27 Aprile 2021 Giudiziaria

E il boss scrisse “Ciao carissimo compare…”. Quello strano messaggio di auguri che “Sem” Di Salvo inviò a Carmelo Giambò

Di Nuccio Anselmo – “CIAO CARISSIMO COMPARE SPERO CHE QUESTE POCHE PAROLE VI VENGONO A TROVARE IN OTTIMA SALUTE. DI ME POSSO ASSICURARVI CHE STO BENE. CHIUDO CON UN ABBRACCIO E UN BACIO AFFETTUOSO VOSTRO COMPARE SALVUCCIO. AIUTATE MIA COMARE E … MIO FIGLIOCCIO”.

Perché un boss barcellonese di primo piano come Salvatore “Sem” Di Salvo, che è succeduto a Giuseppe Gullotti nel governo di Cosa nostra barcellonese e si trova da anni rinchiuso al “41 bis”, prende carta e penna e scrive in perfetto italiano un biglietto di auguri nel dicembre del 2019 al suo picciotto e sottoposto Carmelo Giambò, anche lui al “41 bis”? C’erano messaggi subliminali in quel “semplice” biglietto d’auguri? Ma soprattutto, perché Giambò, visto il regime di massima detenzione di entrambi, viene quantomeno a sapere del biglietto, come lui stesso confessa ai magistrati della Dda messinese durante i colloqui del suo tentativo abortito di collaborare con la giustizia? Ci sono state delle falle nel sistema dei controlli carcerari? Com’erano da interpretare per Giambò quegli auguri del suo boss sicuramente inusuali in un contesto del genere, una modalità per lo meno strana e oltretutto difficile da rintracciare tra i precedenti di detenuti per gravi reati di mafia, ristretti in regime di “carcere duro”?

Sono questi gli inquietanti interrogativi che forse costituiscono il retroscena principale e la causale del “falso pentimento” di Giambò, i cui verbali sono finiti in qualche modo nel maxi procedimento Gotha 6 sulla mattanza di Cosa nostra barcellonese, attualmente in corso di svolgimento davanti alla corte d’assise d’appello presieduta dal giudice Maria Pina Lazzara.

Retroscena che sono in corso di approfondimento da parte del procuratore aggiunto Vito Di Giorgio e dei sostituti della Dda Fabrizio Monaco e Antonio Carchietti, e che oltretutto hanno costituito un argomento di discussione nel corso dei faccia a faccia riservati dei magistrati con il “dichiarante” Giambò, nei mesi scorsi. Per comprendere soprattutto se dietro questo tentativo di pentimento non riuscito ci fosse un disegno ben preciso, ovvero quello di scagionare proprio Di Salvo e Gullotti dalla responsabilità dell’omicidio di Domenico Pelleriti, che per il boss Gullotti rappresenta concretamente l’ultima pendenza giudiziaria, visto che ha quasi finito di scontare i trent’anni di carcere per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano.

Perché Giambò, nella sua prima versione poi rinnegata davanti ai magistrati, lo aveva detto chiaro: «… Finché io rimasi presso questo casolare, non vidi né Gullotti Giuseppe né Sam di Salvo; né, successivamente, qualcuno mi disse che questi due soggetti erano stati presenti in quelle fasi, in quei luoghi». «Giambò in occasione degli interrogatori del 4 dicembre 2020 e del 18 febbraio 2021 – scrivono i magistrati della Dda -, ha ammesso di avervi preso parte, negando di avere constatato la presenza, nelle fasi relative all’omicidio in questione, di Gullotti Giuseppe e Salvatore Di Salvo, circostanza che è stata, invece, affermata dai collaboratori di giustizia Gullo Santo e Siracusa Nunziato». Poi, messi a confronto «… ciascuno dei collaboratori è rimasto sulle proprie posizioni».

