LA SENTENZA: I matrimoni “combinati”. 9 pesanti condanne col rito l’abbreviato

7 Aprile 2021 Inchieste/Giudiziaria

DI EDG -  Il gup Maria Militello ha emesso questa mattina la sentenza nei confronti di nove indagati dell'operazione 'Zifaf' che avevano avuto accesso al rito abbreviato; si tratta di Angela Augliera, Laura Bonaccorso, Abderrahim Cherkaoui alias “Abramo”, Abderrahim El Asri alias “Samir”, El Habib El Asri, Yassine Errouihaq, Angela Oliveri, Oussama Soussi Kaid e Alessandro Tricomi.

LA SENTENZA.

Sono stati condannati complessivamente a quasi 50 anni di carcere nove persone indagate nell'operazione "Zifaf" della Gdf del dicembre scorso. Le condanne più pesanti le hanno subite i due capi dell'organizzazione: Abderrahim El Asri, condannato alla pena di 11 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione e Abderrahim Cherkaoui, condannato alla pena di 6 anni e 8 mesi.

Ecco tutte le condanne: Angela Augliera è stata condannata alla pena di 5 anni di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali; condanna anche per Laura Bonaccorso. Per la donna decisa la pena a 4 anni e 4 mesi. Abderrahim Cherkaoui, alias "Abramo", come detto, è stato invece condannato alla pena di 6 anni e 8 mesi e a 18.200 euro di multa, oltre al pagamento delle spese processuali e di mantenimento in carcere.

Pesante la condanna per Abderrahim El Asri alias “Samir”: 11 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione e 22.400 euro di multa. Oltre al pagamento delle spese processuali e di mantenimento in carcere.

Condannati inoltre a 3 anni e 8 mesi El Asri El Habib (e libertà vigilata per 3 anni), a 6 anni Yassine Errouihaq, a 6 anni e 4 mesi Angela Olivieri (più una multa di 17.800 euro), a 4 anni Oussama Soussi Kaid e a 6 anni e 4 mesi Alessandro Tricomi (e 17.800 euro di multa). Per tutti i condannati è stata decisa l'interdizione dai pubblici uffici.

Gli indagati sono stati difesi dagli avvocati Domenico Andrè, Giovanni Mannuccia, Salvatore Silvestro, Tancredi Traclò e Gianluca Currò.

È l'inchiesta col nome in codice “Zifaf”, condotta dalla Distrettuale antimafia e dal Gico della Guardia di Finanza, che nel dicembre scorso dopo mesi di accertamenti ha permesso di far luce su un consolidato sistema illegale per l'organizzazione di falsi matrimoni tra italiani e stranieri, con marocchini, algerini e tunisini. I riti avevano lo scopo di far conseguire la carta di soggiorno per motivi di famiglia, essenziale per l'ingresso e la permanenza in Italia, oppure per “sanare” la posizione degli extracomunitari che avevano subito decreti di espulsione dall'Italia.

Dopo l'udienza preliminare celebrata qualche settimana fa davanti al gup Maria Militello si è registrato un maxi stralcio per circa una trentina di indagati e poi due rinvii a giudizio e due richieste di patteggiamento, più alcuni stralci per vari motivi. Con il rito ordinario sono stati rinviati a giudizio Rachida El Farji e Oussama El Haloui; il processo inizierà il 16 giugno prossimo davanti ai giudici della seconda sezione penale. Due le richieste di patteggiamento, avanzate da Rita Valeriano e Esmeralda Augliera, che saranno ovviamente trattate da un altro giudice, in questo caso Valeria Curatolo. Il gup Militello ha poi stralciato la posizione di due indagati, perché ancora latitanti. Si tratta di Latifa Zanary alias “Sara” e Manal Lagnasi. Un terzo stralcio, che ha riguardato Stefania Grasso, è stato invece dovuto ad un impedimento del suo difensore.

L'INCHIESTA.

L'indagine, condotta dal sostituto della Dda Liliana Todaro e dalla collega della Procura Rosanna Casabona, ha smantellato due organizzazioni criminali che operavano tra il Marocco e l'Italia, dedite al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina attraverso l'organizzazione di matrimoni fittizi. A dicembre la Finanza eseguì 16 arresti, 6 in carcere e 10 ai domiciliari. Il provvedimento riguardò promotori e membri dei due gruppi, con base a Messina. Le due organizzazioni erano “governate” da due marocchini: il 36enne El Asri Abderrahim, detto “Samir”, e il 51enne Abderrahim Cherkaoui, detto “Abramo”. Erano proprio loro ad occuparsi di organizzare i viaggi in Marocco degli sposi fittizi, di assisterli durante il disbrigo di tutte le pratiche burocratiche, fino al falso matrimonio. Seguivano tutto, dalle pubblicazioni alla cerimonia, fino alla fase finale quando ottenuto lo scopo si procedeva alla separazione e al divorzio. Ma non operavano da soli, potendo contare su un'organizzazione ben strutturata, articolata su più livelli, con ruoli interscambiabili. C'era in ballo un fatturato di migliaia di euro, 10mila a ogni falso matrimonio. I pagamenti avvenivano o attraverso i servizi di money transfer o cash. Due o 3mila euro andavano al finto sposo; somme inferiori per intermediari, testimoni di nozze ed interpreti. Dopo la celebrazione, l'extracomunitario richiedeva il permesso di soggiorno alla Questura di Messina che lo chiamava per verificare la veridicità dell'unione coniugale. Perfino l'acquisto delle fedi nuziali, comprate a un euro da negozi cinesi, era gestito dall'organizzazione.

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