26 Maggio 2021 Giudiziaria

IL BOSS ROCCO MORABITO, LA ‘SANTA ALLEANZA’ AFRICO-BARCELLONA E GLI INTERESSI A MESSINA

di Antonio Mazzeo – Nel giugno ’98 era stato arrestato, il docente di gastroenterologia dell’Università di Messina Giuseppe Longo, già componente del consiglio di amministrazione dell’Ateneo e rappresentante della delegazione amministrativa del Policlinico dal 1995 al 1998. L’arresto del gastroenterologo, un passato nella Figc (la Federazione giovanile del Partito Comunista) e nella Cgil-Scuola, assessore ‘rosso’ ai Lavori pubblici del Comune di Mandanici poi transitato nelle file socialiste e in quelle del Cipur-Università, era maturato nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti miliardari del Policlinico, che aveva particolarmente interessato la Commissione parlamentare antimafia dopo l’esplosione del cosiddetto ‘caso Messina’. Due avvisi di garanzia con l’accusa di associazione mafiosa venivano emessi contestualmente contro i medici calabresi Francesco Stelitano e Alessandro Rosaniti, da anni operanti a Messina, con un passato come dirigenti delle organizzazioni degli studenti fuorisede dell’Ateneo peloritano.

“Sullo sfondo vi sono enormi interessi economici e la rilevanza politico-clientelare dell’Università e del Policlinico” scrivevano i magistrati nell’ordinanza di arresto di Longo. “L’Università – aggiungono i magistrati messinesi – appare terreno fertile per la proliferazione e il libero dispiegamento dell’intimidazione mafiosa. Dati processuali inequivocabili dimostrano che l’indagine per l’omicidio Bottari è stata ostacolata e influenzata dalla condotta palesemente omertosa di gran parte dei docenti sentiti, da un sistematico depistaggio scientificamente attuato, dalla comprovata violazione del segreto investigativo ad uso e consumo dei singoli individui neppure coinvolti nell’indagine sull’omicidio (…). Intimidazione mafiosa e convergenza di interessi per finalità di puro potere si sono nella presente vicenda incontrate e via via sovrapposte fino a confondersi e a divenire difficilmente distinguibili”. Nello specifico, “quale componente organico della cosca di Giuseppe Morabito di Africo” il Longo era accusato di avere pilotato alcuni appalti del Policlinico e di “avere condizionato, con la sua forza intimidatrice, la rielezione a Rettore del prof. Diego Cuzzocrea” nelle consultazioni del 4 maggio ’98. La Procura individuava nel Longo colui che aveva commissionato l’attentato ai danni dell’auto di proprietà dell’ex segretario del Rettorato Eugenio Capodicasa, proprio alla vigilia delle elezioni di Ateneo. Si era aperto uno scontro tra il Cuzzocrea e il Longo, e il gastroenterologo aveva deciso di abbandonare il vecchio alleato per sostenere elettoralmente il prorettore Giacomo Ferraù. Cuzzocrea e Longo avevano condiviso l’amore per i riti esoterici: fratelli entrambi della ‘Sicilia Normanna’, la loggia massonica ‘spuria’ che aveva avuto tra i suoi affiliati il professore Matteo Bottari. Ricucito il rapporto con il Cuzzocrea, Longo decise d’impegnarsi attivamente per la sua rielezione in cambio della presidenza della gara d’appalto per i lavori di ristrutturazione del reparto di Gastroenterologia, costo previsto 500 milioni. Da qui, secondo gli inquirenti, la possibilità di un coinvolgimento del gastroenterologo nell’omicidio Bottari. Per il Pm Carmelo Marino, il movente sarebbe duplice: un forte segnale intimidatorio nei confronti del Cuzzocrea e, contestualmente, l’eliminazione di un concorrente “alla direzione del Dipartimento che si sarebbe dovuto creare presso il Policlinico, e che avrebbe accolto i servizi di Gastroenterologia (gestito dal Longo), di Endoscopia digestiva (diretto da Matteo Bottari) e di Biologia molecolare, diretto dal prof. Giovanni Raimondo””.

Il dottor Marino puntualizzava tuttavia come mancassero per Giuseppe Longo i “gravi indizi di colpevolezza richiesti dal codice”. Indizi che a 16 mesi dall’arresto non sarebbero stati ancora individuati.

“Il dottor Longo‚ nelle mani di ‘Tiradritto'”

Più corposi gli elementi raccolti dal Tribunale di Milano che nell’ottobre del ’98 spiccava un mandato di cattura nei confronti del Longo, contestando il reato di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti.

Secondo l’accusa il prof. Longo avrebbe svolto a Milano tra il 1994 e il 1998, il ruolo di “mediatore” per l’acquisto di droga per conto della ‘ndrina dei Morabito. Nel capoluogo lombardo l’organizzazione calabrese dei Morabito, dei Bruzzaniti e dei Palamara gestiva un vasto traffico di stupefacenti in contatto con tre ‘grossisti’ turchi. “Proprio a Milano si sussurra che il proseguo delle indagini sul traffico di droga, potrebbe riservare sviluppi anche in relazione all’omicidio Bottari”, annota la ‘Gazzetta del Sud’. Con Longo viene arrestato anche lo studente che frequenta la facoltà di Medicina all’Ateneo di Messina, Annunziato Zavettieri, originario di Roghudi, già membro del consiglio di amministrazione dell’Opera universitaria. Zavettieri è stato al vertice dell’Asam, l’associazione dei fuori sede calabresi, più volte chiamata in causa per fatti di violenze e intimidazioni contro docenti universitari. Lui stesso, nel maggio 1988, insieme a Rocco Morabito e Bruno Criaco di Africo Nuovo, era stato denunciato per alcune minacce profuse nel corso di un esame ai danni del prof. Giovanni Nicosia, decente della facoltà di Magistero dell’Università di Messina. Al processo di primo grado Zavettieri e Criaco venivano condannati a un anno (pena sospesa e non menzione), mentre il Morabito veniva assolto. In appello sarà applicata l’amnistia.

Nell’ordinanza del Tribunale di Milano il professore Longo viene definito “il coordinatore delle attività dell’organizzazione criminale che farebbe capo al boss latitante Giuseppe Morabito e la persona incaricata di tenere i contatti con i fornitori esterni”. Quanto a Zavettieri, il suo compito sarebbe stato di tipo organizzativo: lo studente, secondo l’accusa, “sarebbe stato il tramite operativo tra i capi dell’organizzazione al nord e i boss in Calabria, ed avrebbe guidato le varie spedizioni di stupefacenti”.