Il confronto con i magistrati

Era il febbraio scorso quanto è avvenuto il confronto sul punto focale della vicenda. Il colloquio è durato parecchie ore. Giambò era seduto davanti al procuratore aggiunto Vito Di Giorgio e al sostituto della Dda Fabrizio Monaco. E la tensione è salita quando sul finire, erano quasi le due del pomeriggio, è stato introdotto dai magistrati il tema del biglietto d’auguri di Di Salvo.

Giambò, che sarò rimasto sicuramente sorpreso, ha risposto così: «Durante la mia detenzione ho spedito qualche lettera a mio cugino Imbesi Ottavio e a Crisafulli Alessandro. Ne ho ricevuto qualcuna da entrambi. Ho anche saputo che Sam Di Salvo mi aveva scritto una lettera nel dicembre del 2019 la quale però è stata censurata e di cui non ho, quindi, appreso d contenuto. Era la prima volta che Di Salvo mi scriveva e anche l’unica. Non ho scritto ad altri associati. Non ho impugnato il trattenimento della missiva di Di Salvo. Mi sembrò strano che Di Salvo mi scrivesse, non avevo notizie di lui da più di dieci anni. È possibile che nel corso di un colloquio io abbia parlato con i miei familiari della circostanza relativa all’invio di questa lettera da parte di Di Salvo».

E nella loro lettera di trasmissione alla Procura generale dei verbali di Giambò per il processo d’appello Gotha 6, i magistrati della Dda hanno scritto alla fine, probabilmente per far comprendere meglio il contesto: «Peraltro, in data antecedente all’inizio delle sue dichiarazioni, Giambo Carmelo è stato destinatario di una missiva inviatagli da Di Salvo Salvatore, detenuto in regime di cui all’art. 41 bis dell’ord. pen., e che veniva sottoposta a trattenimento, nel gennaio del 2020. Dell’avvenuto trattenimento di detta missiva, Giambó Carmelo affermava di essere venuto a conoscenza; riferiva, inoltre, di non avere avuto notizia di altre missive spedite dal Di Salvo in data antecedente o successiva a quella oggetto di trattenimento (v. verbale di dichiarazioni del 4.2.2021)». I pesi e i contrappesi di Cosa nostra barcellonese.

I verbali controversi nel maxi “Gotha 6”

Carmelo Giambò, barcellonese di 49 anni, inteso “u Mastruffu”, nel dicembre dello scorso anno aveva iniziato a collaborare con i magistrati della Dda di Messina in relazione ai numerosi omicidi a cui ha partecipato con altri affiliati, tanto da aver già collezionato cinque condanne all’ergastolo, di cui una divenuta definitiva. Per altre quattro esecuzioni le condanne si riferiscono al processo di primo grado, per il cui in appello il relativo procedimento “Gotha 6” sta per concludersi. Nella famiglia mafiosa dei Barcellonesi Giambò ha esordito come sicario, per poi dedicarsi alla gestione delle estorsioni, fino ad infiltrasi in attività commerciali, a cominciare dal mercato ortofrutticolo all’ingrosso di Nasari, per finire ai subappalti “mascherati” di servizi di trasporto nella gestione dei rifiuti dell’Ato Me 2, non sarebbero state ritenute credibili.

I verbali di Giambò, per cui la Dda ha già chiesto la revoca del piano provvisorio di protezione non ritenendolo credibile, continuano in un certo senso ad aleggiare al maxiprocesso d’appello “Gotha 6”. All’udienza scorsa la corte, ha in pratica deciso di stralciare per il momento la posizione di tre imputati – i boss Giuseppe Gullotti, Giovanni Rao e Salvatore “Sem” Di Salvo, e lo stesso Giambò -, per uno specifico capo d’imputazione, il n. 23, cioé quello relativo all’omicidio Pelleriti, un’esecuzione di cui parla proprio Giambò nei verbali controversi che ancora non sono stati formalmente acquisiti. La trattazione delle tre posizioni è stata quindi rinviata all’11 maggio prossimo rispetto al troncone principale, che invece proseguirà il 27 aprile con altre arringhe. Questo in attesa che i verbali controversi di Giambò confluiscano ufficialmente nel procedimento. FONTE: Gazzetta del Sud