiere; imporre il coprifuoco; somministrare tamponi e vaccini; bio-contenere insegnanti e studenti positivi. E perfino regolare l’afflusso delle famiglie nei ristoranti e nelle pizzerie. “Dobbiamo mantenere un equilibrio tra le necessità di alcune settori e i rischi legati alla pandemia, come nel caso della riapertura dei ristoranti la sera, che sarebbe possibile se solo fossimo in grado di garantire un rigoroso meccanismo di controlli, con il contributo anche dell’Esercito”, ha dichiarato Miozzo a la Repubblica, qualche settimana fa. “Mi sono attirato le ire di molti amministratori locali che si sono visti imputare la responsabilità del mancato controllo per gli assembramenti. Ma è quello che chiederei al governo: un controllo efficace del territorio almeno per i prossimi due o tre mesi, con il contributo anche dell’Esercito, forze dell’ordine, polizia locale che stanno già facendo un lavoro straordinario. Basta vedere una divisa che agisca nei luoghi a rischio per scongiurare comportamenti irresponsabili”.

La figura e il lavoro di Agostino Miozzo sono particolarmente apprezzati dalle forze armate. Il 13 marzo 2019, il Comando Genio dell’Esercito lo ha voluto come relatore alla giornata di studio su Risk management e salvaguardia del territorio, presenti anche il Comandante delle Forze Operative Terrestri di Supporto, gen. Giuseppenicola Tota e il Capo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, Fabio Dattilo. “Le autorità intervenute ai lavori hanno sottolineato l’importanza di una sinergia tra le varie articolazioni dell’apparato di soccorso in caso di emergenza nazionale con specifico riferimento agli addestramenti congiunti e alla necessità di standardizzare le procedure d’intervento al fine di accrescere l’interoperabilità e garantire la migliore efficacia degli interventi”, riporta la nota stampa dello Stato maggiore dell’Esercito italiano. “I diversi argomenti trattati hanno sottolineato, ancora una volta, l’importanza della capacità dual-use dei reparti Genio, che, oltre all’impiego operativo nelle missioni internazionali, sono in grado d’intervenire nei casi di pubbliche calamità ed utilità, in ogni momento, su tutto il territorio italiano a supporto della comunità nazionale”.

A fine gennaio 2020 Agostino Miozzo è stato invece relatore al convegno su La protezione civile e l’interazione con le Forze Armate, organizzato dalla Scuola di Applicazione dell’Esercito di Torino. “Il Generale Salvatore Cuoci, Comandante dell’Istituto di Formazione ha evidenziato come sia necessario lavorare costantemente nella diffusione della cultura di protezione civile al fine di rendere la sinergia tra Esercito e Protezione Civile sempre più efficiente per la salvaguardia e il benessere del paese”, annota lo Stato Maggiore. “Il relatore Agostino Miozzo è direttore dell’Ufficio Promozione e Integrazione del Servizio Civile del Dipartimento della Protezione Civile, struttura che opera in stretta coordinazione con tutte le Forze Armate e gli assetti nazionali e che interviene nei casi di emergenza. Nel suo intervento, il dottor Miozzo ha rilevato che i principali interventi di protezione civile negli eventi calamitosi (terremoti, alluvioni, incendi e frane) che hanno colpito l’Italia negli ultimi vent’anni hanno visto l’Esercito presenza costante e determinante sia nelle fasi iniziali di soccorso alla popolazione civile sia nel successivo processo di normalizzazione e assistenza”.

Prima di essere nominato coordinatore del Comitato tecnico scientifico, Agostino Miozzo ha ricoperto diversi incarichi per conto del Governo. Dal 9 gennaio al 25 luglio 2018 ha partecipato alla “ricerca sulle implicazioni dei processi migratori e di protezione civile europei nell’assistenza dei migranti”, promossa dalla Protezione civile, mentre nel biennio 2015-16 è stato incaricato dal Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio “per la predisposizione del Rapporto annuale in materia di politiche antidroga e l’organizzazione di convegni internazionali sul tema del consumo di sostanze stupefacenti in particolare nei paesi di transito delle rotte della droga e nei paesi coinvolti nelle primavere arabe”.

Dal 2002 al 2010 Miozzo è stato direttore generale dell’Ufficio volontariato e relazioni internazionali del Dipartimento della Protezione Civile, al tempo capitanato da Guido Bertolaso. “In questa qualità ho rappresentato il governo italiano presso l’Unione europea, le agenzie delle Nazioni Unite, la Banca Mondiale e di altre rilevanti organizzazioni internazionali come la NATO e l’OECD”, scrive Miozzo nel suo curriculum vitae. “Sono stato anche responsabile per le relazioni internazionali per l’organizzazione del Summit NATO/Russia alla Conferenza intergovernativa tenutasi a Roma nel 2002 e al G8 Summit nel 2009”.

Agostino Miozzo ha anche ricoperto dal 2010 al 2014 il ruolo di direttore generale delCoordinamento Operativo delle Riposte in caso di Crisi dell’External Action Servicedell’Unione europea, “collaborando con le strutture militari, i servizi di intelligence dell’UE, degli Stati Membri, del Parlamento europeo e della Commissione Europea”. Nel curriculum pure l’incarico di “responsabile delle relazioni internazionali e curatore di corsi di formazione ai volontari” della prestigiosa organizzazione non governativa Emergency Italia (2017-18). “Nel corso di questo periodo ho seguito progetti in numerosi paesi che vivono in situazioni di conflitto, crisi sociali, migratorie e umanitarie, in particolare in Sudan, Repubblica Centro Africa, Kurdistan Iracheno, Libia”, annota Miozzo. Le ragioni della breve parentesi “umanitaria” sono state spiegate in un’intervista a Libero.Quotidiano.it, il 23 gennaio 2017, una ventina di giorni dopo la firma del contratto con l’ONG. “Quando sono tornato in Italia nel 2015, dopo decenni di esperienza nel settore delle emergenze, il governo ha deciso che mi dovessi occupare di droga, in un ufficio con scarsi mezzi e senza possibilità di impatto sul tema delle tossicodipendenze”, esordiva Miozzo. “Dopo un anno e mezzo di lavoro poco soddisfacente ho accettato l’invito di Gino Strada a entrare in Emergency. Mi occuperò di seguire la campagna per l’abolizione della guerra, un obiettivo cui Emergency sta lavorando e che mi convince molto. Dalla caduta del muro di Berlino a oggi ho vissuto in prima persona tutte le cosiddette guerre umanitarie fatte per esportare i nostri modelli sociali e di democrazia e mi sono reso conto che tutte le guerre che abbiamo combattuto, nessuna esclusa, sono state fallimenti che hanno aggravato e mai risolto i gravi problemi che avevano generato i conflitti”.

Ma le modalità di interpretare le attività di contrasto al Covid-19 dichiarando la guerra al virus, invocando lo schieramento e il combattimento a tutto campo delle forze armate e utilizzando mediaticamente le narrazioni e i linguaggi bellico-militari, sono forse così diverse dalle “fallimentari guerre umanitarie”?

 

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