Agli atti dell’inchiesta venivano allegate dichiarazioni e rapporti di polizia che testimonierebbero i legami tra Longo e i rappresentanti del potente clan di Africo. “Ha instaurato con la cosca – scrivono i magistrati – un rapporto di dare e avere nel quale si collocano, da una parte la protezione e la carica intimidatrice che egli riceve dal gruppo criminale, dall’altra i vantaggi che egli può procurare a questo attraverso prestazioni sanitarie a soggetti che non possono usufruirne secondo i canali normali, supporto per le attività, di studio e non, dei componenti della cosca all’interno dell’Università nonché, verosimilmente, in relazione alle cariche ricoperte negli organismi universitari, appoggio degli interessi dei soggetti economici collegati alle cosche per operazioni coinvolgenti l’Università e il Policlinico”. Il collaboratore Filippo Barreca ha raccontato come tra il 1983 e il 1985 il Longo si fosse adoperato per farlo rimanere il più a lungo possibile presso la Seconda Clinica medica del Policlinico di Messina in occasione di un ricovero durante la detenzione nel carcere di Gazzi a Messina. In quel periodo Longo prestava servizio presso quel reparto quale assistente ordinario-aiuto. Giuseppe De Carlo, figlio dell’imprenditore Sebastiano De Carlo, legato al boss Nino Saraceno di Archi (Reggio Calabria) e ucciso il 20 novembre 1986, facendo riferimento ai legami tra il gruppo Saraceno e i Morabito, racconta che nella villa del padre, a Pellaro, veniva a ritirare la droga “un medico di Messina che lavorava all’Università” e che poi trasferiva la droga nella città dello Stretto. “Quel medico è lui” dice il De Carlo indicando il Longo quando questi viene sequestrato da alcuni malviventi a Motticella di Bruzzano il 22 febbraio del ’91. Un rapimento durato appena 100 ore, conclusosi con la ‘provvidenziale’ fuga del Longo da un capanno dell’Aspromonte che avrebbe ospitato Cesare Casella.

“Sequestro anomalo” lo aveva definito la Criminalpol, forse uno ‘sgarro’ al clan Morabito che con i Mollica, era coinvolto nella faida di Motticella di Africo – oltre 50 omicidi nell’ultimo decennio – contro il gruppo dei Palamara-Speranza-Scriva. Il luogo del ‘rapimento’ era l’azienda agricola CPZ, di proprietà della moglie del Longo Patrizia Zappia, sita in contrada Mucci di Motticella. “Il dottor Longo, grazie alla moglie, era vicino al genero di Giuseppe Morabito ‘Tiradritto’, tale Sculli, imprenditore edile originario di Bruzzano” spiega ai magistrati di Reggio il collaboratore Giacomo Lauro. “Di conseguenza, è evidente che Longo era protetto da Giuseppe Morabito al punto tale che, quando fu sequestrato da ‘cani sciolti’, fu dopo pochi giorni, rilasciato per l’autorevole e decisivo intervento dello stesso Peppe Morabito, come io stesso posso testimoniare essendo in quel periodo a Brancaleone”. Gli fa eco Claudio Pansera, altro collaboratore gi giustizia: “Quando Longo fu sequestrato, è stato il capo della mia organizzazione Giuseppe Morabito a interessarsi personalmente per la sua liberazione”.

Due coincidenze significative: proprio alla vigilia del ‘rapimento’, si era verificato l’omicidio di Domenico Romeo, il colono-guardiano dell’azienda della signora Zappia, organico alla cosca capeggiata dal boss di Africo Domenico Speranza; e presidente del collegio sindacale della CPZ srl, amministrata da Longo, era Leo Morabito, nipote del patriarca di Africo, Giuseppe ‘Tiradritto’. Leo è il fratello di quel Rocco denunciato e assolto a Messina per le minacce al prof. Nicosia, poi arrestato a Milano quale “responsabile operativo del clan di Africo in riferimento al riciclaggio di imponenti capitali del gruppo in alcuni istituti finanziari di Lugano”. Altro fratello dei Morabito, è Giovanni, l’individuo con cui il Longo s’incontra a Villa San Giovanni, dopo una preoccupata telefonata, nei ‘giorni caldi’ che precedono la rielezione a Rettore di Diego Cuzzocrea. “Respiriamo male professore….”.

Con Giovanni Morabito il professore Longo s’incontra nuovamente l’11 maggio 1998. Il gastroenterologo raggiunge l’interlocutore nella sua abitazione di Africo per un lungo colloquio. “Giovanni Morabito è soggetto di interesse operativo per le forze dell’ordine fin dagli anni ’70” scrivono i magistrati messinesi nell’ordinanza di arresto del professor Longo. “Alcune informative del 1971 e del 1975 lo indicano come appartenente alla cosca dei Bruzzaniti e vicino a un movimento anarchico di Africo, asseritamente finanziato dall’editore Giangiacomo Feltrinelli. Secondo una nota dei CC di Bianco del 27 maggio 1980 egli, privo di stabile occupazione, è tuttora inserito nella cosca mafiosa facente capo a Giuseppe Morabito”. Gli inquirenti aggiungono che il nome di Giovanni Morabito insieme a quello di Rocco Morabito erano comparsi in un’informativa di Pubblica Sicurezza (agosto 1982) relativa all’indagine sul sequestro a scopo di estorsione di Felice Alberto Martelli. “Insieme ai due Morabito, Longo è stato controllato l’8 gennaio 1982 in località Due Ponti di Taurianova,. Nell’occasione l’indagato era in possesso di una pistola con il colpo in canna”.

La santa alleanza Africo-Barcellona

Quattro mesi dopo il misterioso sequestro-lampo il dottor Longo organizza un banchetto ad Africo in un ristorante di proprietà di tale Stefano Sergi. E’ l’11 giugno del ’91 e la Questura di Reggio Calabria predispone per l’occasione un servizio di appostamento dai risultati imprevedibili: tra i commensali compaiono tra gli altri, alcuni dei maggiori elementi del gotha mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto: i fratelli Giuseppe e Salvatore Gullotti, con Antonino Ofria (deceduto in seguito ad un incidente stradale nel marzo ’93), Mario Calderone (già autista dell’avv. Santalco) e Mario Milici, il trasportatore di carne in una ditta privata operante nel mattatoio di Sant’Andrea, legato al Calderone, assassinato lo scorso 19 agosto nel Longano. Allo stesso tavolo, siedono i pregiudicati calabresi Salvatore Favasulli e Rocco Morabito, il fratello di Leo e di Giovanni, indicato dal collaboratore di giustizia Claudio Pansera, come affiliato alla cosca di Giuseppe Morabito ‘Tiradritto’.

Fermati dagli agenti per essere identificati, Longo si presenta come ex sequestrato e chiede che i barcellonesi, “amici suoi”, possano andare via. Ne segue un diverbio al termine del quale il professore e Pippo Gullotti sono denunciati per oltraggio e minacce a pubblico ufficiale.

Due anni dopo quel convivio, Rocco Morabito sarà arrestato a Messina, poi condannato a 2 anni, per un’estorsione alla Sir srl – Società Italiana di Ristorazione – ditta di proprietà di Giuseppina Greco, Antonio Mozzo e Carmelo Ariosto, che da anni domina incontrastata l’appalto per le mense nell’Università e nella Casa dello Studente di Messina, e che al tempo si occupava del servizio mensa nel carcere di Locri. Per giustificare la sua presenza a Messina, Morabito disse di dover accompagnare ad una “visita medica presso il dottor Longo”, nel suo studio al Policlinico, il “suo compare Cordì” (personaggio successivamente tratto in arresto con l’accusa di associazione mafiosa nell’ambito della cosiddetta operazione ‘Zagara’ contro il cartello della ‘ndrangheta realizzato da Giuseppe Morabito, le famiglie Nirta e Papalia per la gestione del mercato internazionale di stupefacenti). Coincidenza vuole che la Sir, secondo quanto pubblicato dal settimanale Centonove, sia una delle due imprese aggiudicatrici di appalti al Policlinico che per gli inquirenti di Messina hanno assunto un interesse di tipo investigativo nell’ambito dell’infruttuosa inchiesta sul delitto Bottari. In essa è risultato lavorare Rosario Bruzzaniti, cugino di Natale e nipote di Leone Bruzzaniti, entrambi coindagati del dottor Longo per i traffici di droga a Milano. L’altra impresa inutilmente attenzionata sarebbe stata la ‘Aedilimper’, società di Barcellona di cui è titolare Giuseppe Rugolo, cognato del boss Pippo Gullotti.

