27 Maggio 2021 Cultura

“Franco Battiato e la Sicilia, un legame viscerale” di Fabio Mazzeo

Di Fabio Mazzeo – Scrivo di getto sul telefonino dopo la domanda di un’amica romana: “Era davvero così forte il legame tra voi siciliani e Battiato?”.

Credo la domanda fosse mal posta, ho conosciuto tedeschi o francesi che amavano la sua musica dimostrando che la questione non è regionale. E poi non me la sento mai di rispondere a nome dei siciliani.

La domanda però mi ha posto di fronte a un altro interrogativo: Battiato poteva nascere altrove diventando ciò che è stato, rappresentando per la musica tutto ciò che ha messo in partitura? Un interrogativo che rimando a chiunque legga queste poche righe. Ho una risposta, mi sento un musicofilo ma dilettante, non ho studiato e il mio pensiero è irrilevante. Penso però che se il caso ti mette al mondo a Ionia e scegli di vivere gli ultimi tuoi anni e il trapasso a Milo vuol dire che tutto ciò che hai generato nella vita sia irrimediabilmente legato a quella terra che nella sua storia è stata tutto e capace di generare tutto, la Sicilia.

Più facile buttarla in musica: Franco Battiato è stato avanguardia per sessant’anni di carriera. Da ragazzo immaginava suoni che non esistevano e inseguendo quelli ha sperimentato strumenti nuovi, composizioni nuove, trovato parole nuove.

Tutti i suoi colleghi hanno usato parole che ne certificano la grandezza, una statura che lo eleva al vertice assoluto della musica italiana, di cui è stato riferimento. Prima di lui solo Fabrizio De André e Lucio Battisti hanno goduto di tanta ammirazione dagli stessi colleghi, unico indiscutibile metro per misurare il talento al netto delle passioni.

Per la mia generazione Battiato è stato un riferimento, non solo musicale.

Aveva già spiazzato tutti con la sperimentazione, quando noi giovanissimi fummo ammaliati da “Stranizza d’amuri” e imparammo a memoria “L’era del cinghiale bianco” e “Il re del mondo” senza neppure capirne il senso. Poi ci fu l’esplosione di “Mr Tamburino non ho voglia di scherzare…” e comprammo i Persol perché era lui a indossarli. Fu il sigillo. Da li in poi, lui un passo avanti e noi a cercare di seguirne la traiettoria.

E così tutto è diventato memoria. E ognuno indossa la sua. Credo di dovere all’album Fisiognomica una cinquantina di libri letti e molte convinzioni maturate nel tempo. Credo “L’oceano di silenzio” sia tra le canzoni più belle di tutte i tempi, “Povera Patria” il segnale inequivocabile dato con qualche anno d’anticipo che non ne potevamo più di vedere quella Italia verso la quale troppi oggi nutrono pericolose nostalgie.

Non lo abbiamo capito, Battiato, quando scelse il filosofo Manlio Sgalambro ma basta “La cura”, e c’è moltissimo di più, per certificare che ancora una volta era avanti per indicarci la direzione giusta.

Ho intervistato due volte Battiato, ricavandone uno strano imbarazzo. Ho parlato più di frequente al Caffè Europa con Sgalambro, e ho avuto il privilegio di presentare ben due delle sue opere.

A proposito della domanda della mia amica romana, che chiedeva di noi siciliani e Battiato, le ho risposto citando il maestro: “Era bello quando eravamo collegati, perfettamente, al luogo e alle persone che avevamo scelto, prima di nascere“.

Ecco, credo che chi ha scelto Battiato lo abbia in qualche modo fatto per nascita.