8 Aprile 2021 Giudiziaria

Processo Breakfast, c’è il ricorso della Procura in Appello per la messinese Chiara Rizzo

Procurata inosservanza della pena in favore dell’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena, latitante a Dubai dopo la condanna definitiva a tre anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa nel processo “Olimpia”. Era questa la sentenza di primo grado del processo “Breakfast” emessa dal Tribunale di Reggio Calabria, presieduto da Natina Pratticò, nei confronti dell’ex ministro dell’Interno, ed oggi sindaco di Imperia, Claudio Scajola.

Assieme al politico alla sbarra vi erano anche la ex moglie di Matacena, Chiara Rizzo, l’uomo di fiducia di Matacena, Martino Politi, e l’ex segretaria della famiglia Matacena Maria Grazia Fiordelisi.

La Rizzo venne condannata a un anno di carcere (pena sospesa) per procurata inosservanza di pena mentre venne assolta dall’accusa di intestazione fittizia di beni, aggravata dall’aver agevolato la ‘ndrangheta. Politi, diversamente, fu assolto da tutte le accuse, mentre Maria Grazia Fiordalisi venne assolta per il reato di procurata inosservanza della pena mentre per l’altro capo d’accusa fu dichiarata la prescrizione.

Nei mesi scorsi – scrive Aaron Pettinari su antimafiaduemila.com – la Procura di Reggio Calabria, rappresentata dal Procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha presentato ricorso davanti alla Corte d’appello nei confronti di quest’ultimi in particolare contestando il “mancato riconoscimento dell’aggravante mafiosa”.

Se da una parte non è stata appellata la sentenza di condanna nei confronti di Claudio Scajola (il ricorso in appello è stato presentato dal primo cittadino di Imperia) per l’accusa, in appello, va riformata la sentenza di primo grado nei confronti di Rizzo, Politi e Fiordelisi. A tutti e tre, secondo il procuratore aggiunto, va applicata l’aggravante mafiosa, perché con le loro condotte, a vario titolo, a favore di Matacena (sostengo alla latitanza e schermatura dell’immenso patrimonio per sfuggire alle misiure di confisca dei beni) avrebbero agevolato gli interessi e gli obiettivi della ‘Ndrangheta.

Nuove prove: sentire Liuzzo
Contestualmente nelle 90 pagine depositate dall’accusa per ricorrere in Appello, Lombardo ha anche avanzato la richiesta di nuove prove, come l’audizione del collaboratore di giustizia di ‘Ndrangheta,Giuseppe “Pino” Liuzzo, imprenditore “intraneo” alla cosca Rosmini, ovvero la stessa consorteria mafiosa per la cui vicinanza è stato condannato Amedeo Matacena.

Spiega Lombardo che “il giudice ha immotivatamente (un assenza peraltro di qualsivoglia urgenza, atteso lo stato di libertà di tutti gli imputati) privato la fase istruttoria (attraverso la non ammissione del collaboratore di giustizia Liuzzo) di elementi indispensabili a valutare appieno il contributo concorsuale della Rizzo e del Politi“.

“Liuzzo – aveva rappresentato il procuratore aggiunto durante il processo – consente di inquadrare in maniera precisa i rapporti strettissimi tra la famiglia Matacena, e quindi il Cavaliere Matacena e Amedeo Jr, con la ‘Ndrangheta reggina attraverso la famiglia Rosmini“.