“Intrecci trentennali tra l’area barcellonese e quella reggina: legami di lunga data ma evidentemente ancora saldi” scrive Antonello Mangano, su ‘Città d’Utopia del maggio ‘99. “La vicenda è rilevante anche perché conferma l’ipotesi secondo cui l’insediamento criminale dell’Ateneo messinese nasce negli anni della strategia della tensione, quando i rampolli della ‘ndrangheta e gli ordinovisti barcellonesi si mascherano tra gli studenti per stroncare sul nascere ogni tentativo di organizzazione degli studenti”. Coincidenza vuole che molti degli attentati e delle intimidazioni verificatisi nell’Università di Messina nei primi anni Settanta, avevano avuto come obiettivo l’inserimento di imprese di Africo vicine a don Giovanni Stilo, nella gestione del servizio mensa degli studenti.

Venticinque anni più tardi le indagini delineano i contorni di un patto di acciaio tra le cosche del Longano, organicamente inserite nella mafia catanese del Santapaola, e la feroce ‘ndrina di Africo, meta dei numerosi viaggi in Calabria del superboss Totò Riina.

Grazie all’alleanza con Giuseppe Morabito ‘Tiradritto’, le cosche barcellonesi hanno realizzato l’ennesimo salto di qualità, inserendosi ai massimi vertici del traffico internazionale di stupefacenti ed armi, e del riciclaggio dei patrimoni finanziari. Tiradritto non è uno dei tanti capibastone delle famiglie di ‘ndrangheta. Per la Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, è Giuseppe Morabito a presiedere la nuova ‘sovrastruttura’ criminale composta dai capi delle cosche più importanti, denominata ‘Cosa nuova’, l’organismo decisionale avente il compito “di tenere i rapporti con altre organizzazioni criminali nazionali ed internazionali, con la massoneria e con le istituzioni, di gestire i più rilevanti affari d’interesse per l’associazione e, comunque, di conseguire profitti e vantaggi ingiusti”.

I nuovi signori della droga

Negli anni Novanta i Morabito e i Mollica di Africo hanno assunto il ruolo di leader nei traffici di stupefacenti tra il nord e il sud Italia. Grazie ad una fitta rete di legami con i Nirta di San Luca, i Mazzaferro di Marina di Gioiosa, i Pesce di Rosarno, i Mancuso di Limbadi, i Di Giovine Serraino, i Libri e i Tegano di Reggio Calabria, in partnership con Cosa Nostra di Gaetano Fidanzati e Gaetano Badalamenti, la ‘ndrina di Africo ha coordinato gli sbarchi nell’area dello Stretto di Messina di tonnellate di hashish provenienti dal Marocco e dal Sud America, ha smistato ovunque ingenti quantità di eroina e cocaina, ha aperto filiali del traffico in Veneto con gli uomini della ‘mafia del Brenta’, in Puglia con la Sacra corona unita, in Campania con la Camorra, in Lazio con la Banda della Magliana. In Lombardia, novembre ’93, Pasquale Mollica e Leo Talia sono stati protagonisti di un vasto traffico di stupefacenti nascosti nella frutta e nel pesce surgelato, che aveva come centro l’Ortomercato di Milano, a due passi dall’Autoparco della mafia di via Salomone. I due esponenti del clan di Africo utilizzavano come società di comodo la ‘Sical Frut’, già coinvolta in un’altra inchiesta sui traffici di droga, controllata dalla moglie di Giuseppe Tommaseo, esponente siciliano del clan Gallo, assassinato nel marzo ’90.

Il clan di Pasquale Morabito ha esteso i suoi interessi anche in vaste aree del Piemonte e della Liguria, cogestendo stupefacenti, totonero, bische clandestine, usura, estorsioni. A Torino, l’affiliato Cesare Polifroni ha avuto l’onore di ospitare un’avvenente signora colombiana, risultata poi cugina di primo grado di Pablo Escobar, il leggendario capo del cartello di Medellin. Con la Colombia i Morabito-Mollica hanno aperto un inesauribile canale di rifornimento di coca, intermediari il narcos Julio Jimenez e l’ex parroco di Brancaleone Franco Mondellini, importante esponente internazionale dell’Ordine dei Cavalieri di Malta. Tra i maggiori esponenenti al nord della ‘ndrina di Africo, Giuseppe Mollica, in stretto contatto con le famiglie catanesi e con i boss pugliesi Marino Pulito e Salvatore Annacondia, con cui avrebbe gestito importanti traffici e programmato alcuni omicidi, tra cui quello dell’avversario Pasquale Palamara, anch’egli di Africo. Marino Pulito ha ammesso i suoi rapporti con Licio Gelli, finalizzati al tentativo di aggiustare il processo in cui erano imputati i suoi capi, i fratelli Modeo di Taranto, in cambio di un concreto appoggio elettorale se l’ex venerabile si fosse candidato alle elezioni politiche nei collegi del Mezzogiorno d’Italia.

Armi, esplosivo e speculazioni d’impresa

Le strategie finalizzate al controllo dei mercati internazionali di droga, si sono immancabilmente intrecciate con vicende eversive riconducibili all’oscura stagione delle stragi del biennio ’92-’93. Nell’ottobre ’93, Vincenzo Carrozza, un imprenditore edile di Locri, ritenuto uno degli esponenti di punta del clan Morabito, è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta su un traffico di armi da guerra e di esplosivo proveniente dalla ex Jugoslavia. Le armi erano giunte a Modena per essere utilizzate per un attentato nella locride, presumibilmente contro alti obiettivi istituzionali. Sei mesi più tardi gli inquirenti scoprivano che i Morabito e i Di Giovine, per l’acquisto di partite di eroina dalla Siria e di hashish dal Marocco, si erano rivolti al libanese Bou Kebal Gassan, fermato a Milano nell’ambito dell’inchiesta sull’autobomba di via Palestro e indiziato di traffico di materiale esplosivo.

E nel corso del processo per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, alcuni collaboratori di giustizia hanno fatto riferimento ad un summit svoltosi i primi di agosto del 1991, proprio ad Africo tra i massimi vertici della ‘ndrangheta e alcuni boss di Cosa Nostra tra cui lo stesso Totò Riina, in cui fu deciso l’omicidio eccellente. Secondo Domenico Farina, già affiliato al clan Santapaola, “la riunione si teneva in una villetta dei Mollica(..). Al suo interno io e Mimmo Condello di Archi trovammo i padroni di casa, Domenico Alvaro, Peppe Morabito, Totò Riina e Pietro Aglieri”.

