10 Giugno 2021 Giudiziaria

Le motivazioni della sentenza: Le verità inconfessabili intuite dall’agente Nino Agostino

Nonostante i tentativi di depistaggio, è accertato che quello di Antonino Agostino, assassinato assieme alla moglie Ida Castelluccio, il 5 agosto del 1989, fu un delitto di mafia. E che il movente è «collegato alla ricerca dei latitanti a cui Agostino si dedicava».

Lo scrive il gup di Palermo, Alfredo Montalto, nella motivazione della sentenza con cui ha condannato all’ergastolo per il duplice delitto, il boss Nino Madonia. Una sentenza arrivata dopo 32 anni dall’agguato e numerose archiviazione dell’indagine. Per l’omicidio di Agostino, agente di polizia che lavorava nei Servizi Segreti, è in corso un altro processo, col rito ordinario, a carico del capomafia Gaetano Scotto, e di un amico della vittima che risponde di favoreggiamento.

Il giudice che ha celebrato il processo in abbreviato, individua anche una concausa dell’omicidio: i «rapporti che Cosa nostra, e, nel caso specifico, la cosca dei Madonia, intratteneva con esponenti importanti delle Forze dell’Ordine soprattutto collegati ai Servizi di Sicurezza dello Stato». Il gup cita tra i soggetti appartenenti alle forse dell’ordine che avevano rapporti con Madonia, riportando le dichiarazioni di diversi pentiti, l’ex numero due del Sisde Bruno Contrada, poi condannato per concorso in associazione mafiosa e lo 007 Giovanni Aiello nel frattempo deceduto. I Madonia avrebbero deciso di eliminare il poliziotto «che pericolosamente si aggirava nel territorio dagli stessi controllato e teatro di incontri particolarmente riservati anche con esponenti delle Forze dell’Ordine e dei Servizi di sicurezza che nel tempo hanno rafforzato il potere di quella famiglia e dei loro alleati all’interno dell’organizzazione mafiosa».

Secondo il Gup il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, ha tentato di depistare anche le indagini sul duplice omicidio dell’agente di polizia Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio.

Secondo il gup Montalto l’obiettivo di Graviano – che ha depositato una memoria difensiva alla Corte di assise di Reggio Calabria dove è sotto processo – «è sempre quello di addossare tutte le responsabilità solo ed esclusivamente a quei soggetti già indicati come tutti legati a Salvatore Contorno».