20 Aprile 2021 Giudiziaria

Operazione Scipione, 10 condanne. Inflitti 20 anni ad Angelo Albarino, 12 e mezzo a Santo Chiara, 8 a Giovanni Bonanno

Si è concluso con dieci condanne, alcune parecchio pesanti, il processo scaturito dall’operazione “Scipione”, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia e dai carabinieri su un gruppo che spacciava droga in città e si riforniva dai calabresi di Africo Nuovo.

È quanto deciso – come scrive Anselmo su Gazzetta del Sud – dal gup Valeria Curatolo a conclusione del giudizio con il rito abbreviato.

Questa la sentenza: Angelo Albarino 20 anni; Giovanni Bonanno 8 anni; Fortunato Calabrò 2 anni e 4 mesi; Santo Chiara 12 anni e 6 mesi; Orazio Famulari 4 anni e 6 mesi e 18mila euro di multa; Costantino Favasuli 6 anni e 18mila euro di multa; Salvatore Favasuli 10 anni; Stefano Marchese 7 anni; Giovanni Morabito 8 anni e 8 mesi; Maria Visalli un anno e 8 mesi (pena sospesa). Albarino e Mortabito hanno registrato anche alcune assoluzioni parziali.

L’organizzazione smantellata dall’operazione “Scipione” si riforniva di droga in Calabria, e i principali componenti del gruppo decidevano i quantitativi da smerciare all’interno della paninoteca di uno degli indagati, Angelo Albarino, che insieme al pentito Giuseppe Selvaggio viene considerato il promotore del gruppo criminale. A rifornire Messina era la cosca Morabito-Bruzzaniti-Palamara di Africo Nuovo, che assicurava la consegna a domicilio, su base settimanale, di carichi di cocaina e marijuana. L’individuazione dei fornitori calabresi, identificati nei fratelli Salvatore e Costantino Favasuli e nel loro cugino Giovanni Morabito, è stata possibile grazie al monitoraggio della paninoteca di Albarino.

Le richieste dell’accusa

La requisitoria dell’accusa si è tenuta nel novembre dello scorso anno. «La caratura criminale del sodalizio – si legge nelle note depositate a suo tempo dai pubblici ministeri della Dda Maria Pellegrino, Liliana Todaro e Antonella Fradà -, emergeva dalla totale assenza di contatti telefonici tra i fornitori calabresi e gli acquirenti messinesi, che a loro volta provvedevano alla successiva rivendita della sostanza stupefacente all’ingrosso o al dettaglio: tale circostanza è indicativa di una non comune spregiudicatezza e dimestichezza nella gestione di affari illeciti. Di diversa natura – sottolineava la Procura -, si sono rivelate, invece, le conversazioni ambientali intercettate perché gli indagati, ritenendosi evidentemente al sicuro, dialogavano tra loro con estrema chiarezza, anche se talvolta, per abitudine, nel fare nomi o indicare determinate circostanze, abbassavano il tono di voce, rendendo incomprensibile il dialogo». Ecco le richieste di condanna avanzate a suo tempo dai pm: Angelo Albarino 20 anni; Giovanni Bonanno 12 anni e 3 mesi; Fortunato Calabrò 2 anni; Santo Chiara 12 anni 6 mesi; Orazio Famulari 8 anni e 8 mesi; Costantino Favasuli 10 anni e 3 mesi; Salvatore Favasuli 14 anni e 3 mesi; Stefano Marchese 8 anni e 2 mesi; Giovanni Morabito 12 anni e 3 mesi; Maria Visalli 2 anni 6 mesi.

L’indagine

L’indagine ha portato all’esecuzione nel marzo del 2020 di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 19 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi, e vari reati contro il patrimonio.

La droga, secondo l’accusa, era trasportata ogni settimana dalla Locride a Messina a bordo di auto con doppi fondi, a cura dei calabresi, che garantendo la consegna “a domicilio” pretendevano una maggiorazione sul prezzo di ogni carico. I carabinieri del Nucleo Investigativo hanno poi ricostruito come gli indagati avessero l’abitudine di nascondere lo stupefacente seppellendolo nella sabbia della spiaggia di Africo Nuovo, contrassegnando i punti dove era occultato con appositi segnali. Nell’aprile del 2017 i carabinieri del Nucleo Investigativo di Messina e della Compagnia di Bianco sono riusciti a individuare uno dei luoghi di occultamento del gruppo, recuperando 6 chili di marjuana, alcune dosi di cocaina e un revolver calibro 44 completo di munizionamento: il tutto sepolto nella sabbia.

Messina-Africo

Il perno centrale dell’operazione è indubbiamente il collaboratore di giustizia Giuseppe Selvaggio. E nessuno immaginava, tra gli investigatori, che quando nel marzo del 2019 fu arrestato dai poliziotti del commissariato Nord a piazza Lo Sardo per una “banale” storia d’usura, una volta bloccato e incastrato avrebbe manifestato la volontà di pentirsi e raccontare anni e anni di criminalità a Messina. Un altro risvolto da considerare dell’inchiesta, è senza dubbio il “ritorno sulla scena” di quel gruppo di ragazzi che a cavallo degli anni ’90 avevano iniziato a fare il loro ingresso nelle pieghe della criminalità organizzata nei vari quartieri di residenza, e dopo un periodo di relativo oblìo sono tornati dietro le sbarre. E c’è ancora un’altra considerazione da fare sull’asse Messina-Africo Nuovo, il regno ‘ndranghetista dei membri della famiglia Morabito, storicamente legati alla città di Messina, che hanno frequentato assiduamente, anche per altri aspetti. Il nome del capostipite Giuseppe, il “Tiradritto”, finì addirittura nell’inchiesta per l’omicidio del prof. Matteo Bottari, l’endoscopista ucciso il 15 gennaio del 1998. Uno dei grandi “omicidi della città nascosta” che ancora non sono stati risolti e sono oltretutto caduti nel dimenticatoio giudiziario, quando negli anni passati si era forse arrivati ad un passo dalla soluzione.