E’ comunque il reinvestimento di denaro in attività imprenditoriali e nella scalata alle grandi società finanziarie la nuova frontiera criminale dei Morabito di Africo.

A Milano, due anni fa, gli inquirenti hanno elencato ben 26 società di proprietà della ‘ndrina, per un valore di oltre 200 miliardi di lire. Tra esse la Vela srl, società che gestiva molti dei più prestigiosi bar del capoluogo lombardo, tra i quali alcuni nel cuore della galleria Vittorio Emanuele. L’indagine sul riciclaggio ha raggiunto alcune società operanti in Lussemburgo di proprietà del finanziere Jean Faber, già socio di quel Sergio Cusani, uno dei maggiori protagonisti della stagione di Mani Pulite. Tra gli arresti eccellenti anche due dottori commercialisti, padre e figlio, Enrico e Sebastiano Cilia. Enrico, nato a Patti, altri non è che il genero di Michele Sindona, il banchiere-finanziere della mafia, ucciso dalla mafia. E tra i beni sequestrati due noti alberghi intestati a Bruno Talia, nativo di Africo.

Un altro Talia, Leo, è stato coinvolto insieme ad altri esponenti della ‘ndrina del ‘Tiradritto’, nella cosiddetta operazione ‘Hidros’, scattata nel maggio ’96 e conclusasi qualche mese con pesanti condanne nel processo di primo grado a Reggio Calabria. A curare le operazioni di riciclaggio del clan calabrese, il finanziere sardo-romano Curio Pintus, titolare della ‘Soliman Finance spa’, sede a Panama e filiale operativa a Bologna, società che ripuliva il denaro facendolo transitare per diversi istituti all’estero. Oltre alla ‘Soliman Finance’ la Guardia di Finanza ha individuato, sequestrandole, due note società finanziarie milanesi, la Assurance Cerdit spa e la Fiduciaria Bank-nord Spa, più un’industria di bevande, ‘La Minerale’ di Vercelli. E che i contatti della cosca calabrese fossero di altissimo livello internazionale, basterà menzionare che tra gli insospettabili uomini d’affare arrestati con l’operazione ‘Hidros’, comparivano Berthold Stratmann, broker accreditato presso la ‘City’ di Londra per i rapporti tra banche del Sudamerica ed istituti di credito tedeschi; Davide Dainese, amministratore dell’Assurance Credit spa e Guido Dapoz, direttore della Banca Popolare dell’Alto Adige. Secondo il colonnello Mario Venceslai , responsabile centrale del Gico della Guardia di finanza, “tutti i colletti bianchi finiti nella rete sono legati a potenti lobbies massoniche”. Per ripulire il denaro sporco si simulava un grosso debito con istituti di credito compiacenti. I ‘debiti’ per centinaia di miliardi venivano contratti grazie alle garanzie costituite dal deposito di ‘promissory notes’ provenienti dal ‘Banco de la Naciòn Argentina’, un istituto già ‘incrociato’ dagli inquirenti italiani in occasione dell’inchiesta sulla Loggia P2 del Maestro Venerabile Licio Gelli.

“Il finanziere 007 a servizio delle ‘ndrine’

E’ tuttavia Curio Pintus il personaggio più inquietante e più potente finito nel libro paga degli uomini di Africo. Nato ad Oristano e residente a La Spezia, Pintus è risultato titolare di numerose società finanziarie operanti a Panama, in Argentina, Stati Uniti, Australia, Canada, Lussemburgo, Germania e Francia. Di lui si parlò nei maggiori quotidiani sportivi, quando nel ’91 tentò per conto di una società americana l’acquisto della Roma Calcio. “Per l’occasione andai anche a pranzo con Giulio Andreotti” ammise il Pintus, che dovette poi ritirare l’offerta per l’entrata in scena del costruttore-editore Ciarrapico. Pintus fu poi coinvolto nella cosiddetta ‘Operazione Forziere’, l’inchiesta sulle operazioni di riciclaggio del clan catanese di Nitto Santapaola. E di lui si è tornati a parlare in occasione delle inchieste incrociatesi tra le Procure di Aosta e di La Spezia su ‘Phoney Money’ e le nuove centrali massoniche affaristiche sorte in Italia dalle ceneri della P2. Uno dei principali indagati, il geometra di origini calabresi Italo Nicotera “esperto in attività internazionali di brokeraggio”, aveva infatti riferito ai magistrati di contatti con Curio Pintus e di operazioni ‘estero su estero’ coordinate con la Soliman Finance.

Gli uomini del Gico hanno affermato come “il Pintus derivi il proprio potere soprattutto dalla sua appartenenza ai servizi segreti e dalla conoscenza intima con personaggi politici di primaria rilevanza nazionale, nonché‚ dall’attività professionale svolta, nell’alveo di una società finanziaria multinazionale (la Soliman Finance) e/o gruppi italiani di primaria importanza (il gruppo Grisone), attraverso transazioni miliardarie sui mercati finanziari mondiali. Siffatte operazioni, realizzate grazie alla particolare disponibilità di grosse banche, gli hanno consentito di programmare rapporti di carattere economico-finanziario-imprenditoriale, praticamente senza frontiere, anche con colossi pubblici nazionali grazie alla compiacenza di primari personaggi all’interno degli stessi”. Secondo gli inquirenti, il sistema finanziario creato dal Pintus poteva movimentare in varie banche internazionali circa 5.000 miliardi di lire e “aveva elaborato (e i molti casi realizzato) un vero piano di acquisto di aziende fallite o in piena attività della Lombardia e di altre regioni del Nord”. “Il potere di Pintus, posto al servizio dell’organizzazione di Talia – prosegue il Gico – consente la penetrazione economica a quest’ultima nella società del colosso Iri-Italstrade spa, turbando una gara pubblica attraverso una pilotata decisione sulla cessione della stessa società al sodalizio criminoso, maturata in seno ai vertici aziendali, dimostratisi alquanto compiacenti”. E’ in seguito alle stesse ammissioni di Pintus, che i magistrati aprono un’inchiesta per turbativa d’asta contro il messinese Giuseppe D’Angiolino, ex presidente Italstrade poi nominato direttore generale dell’Anas.

Il Clan Morabito non si sarebbe però fermato al colosso pubblico. Secondo gli inquirenti anche la Fininvest del cavaliere Berlusconi sarebbe finita al centro dei tentativi d’investimento della ‘ndrangheta. Nel corso dell’operazione ‘Hidros’ sono state sequestrate nello studio di Vincenzo Benito Alfano, un commercialista di Monza, ricevute bancarie e titoli attestanti una trattativa finalizzata ad un finanziamento per 500 milioni di dollari in favore della Fininvest. Le proposte di finanziamento sarebbero state fatte in due ‘tranche’ : la prima sarebbe andata in porto per un ammontare di 200 milioni di dollari, la seconda, ancora in fase di trattativa, prevedeva di elevare il prestito a 500 milioni di dollari. A garanzia sarebbero stati offerti titoli Mediaset. Inutili aggiungere che i vertici del gruppo Berlusconi hanno sempre negato qualsiasi trattativa con il gruppo Pintus-Alfano.

