MATASSA: Il Pg: «I reati elettorali sono prescritti»

12 Marzo 2021 Inchieste/Giudiziaria

Tutti i reati elettorali sono da considerarsi prescritti. E c'è poi il “noto intercettazioni”, ovvero la loro eventuale utilizzabilità in secondo grado alla luce dell'ormai arcinota recente sentenza della Cassazione a sezioni unite, che ne ha fortemente limitato l'utilizzazione, esprimendosi in senso garantista per gli imputati. È ad un bivio giudiziario il maxiprocesso “Matassa”, ovvero le commistioni tra mafia, politica e criminalità organizzata in città con al centro tre campagne elettorali tra il 2012 e il 2013, smantellate da una lunga indagine della polizia nel 2016. Ma che ha rappresentato anche la ricostruzione della nuova geografia dei clan cittadini, con particolare attenzione ai gruppi criminali di Camaro e S. Lucia sopra Contesse.

I punti-chiave della requisitoria dell'accusa, ieri mattina, al processo d'appello, sono stati essenzialmente questi, non certo di poco conto. E li ha esplicitati - come scrive Anselmo su Gazzetta del Sud - nel corso di un lungo intervento il sostituto procuratore generale Felice Lima. Che al di là di questi punti specifici, in linea generale ha chiesto ai giudici d'appello la dichiarazione di prescrizione per tutti i reati di corruzione elettorale, la conferma per il resto della sentenza di primo grado, e infine la condanna a 24 anni di reclusione per uno degli imputati, Raimondo Messina, come unica posizione specifica rivisitata, anche in relazione al procedimento “Polena”. Ma c'è il “noto intercettazioni” che pesa e non poco sul processo. Dal canto suo il sostituto Pg Lima ha ragionato anche sul fatto che nel recente passato questo nuovo indirizzo della Cassazione è stato “disatteso” da alcuni organi giudicanti con motivazioni condivisibili o meno, ma è ovvio che la scelta finale spetterà al collegio presieduto dal giudice Alfredo Sicuro. Di certo le intercettazioni, in questo procedimento, sono una delle architravi del quadro accusatorio, e potrebbe cambiare molto rispetto alle condanne del primo grado per la scelta finale dei giudici, con un forte ridimensionamento.

In primo grado nell'ottobre 2019 ci furono ben 39 condanne, a politici ed esponenti dei clan mafiosi, basta citare Francantonio Genovese e Franco Rinaldi da un lato, e il boss di Camaro Carmelo Ventura dall'altro. In secondo grado sono coinvolti tutti e 39 gli imputati condannati e tre parti civili: l'associazione antimafia “Le verità vive!”, Addiopizzo Messina onlus e l'imprenditore Nicola Giannetto.

La sentenza di primo grado ha dimostrato secondo i giudici l'esistenza di tre associazioni criminali. O meglio quattro. Tre di stampo mafioso, i clan Ventura e Ferrante a Camaro, con quest'ultimo sodalizio che in un determinato momento storico si è “avvicinato” parecchio al primo, e il gruppo Spartà a S. Lucia sopra Contesse. Una dedita invece al voto di scambio in più competizioni elettorali, capeggiata sostanzialmente dall'ex sindaco Francantonio Genovese e dal cognato Franco Rinaldi, entrambi ex parlamentari, uno nazionale e l'altro regionale. Ma è l'esistenza del “sistema elettorale” dedito al voto di scambio a Messina e dintorni che ha avuto una portata di grande novità dal punto di vista dell'accertamento processuale. È stata ricostruita una “rete di influenze” che in cambio dei voti contraccambiava non soltanto con generi alimentari, dai pacchi di pasta semplici alle “buste della spesa” complete, così come hanno raccontato in aula gli imprenditori Pernicone, ma poteva promettere per esempio assunzioni in cliniche private o partecipazioni delle coop nelle gare d'appalto.

I numeri del primo grado parlano di 39 condanne, 6 assoluzioni totali e 2 dichiarazioni di prescrizione, rispetto ai 47 imputati iniziali. Nell'ottobre del 2019 i giudici inflissero a Genovese 4 anni e 2 mesi, e a Rinaldi 3 anni e 4 mesi. Tra gli altri furono condannati anche gli ex consiglieri comunali Paolo David e Giuseppe Capurro, rispettivamente a 4 anni e 9 mesi, e a un anno (quest'ultimo rispondeva solo di corruzione elettorale ed aveva registrato a suo tempo l'annullamento dell'ordinanza di custodia cautelare da parte dei giudici del Riesame). Al boss di Camaro Carmelo Ventura furono inflitti 18 anni. Agli imprenditori Angelo e Giuseppe Pernicone furono inflitti 11 anni e 10 anni e 4 mesi. Al medico Giuseppe Picarella fu inflitto un anno e 6 mesi. Secondo i giudici della seconda sezione penale, all'epoca presieduta da Mario Samperi, un dato balzò subito all'occhio: c'era la mafia, c'era la politica, poi c'era il “mondo di mezzo”, ovvero quegli esponenti della zona grigia che avevano contatti da una parte e dall'altra, come vasi comunicanti.

Ecco come i giudici descrissero per esempio la “macchina elettorale” di Genovese quando parlarono del reato associativo: «... nel caso di specie può senz'altro affermarsi che il sodalizio avesse la disponibilità di strumenti idonei e adeguati al raggiungimento dei suoi fini: fruiva infatti delle risorse economiche necessarie per provvedere all'acquisto di derrate alimentari e di persone preposte al loro prelievo dai supermercati, alla custodia, alla individuazione dei beneficiari e alla successiva consegna; di locali ove riporre la merce destinata alla distribuzione (l'abitazione di Pernicone Angelo, il patronato di Borgia Salvatore); di mezzi adatti al trasporto delle derrate (furgoni, veicoli, il cestello nella disponibilità dei Pernicone); oltre che - naturalmente - di una fitta rete di relazioni e conoscenze attraverso cui assicurare svariate utilità promesse quale contropartita di voti».

La sentenza di primo grado. 

Secondo i giudici è stata dimostrata dal processo «... una ininterrotta attività dell'associazione tra l'autunno del 2012 e l'estate del 2013, finalizzata ad alimentare un sistema clientelare a fini elettorali, connotato da una tendenziale stabilità». E dentro questo calderone politico-elettorale «... David Paolo, all'epoca dei fatti consigliere comunale del Pd, rivestiva una posizione apicale, svolgendo un fondamentale e decisivo ruolo di organizzatore dell'attività illecita, agendo sia nell'interesse proprio che dei suoi referenti politici di più alto livello, Genovese Francantonio e Rinaldi Francesco». Era il «collettore dei voti in cambio di denaro, generi alimentari o altre utilità, quali colloqui di lavoro e assunzioni, favori e segnalazioni...».

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