10 Giugno 2021 Giudiziaria

Processo Eni/Shell-Nigeria: Il Pg di Milano, il messinese Fabio De Pasquale, indagato dalla Procura di Brescia con l’ipotesi di rifiuto d’atti d’ufficio

A 24 ore dal deposito delle durissime motivazioni della sentenza Eni Nigeria per cui sono stati assolti tutti gli imputati, piomba sulla procura di Milano la notizia che il procuratore aggiunto di Milano, il messinese Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro sono indagati dalla Procura di Brescia con l’ipotesi di rifiuto d’atti d’ufficio in relazione al processo Eni/Shell-Nigeria. L’iscrizione risalirebbe a una decina di giorni fa dopo l’interrogatorio del pm Paolo Storari, anche lui indagato a Brescia per il caso dei verbali dell’avvocato Piero Amara, ex legale esterno di Eni già condannato per corruzione in atti giudiziari e nuovamente arrestato due giorni fa, e i contrasti con i vertici del suo ufficio. La segnalazione del procedimento a carico dei due pm è arrivata al procuratore della Cassazione Giovanni Salvi, al Consiglio superiore della magistratura e al ministero della Giustizia.

L’ACCUSA

La Procura di Milano – che ha portato a processo e accusato di reati molto gravi i vertici dell’Eni, compreso l’amministratore Claudio Descalzi – avrebbe nascosto al Tribunale una prova fondamentale che scagionava lo stesso Descalzi. Si tratta di un filmato nel quale il principale teste di accusa dichiarava che intendeva accusare i vertici dell’Eni per ricattarli, e minacciava di trascinarli nel fango.

Il filmato risale esattamente a due giorni prima del momento nel quale l’accusatore si presentò in procura per accusare l’Eni e aprire il famoso scandalo Eni Nigeria. L’ufficio del Pubblico ministero possedeva questo filmato ma non lo ha esibito al processo, nascondendolo alla difesa e ai giudici. È stato uno degli avvocati della difesa che lo ha scoperto per caso, depositato agli atti di un altro processo in un’altra città, e ne ha chiesto l’acquisizione. Il Pm, in particolare il procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale, ha chiesto che non fosse acquisito perché – ha sostenuto – era di scarsa rilevanza. la Corte invece ha imposto l’esame del filmato e lo ha considerato decisivo per scagionare gli accusati. Tutto questo è scritto, anche con una certa indignazione, nelle motivazioni della sentenza di assoluzione (emessa il 17 marzo) che sono state rese pubbliche ieri.

Il filmato fu realizzato (di nascosto) dal famoso avvocato esterno dell’Eni, Piero Amara, e contiene una dichiarazione di Vincenzo Armanna – che appunto è il teste d’accusa – il quale – è scritto nella sentenza – dichiarava di pianificare ”un ricatto ai vertici della società petrolifera preannunciando l’intenzione di rivolgersi ai Pm milanesi per far arrivare una “valanga di merda” e un avviso di garanzia ad alcuni dei dirigenti apicali della compagnia”. Nella motivazione dell’assoluzione c’è anche scritto testualmente: “Risulta incomprensibile la scelta del Pubblico ministero di non depositare tra gli atti del procedimento un documento che, portando alla luce l’uso strumentale che Armanna intendeva fare delle proprie dichiarazioni e dell’auspicata conseguente attivazione dell’attività inquirente, reca straordinari elementi a favore degli imputati”.