E’ tuttavia certo che il finanziere sardo avrebbe investito parte dei proventi della ‘ndrangheta in una società di Maclodio (Brescia) che “ha in atto forniture con il Ministero della difesa, il Ministero dell’Interno, l’Aeronautica Militare, la Marina Militare, nonché‚ con società di primario rilievo a livello nazionale”. Parte del denaro sarebbe finito anche nella Finanziaria Tolcinasco spa, con sede a Milano e nella Golf Tolcinasco Srl di Cologno Monzese, società in corsa per realizzare costruzioni, alberghi, ristoranti e impianti sportivi nel complesso denominato ‘Castello di Tolcinasco Golf & Country Club’, ubicato nel comune di Pieve Emanuele, Milano.

Trafficanti di morte

Indagando sul sistema ‘Hidros’ gli inquirenti hanno scoperto che il gruppo Morabito poteva perfino contare su ‘canali diplomatici internazionali’ per far transitare all’estero i capitali accumulati. Tra questi spiccava la figura di Friedrich Renfer, residente a Zurigo, console onorario dell’Honduras in Svizzera. Già in contatto con la cosca calabrese dei fratelli Ferrara, operante anch’essa in Lombardia, Renfer è stato coinvolto nel novembre ‘91 nell’ambito di un’inchiesta su un traffico di uranio proveniente dall’ex Urss e diretto in Svizzera. Nell’occasione il Renfer era stato indicato come presunto agente del Kgb. Durante un controllo delle autorità elvetiche nell’auto del console onorario vennero sequestrati 29 chili e mezzo di uranio impoverito. Sempre a Zurigo vennero fermate altre sei persone, tra cui tale Pietro Tanca, un nome che sarebbe spuntato l’anno successivo nell’inchiesta del giudice di Venezia Felice Casson su un presunto traffico d’armi tra la Croazia e l’Italia. Il Tanca sarebbe stato in contatto con un intermediario israeliano per l’acquisto di 500 chili di mercurio rosso, una sostanza prodotta esclusivamente in alcuni laboratori russi e forse in Sudafrica, utilizzato nella produzione dei detonatori per le bombe nucleari.

Un’altra sorpresa è venuta seguendo gli spostamenti di un altro esponente di punta della ‘ndrina di Africo, quel Bruno Criaco, protagonista della scorribanda alla facoltà di Magistero dell’Università di Messina nel ’93, accanto ad Annunziato Zavettieri e Rocco Morabito. Il Criaco insieme a Pasquale, Giovanni e Antonio Talia erano soliti utilizzare un’autovettura intestata alla ‘Ipergela Lombarda Srl’, una società di Milano, utilizzata come copertura per la spedizione, in mezzo a gamberi congelati, di ingenti partite di eroina e cocaina. Seguendo gli spostamenti dell’autovettura, gli inquirenti scoprono i contatti con un cittadino mediorientale dal passato burrascoso. “Criaco Bruno, unitamente al fratello Giuseppe” – scrivono gli uomini del Gico – risulta collegato a cittadini giordani di origini palestinese, facenti capo a Khamayis Waleed Issa, noto perché tratto in arresto in Fortaleza (Brasile) per traffico internazionale di sostanza stupefacenti, ed autore di azioni e progetti terroristici nei confronti di soggetti appartenenti ad alte cariche dello Stato italiano (…). Il Criaco Bruno è collegato, altresì, con un giordano attualmente residente in Messina, dove ha un’attività di bar-pizzeria; quest’ultimo è legato, a sua volta, al Khamayis Waleed Issa da vincoli di parentela”. Del presunto terrorista palestinese, filo-siriano, si parlò per la prima volta nel ’92 dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio. Il suo nome fu fatto in riferimento ad una serie di attentati che la mafia stava progettando contro l’allora ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, contro l’ex ministro alla difesa Salvo Andò e contro il Comandante della IV Divisione dei Carabinieri, con sede a Messina, generale Enrico Coppola. Nello specifico l’on. Martelli doveva essere colpito in occasione di una sua visita nel barcellonese.

A indicare Khamayis Waleed Issa, un rapporto riservato dei Ros dei Carabinieri, pubblicato sul settimanale Panorama nell’agosto ’92. “Gli attentati contro Martelli, Andò e Coppola – segnalavano i Ros – potrebbero verificarsi quanto prima, e al comando di mafiosi siciliani prenderà parte un palestinese che ha domiciliato dall’1 ottobre 1984 al 15 marzo 1985 a Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, sotto la protezione di esponenti della criminalità organizzata di San Luca. I mafiosi di San Luca hanno tentato di corrompere gli organi competenti con 200 milioni per ottenere per il palestinese il permesso di soggiorno in Italia a Bovalino”.

Nato ad Al Evheis, in Giordania, il 23 agosto del 1961, Khamayis Waleed Issa è stato dirigente del Fronte popolare di lotta palestinese; giunto in Italia nell’80, ha frequentato l’Università per stranieri di Perugia e successivamente si è trasferito a Messina dove ha risieduto fino all’87. E’ nella città dello Stretto che il palestinese si sarebbe legato “con malviventi della Locride iscritti alla stessa università”. Khamayis Waleed Issa raggiunse successivamente Milano dove si sarebbe sposato con una ragazza italiana; poi, nel maggio ’87 fu colpito da un provvedimento di espulsione. “Rientrato in Italia dopo aver subito un intervento di plastica facciale, è stato ripetutamente avvistato a Milano nel periodo 1988-89 insieme a mafiosi calabresi”. Secondo il settimanale Panorama la fonte confidenziale da cui i Carabinieri avrebbero attinto le informazioni sul palestinese sarebbe stata una “persona vicino ad ambienti delinquenziali della Locride”.

Sono gli uomini della Guardia di finanza a mettere nero su bianco sui calabresi in odor di ‘ndrangheta in contatto con il presunto terrorista palestinese. “Durante la sua permanenza in Italia, Khamayis Waleed Issa ha intrattenuto rapporti con esponenti della malavita, tra i quali spiccano Bruno Pizzata, Salvatore Strangio, Giovanni Manglaviti, tutti originari di San Luca; Domenico, Giuseppe e Bruno Criaco di Africo”. Trascorrono appena tre mesi dall’informativa dei Ros sui presunti attentati terroristici contro i ministri Martelli e Andò che un nuovo colpo di scena infittisce il mistero Waleed Issa. Un laconico comunicato dell’Ansa del 19 novembre ’92 annota che il trentenne palestinese “indicato come uno dei componenti del commando, si trova in un carcere brasiliano dal mese di luglio per traffico di droga”. “Gli investigatori brasiliani” – continua la nota – “sono riusciti a identificarlo solo ieri, con la collaborazione dell’Interpol e dei carabinieri, grazie a una comparazione delle impronte digitali”.

Del palestinese si torna a parlare nel rapporto redatto dalla Dia nel marzo 1998 in concomitanza con lo scoppio del cosiddetto ‘caso Messina’. Facendo riferimento alle nuove intese raggiunte tra i vertici mafiosi siciliani e le maggiori ‘ndrine calabresi, la Dia si sofferma sulle indagini eseguite su “un organizzazione di trafficanti composta da siciliani riconducibili a Cosa Nostra trapanese e, da calabresi della cosca Palamara-Bruzzaniti-Morabito, che acquistava cocaina in Brasile per il tramite di un esponente del Fronte di Lotta Popolare Palestinese, Waleed Issa Khamays”.

Storie di armi, bombe ed aliscafi. Messina e la guerra del Mossad.

A dimostrazione che la città dello Stretto è al centro di complessi intrecci e traffici il cui baricentro ruoterebbe nello scenario di guerra del Medio Oriente, basterà ricordare le oscure vicende che l’hanno investita in questi ultimi quindici anni.

Nel marzo ’84 viene sequestrata nelle acque delle isole Eolie una nave-cargo battente bandiera panamense, la ‘Viking’, zeppa di armi pesanti, fucili e proiettili di cannoni di produzione turca ma su licenza americana. Dopo una difficile inchiesta internazionale fu possibile ricostruire parzialmente la rotta dell’imbarcazione. Partita dal porto di Haifa (Israele) con destinazione ‘ufficiale’ il Brasile, il cargo avrebbe prima fatto scalo a Derince, in Turchia, poi forse a Cipro e infine ad Augusta e a Civitavecchia. Proprietaria della nave sarebbe stata la società di Haifa ‘Marisco Shipping Ltd’, già coinvolta in traffici di materiale bellico a favore dei “nemici di Israele”, tra cui la stessa Olp. I tecnici che ispezionarono a Messina l’imbarcazione dichiararono l’impossibilità della ‘Viking’ di sostenere la traversata atlantica fino in Brasile. Le armi erano dunque dirette verso un porto mediterraneo, probabilmente siciliano o calabrese. E siciliani o calabresi dovevano presumibilmente esserne i destinatari.

E nelle acque prospicienti i cantieri Rodriquez di Messina, a due passi della base militare di Marisicilia e dell’Arsenale navale, nel gennaio 1986 si compie una delle azioni più misteriose compiute impunemente in Italia dai servizi segreti israeliani: il sabotaggio di due aliscafi battenti bandiera cipriota in riparazione alla Rodriquez. Uomini rana, dopo aver piazzato delle cariche di esplosivo sotto gli aliscafi, le avevano fatte esplodere con il conseguente affondamento dei battelli. Ad una settimana dall’attentato mentre i magistrati messinesi brancolavano nel buio, era il ‘Time’ di New York a rivelare la matrice internazionale dell’attentato. A commissionarlo sarebbe stato il Mossad israeliano, intenzionato a mettere fuori uso due unità impiegate da una fazione palestinese per il trasporto di armi sulla rotta Larnaca-Juniech (Libano), teatro di cruenti scontri tra le fazioni cristiano-maronite e le milizie filo-siriane.

A capo della società armatrice dei due aliscafi, la ‘Svalan and Tarnan Lines Limited’ di Limassol, compariva un libanese di origini palestinesi Wael Afifi Nasouch, accusato da Israele di essere un trafficante d’armi. Fuggito in Brasile dopo essersi indebitamente appropriato di un’ingente somma di denaro appartenente alla rappresentanza Olp di Nicosia, nel settembre 1987 Afifi Wael Nasouch avrebbe fatto ritorno a Cipro. Scamperà miracolosamente ad un attentato in taxi a Limassol. Un portavoce della presidenza della repubblica cipriota accuserà un diplomatico palestinese. L’Olp respingerà ogni coinvolgimento nella vicenda, tuttavia Yasser Arafat, dopo aver inviato due suoi stretti collaboratori a Cipro per “accertamenti”, deciderà l’immediata riduzione del numero di diplomatici dell’Olp ivi accreditati.

A rendere ancora più intrigata la vicenda degli aliscafi un’altra straordinaria coincidenza: meno di quattro mesi prima dell’attentato alla Rodriquez, “un commando di estremisti filo-palestinesi”, aveva effettuato un raid contro tre israeliani a bordo di un panfilo, all’ancora proprio nel porto di Larnaca, uccidendoli. Le tre vittime furono identificati come agenti del Mossad. Tra di essi Sylvia Rafael, nota 007 israeliana. Il governo di Tel Aviv accusò dell’attentato la ‘Brigata 17’, la forza di sicurezza del leader dell’Olp e per ritorsione scatenò il raid aereo contro la sede di Tunisi. Aveva inizio la stagione di guerra che avrebbe, da lì a qualche mese, incendiato il Mediterraneo.

Elicotteri per il Venezuela

Torniamo alle vicende relative al misterioso ristoratore giordano ‘cugino’ di Khamayis Waleed Issa, che secondo il Gico sarebbe stato in contatto a Messina con il mafioso calabrese Bruno Criaco. Egli da qualche tempo avrebbe lasciato la città dello Stretto; la sua pizzeria sarebbe stata rilevata da un cittadino giordano-palestinese socio nella gestione di un noto ristorante di cucina mediorientale del siriano naturalizzato italiano Abdullatif Kweder. Kweder, che ha ricoperto per anni il ruolo di coordinatore della segreteria della Facoltà di Giurisprudenza di Messina, è stato uno tra i principali indagati dell’inchiesta ‘Arzente Isola’ della Procura di Messina sul traffico internazionale di armi, insieme all’imprenditore barcellonese Rosario Cattafi, al mediatore messinese Filippo Battaglia e al titolare di alberghi e casinò nell’isola caraibica di Saint Maarten Rosario Spadaro, originario di Alì Terme. Dei quattro solo il Battaglia, (in compagnia di faccendieri legati al clan Santapaola), è stato rinviato a giudizio dal Tribunale di Catania dove è transitata l’inchiesta avviata a Messina. Kweder, Cattafi e Spadaro sono stati invece prosciolti. Da parte sua, l’ex segretario di Giurisprudenza aveva sempre smentito ogni coinvolgimento negli affari del Battaglia, ammettendo in un’intervista rilasciataci sul settimanale ‘l’isola’ solo una collaborazione, indiretta, in una transazione “legale” con il governo venezuelano. “E’ successo che nel 1981 ho conosciuto un professore in pensione originario della provincia di Ragusa, tale Antonino Campailla, che era venuto in Italia da Caracas per la laurea di un suo fratello. Mi ha chiesto se conoscevo qualche mediatore in collegamento con le industrie belliche per un acquisto di materiale sofisticato. Mi disse che era in contatto con le autorità statali e che avremmo potuto ottenere le provvigioni pari al 10-12% del valore del contratto. Mi rivolsi all’avv. Filippo Battaglia, laureatosi nella nostra facoltà qualche anno prima, che sapevo essere un broker a livello internazionale. Presentai allora il Battaglia all’italo-venezuelano. So che poi i due hanno lavorato per una fornitura di elicotteri Agusta. So che l’affare, per un valore di 40 milioni di dollari, si è concluso felicemente per i due nel 1984. Per me ci fu la beffa di non ricevere una sola lire di provvigioni”. Proprio nel settembre ‘84 l’impresa italiana avrebbe trasferito alcuni velivoli A 109 alla Guardia Nazionale di Caracas. A quell’affare sempre secondo il Kweder, avrebbe partecipato l’ex potente direttore del Consorzio autostradale Messina-Catania. “Io so che il dott. Eraldo Luxi, tra il 1981 e il 1984, era in buonissimi rapporti con l’avv. Filippo Battaglia, suo cognato. So che il dott. Luxi ha collaborato con il Battaglia nella transazione: insieme partirono per il Venezuela. Poi i loro rapporti si raffreddarono molto e mi è stato detto che anche Luxi non avrebbe ricevuto nulla”.

Sulla rotta Barcellona-Damasco

Indagando sulla latitanza del boss catanese Nitto Santapaola nel barcellonese nei primi anni Novanta, i Ros dei carabinieri di Messina si sono imbattuti su un presunto traffico internazionale di armi avviato dalla mafia del Longano. I barcellonesi pare fossero in attesa di una grossa partita di kalashnikov di produzione russa e di mitragliette Uzi israeliane e per avviare la trattativa con i referenti stranieri era stato necessario individuare un interprete russo e uno israeliano. Secondo le forze dell’ordine di Messina “i personaggi che ruotavano attorno a tale vicenda sono stati individuati in Graziano Mantovano di Milano, Paola Franchini di Maranello, i barcellonesi Domenico Orifici, Salvatore Di Salvo detto ‘Sam’ e Domenico Tramontana, gli ultimi tre esponenti di primo piano del gruppo Gullotti”. Seguendo un viaggio aereo dell’Orifici a Bologna, i Carabinieri lo intercettano in un incontro con il Mantovano. L’argomento principale del colloquio lascia di stucco gli inquirenti: Mantovano si rammarica per il fallito tentativo di recuperare 800 mila dollari congelati in una banca di Lugano su un conto cifrato. “C’era solo il numero, l’avevano trovato in tasca la prima volta col giudice Palermo nell’82, ed è rimasto là per anni…”. Il conto infatti era stato messo sotto sequestro dall’allora sostituto procuratore di Trento Carlo Palermo, nell’ambito dell’inchiesta su un ingente traffico internazionale di armamenti che vedeva coinvolti faccendieri legati al Partito Socialista, agenti dei servizi segreti italiani e le maggiori industrie belliche nazionali. “Ciò è successo – spiega Mantovano ad Orifici – perché dall’Italia sono stati venduti 50 carri armati alla Siria. Loro diventano pazzi perché non sanno come sono stati portati via questi carri armati dall’Italia e sanno che sono andati a finire in Siria e sono stati fatti dei pagamenti. Uno l’ho preso io, uno l’ha preso Antonio, insomma hanno fatto un giro e …”. Mantovano chiarisce che i soldi rimasti in Svizzera non possono essere prelevati “perché il cliché viene dalla Siria e quindi ci sono dei dati precisi di tutto il movimento che è stato fatto. Anche perché hanno arrestato dei Siriani che se la sono cantata con l’intesa che il giudice Palermo li avrebbe scarcerati e li avrebbe rimandati in patria, tanto a loro non gliene fregava niente degli italiani…”. “Minchia, ma come li hanno mandati questi carri armati?” chiede stupito Domenico Orifici. “Nei containers. Denominazione ‘altro materiale’. Togliendo il cannone il carro armato ci stava dentro giusto nel container’. Il trasporto lo facevamo a metà. C’era il mio socio che era pratico di quelle cose là, noi facevamo solo a smontare. A Verona vendevano questi carri armati da demolire. Ci sono delle ditte specializzate che li ritirano con l’intesa di tagliarli, togliere la culatta, e così via. Così i carri armati sono andati via belli imballati. Hanno fatto Verona-Milano, Milano-Siria. Si poteva fare benissimo Verona-Siria, ma è stata fatta una vendita ad una ditta di demolizioni a Milano e di là non sono mai stati demoliti”. Sarà bene ricordare che l’inchiesta del giudice Palermo aveva svelato che insieme ai carri armati e ad una partita di elicotteri, il gruppo dei trafficanti di morte stava dirottando alla Siria tre “special toys”: tre bombe atomiche all’uranio arricchito 235, potenza distruttiva 20 megatoni…

Al supermarket dell’uranio

Il 20 marzo 1998, un articolo del giornalista Fabio De Pasquale su Centonove rilancia la pista delle inchieste sui traffici di armi nel barcellonese come possibile movente dell’omicidio di Beppe Alfano. “Nonostante i giudici abbiano riconosciuto che quello di Alfano è un delitto di mafia, non è ancora ben chiaro perché il giornalista sia stato ammazzato. Una cosa, comunque, è certa. Quando Alfano insegnava a Trento era entrato in contatto con i servizi segreti. Potrebbe, quindi, essere questo uno snodo principale…”. L’elemento chiave starebbe, secondo Centonove, nell’incontro che si sarebbe tenuto nell’abitazione della famiglia Brusca a Palermo, presente il boss Giuseppe Gullotti, proprio alla vigilia dell’omicidio di Alfano. “Angelo Siino e Giovanni Brusca, infatti, chiesero al presunto boss di Barcellona, Giuseppe Gullotti, di procurargli un carico di uranio, che, tuttavia, non arrivò mai a destinazione”. Ad indagare sulla misteriosa trattativa sull’elemento indispensabile per la fabbricazione di testate nucleari ci sarebbe da mesi il sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Palermo, Franca Imbergamo, che avrebbe raccolto le dichiarazioni di Siino.

“Ma cosa aveva scoperto di tanto importante Alfano?”, s’interroga Centonove. “Su cosa aveva messo le mani il giornalista? Forse qualcosa che poteva dare fastidio proprio ai servizi segreti o a qualche organismo a loro collegato? Qualche loggia segreta? Ma se è un delitto di mafia cosa c’entrano i servizi? Interrogativi ancora irrisolti che, però, potrebbero essere spiegati solo se Gullotti fosse un uomo dei servizi. Solo così, comunque, si capirebbe perché Siino e Brusca si rivolgono proprio a lui per procurarsi quel carico di uranio. Solo chi é ben inserito in determinati ambienti, infatti, poteva trovare un carico così prezioso”. Il ragionamento non fa una grinza. E, come abbiamo visto, sono numerosi i punti di contatto del clan barcellonese con gli ambienti vicini ai trafficanti di morte e ai poteri occulti.

Le recenti vicende che hanno visto elementi delle cosche catanesi e del versante tirrenico della provincia di Messina implicati in traffici di materiale radioattivo, confermerebbero il ruolo di punta assunto da Cosa Nostra nel supermarket del nucleare.

Appena tre anni fa gli inquirenti avevano svelato come tra Catania ed Avola era stata occultata una barra di uranio dal peso di 25 chili e dal valore di quattro milioni di dollari, giunta in Sicilia direttamente dallo Zaire. Protagonisti della vicenda un noto commerciante di Belpasso, Pietro Bellia, e due cittadini portoghesi trapiantati da anni nel siracusano, Belarmino Vilarinho, alimentarista, e Carlos Monteiro, titolare di una ditta di trasporti. In particolare Bellia era già stato arrestato dalla Dda di Catania nel ’94 nell’ambito di un’inchiesta su un presunto traffico di armi; egli inoltre sarebbe stato socio di Giuseppe Spampinato, il costruttore catanese, accusato da alcuni collaboratori di riciclare il denaro di provenienza mafiosa per conto dei catanesi Carletto Campanella ed Aldo Ercolano. Ancora più inquietanti i legami dei due portoghesi: secondo i magistrati etnei Monteiro sarebbe stato avvicinato a Lisbona da alcuni agenti dei servizi segreti russi per recuperare una partita di mercurio radioattivo rubato nel 1989 da un laboratorio dell’ex Urss, mentre Vilarhino è sospettato di aver partecipato ad un vasto traffico di valuta con l’Iran e la Libia.

L’indagine si è inevitabilmente incrociata con quella su un’altra misteriosa scomparsa di altre barre di uranio finite nelle mani degli uomini della cosca di Giuseppe Pulvirenti ‘u Malpassotu’ e che sarebbe dovuto finire in nord Africa. Nel luglio ’96, infatti, i magistrati individuavano un vasto traffico di uranio, osmio e mercurio rosso che sarebbe stato gestito da Cosa Nostra in combutta con un ex ufficiale del Kgb sovietico. Tra gli arrestati i fratelli Carmelo e Gaetano Asero (organici alla cosca Pulvirenti), e un banchiere e due finanzieri tedeschi titolari di una società immobiliare, che reinvestivano il denaro proveniente da una transazione di cocaina fornita dai cartelli colombiani a cui venivano forniti kalashnikov, missili terra-aria e lanciarazzi monouso, presumibilmente giunti in Italia direttamente dall’ex Jugoslavia. Al centro di questo intrigatissimo traffico fatto di armi nucleari, missili e coca, il paternese Salvatore Palumbo, personaggio che avrebbe vantato persino un’amicizia con il leader ultranazionalista russo Alexander Zirinovski.

Occhio agli uomini d’onore che starebbero dietro a queste vicende: Carletto Campanella, Aldo Ercolano e Giuseppe Pulvirenti sono i boss catanesi che più di tutti hanno frequentato e stretto contatti i nuovi emergenti della mafia barcellonese. La quadratura del cerchio? Il processo che da un paio di mesi si è aperto a Catania contro la presunta banda di trafficanti di uranio diretta tra gli altri da Domenico Stelitano di Roghudi, Salvatore Tringale di Acicastello, indicato come appartenente alla cosca Santapaola.

Le indagini sono scaturite nel marzo ’98, dal sequestro di una barra di uranio radioattivo, del tipo solitamente usato per armare testate nucleari, che era stata venduto per 22 miliardi di lire, trasferiti su un conto segreto in una banca svizzera. Due degli imputati erano stati fermati tra Ponte Chiasso e Bellinzona, mentre tentavano di raggiungere la banca per prelevare il denaro pattuito. Tra di essi il calabrese Francesco Russo, già arrestato per traffico di stupefacenti ed una serie di reati finanziari, in strettissimi legami con Antonino Caridi, genero del boss della ‘ndrangheta reggina Domenico Libri. La barra in questione conteneva 200 grammi di uranio 238 e 38 di 235; essa era stata prodotta dal ‘General Atomic’ statunitense, ed era stata venduta allo Zaire per alimentare una centrale elettrica ad energia atomica. Dallo Zaire l’elemento fissile sarebbe stato introdotto illegalmente in Itala durante il colpo di stato del maggio ’97, che costrinse alla fuga il dittatore Mobutu. Dalle intercettazioni telefoniche è emerso che Salvatore Tringale era persino disposto ad acquistare 8 missili nucleari russi ‘R36’ e ‘R32’ e materiale radioattivo, per un valore di 200 miliardi di lire.

L’“annoiata” vita della provincia messinese

Alla banda ‘radioattiva’ composta da uomini legati a Cosa Nostra, alla ‘ndrangheta e alla banda della Magliana, è risultato farne parte il pattese Paolo Cipriano. Residente da anni a Piraino dove è solito girare con una fiammante Ferrari rossa, precedenti penali per ricettazione e reati patrimoniali, nel 1992 Cipriano è stato arrestato nel corso dell’operazione Mare Nostrum 2, con l’accusa di aver illegalmente detenuto e portato in luogo pubblico, le armi che dovevano essere utilizzate nel 1987 in un attentato, poi fallito, contro Carmelo Pagano di Terme Vigliatore. Nipote del potente boss di Brolo Giuseppe Cipriano, personaggio dai consolidati legami con la ‘ndrangheta e le principali cosche siciliane, Paolo avrebbe fatto per anni da tramite tra le organizzazioni malavitose della zona nebroidea e gli uomini del clan Santapaola. Secondo gli inquirenti Paolo Cipriano avrebbe partecipato ad almeno due degli incontri tra i venditori di uranio e i potenziali acquirenti. Sedi della spregiudicata trattativa la stazione ferroviaria di Giardini-Naxos e un caffé della cittadina di Patti.

Novembre ’95, Ponte Chiasso, La Guardia di finanza intercetta un’Alfa 164 con a bordo due siciliani, il costruttore originario di Naso Aurelio Cipriano, e l’insegnante originario di Ficarra Giuseppe Ridolfo. I due provengono dalla Svizzera e girano con un assegno da un milione di dollari emesso dalla Chase Manhattan Bank di New York e con una lunga serie di documenti in lingua inglese e tedesca che “riguarderebbero transazioni bancarie per decine di miliardi”. Secondo la Gazzetta del Sud l’imprenditore sarebbe cugino di Pippo Cipriano, ex affiliato al clan di Giuseppe Chiofalo, oggi collaboratore di giustizia. “Aurelio Cipriano è titolare dell’impresa edile Albatros House, ed è molto noto nella zona per aver effettuato lavori a Brolo, Piraino e Capo d’Orlando. Ha anche aperto cantieri a Sibari, nell’Aretino e presumibilmente in Germania”. Il capitano della Gdf Nicola Altiero, comandante del nucleo di stanza alla frontiera ipotizza che il tutto sia “finalizzato a perpetrare una presunta truffa ai danni di qualche istituto di credito o società di intermediazione estera”. Immediata la smentita del Cipriano che in comunicato al maggiore quotidiano di Messina precisa di non avere “alcun rapporto di parentela o affinità con tale Giuseppe Cipriano”. No comment sull’assegno a nove zeri e i documenti sulle presunte transazioni miliardarie?

Barcellona-Patti-Brolo-Piraino. Piccoli centri di una provincia sonnolenta, dove migliaia di disoccupati convivono accanto a plurimiliardari, trafficanti di morte, agenti dei servizi segreti, gladiatori e massoni. Capita così che nessuno badi alla notizia apparsa sulle cronache locali la scorsa estate: l’arresto a Gliaca di Piraino di Salvatore Vincenzo Lenzo, analista finanziario, nell’ambito di un’inchiesta su un presunto traffico internazionale di materiale radioattivo e banconote false stampate a Roma. Spuntano ancora le solite barre d’uranio, trattate da una banda con sede in Lazio e clienti di stati esteri. Nello sfondo alcune società finanziarie che avevano effettuato una serie di truffe miliardarie a danno di alcuni istituti bancari italiani e tedeschi.