18 Giugno 2021 Giudiziaria

“Matassa”, assolti Genovese e Rinaldi

La politica esce. Rimane solo la mafia. Al maxiprocesso d’appello “Matassa” ieri pomeriggio in pratica assoluzioni e prescrizioni hanno spazzato via tutti i reati legati alle tre campagne elettorali tenute tra il 2012 e il 2013, mentre il nucleo delle condanne decise ha invece confermato l’esistenza delle associazioni mafiose che furono delineate dalla Dda e dalla polizia con le indagini concluse nel 2016, associazioni mafiose che secondo la teoria dell’accusa in alcuni casi avevano costruito nel corso del tempo una fitta rete di commistioni e favori con la politica, attraverso una serie di soggetti del “mondo di mezzo” che hanno avuto contatti con gli altri due mondi.

Ma il dato più eclatante che viene fuori dalla sentenza di ieri è sicuramente quello che riguarda due degli imputati eccellenti coinvolti: l’ex deputato nazionale Francantonio Genovese e l’ex deputato regionale Franco Rinaldi, che avevano cucito addosso il reato di associazione finalizzata alla corruzione elettorale, sono stati assolti da questa imputazione con la formula «perché il fatto non sussiste». La sezione penale della corte d’appello presieduta dal giudice Alfredo Sicuro e composta dai colleghi Carmelo Blatti e Silvana Cannizzaro ha in pratica spazzato via le condanne inflitte in primo grado: 4 anni e 2 mesi a Genovese, 3 anni e 4 mesi per Rinaldi.

Tutto sarà chiaro nelle motivazioni, tra qualche mese, ma il perché di queste assoluzioni potrebbe essere forse legato a due opzioni giudiziarie. Per un verso al tema-intercettazioni, ovvero alla loro inutilizzabilità dopo la sentenza spartiacque delle sezioni unite della Cassazione, in senso garantista per chi viene captato mentre parla, oppure per altro verso ad una serie di argomentazioni difensive che via via sono state prospettate dagli avvocati, legate all’inesistenza dell’associazione finalizzata ai reati elettorali per come è stata prospettata nelle indagini, attraverso l’equazione difensiva “che ci siano i singoli reati elettorali, ammesso che ci siano, questo non vuol dire che ci sia anche l’associazione”.

La parte dell’inchiesta che riguardava Genovese e Rinaldi si occupava infatti delle ultime campagne elettorali per le elezioni regionali del 2012, delle Politiche del 2013 e delle elezioni amministrative per il rinnovo del consiglio comunale del giugno 2013.

E secondo i giudici del primo grado era stata dimostrata dal processo «… una ininterrotta attività dell’associazione tra l’autunno del 2012 e l’estate del 2013, finalizzata ad alimentare un sistema clientelare a fini elettorali, connotato da una tendenziale stabilità». E dentro questo calderone politico-elettorale «… David Paolo, all’epoca dei fatti consigliere comunale del Pd, rivestiva una posizione apicale, svolgendo un fondamentale e decisivo ruolo di organizzatore dell’attività illecita, agendo sia nell’interesse proprio che dei suoi referenti politici di più alto livello, Genovese Francantonio e Rinaldi Francesco». David era il «collettore dei voti in cambio di denaro, generi alimentari o altre utilità, quali colloqui di lavoro e assunzioni, favori e segnalazioni nel disbrigo di pratiche burocratiche, potendosi avvalere di una serie di personaggi in grado, di volta in volta, sia di procurare un cospicuo numero di voti, grazie alle attività professionali e alle conoscenze di ciascuno di essi, che di garantire una contropartita immediata e diretta alle promesse di voti così ottenuti».

Ebbene, la sentenza di ieri ci dice che di tutto questo, processualmente parlando, non rimane nulla tra assoluzioni e prescrizioni.

Ma torniamo concretamente alla sentenza d’appello. C’è poi, sempre in tema elettorale, il lungo capitolo delle prescrizioni decise dai giudici, che per esempio ha fatto uscire dal processo gli ex consiglieri comunali Paolo David e Giuseppe Capurro. Ma anche David, cui era contestato il reato associativo insieme a Genovese e Rinaldi, è stato assolto da quest’accusa con la formula «perché il fatto non sussiste», così come hanno registrato l’assoluzione dallo stesso reato il noto medico Giuseppe Picarella e la “vecchia conoscenza” Baldassarre Giunti.

I numeri complessivamente parlano di 25 condanne (22 rimodulazioni e 3 conferme) e 16 tra assoluzioni e prescrizioni. Per il resto i giudici hanno disposto una serie di riduzioni di pena, condannando Giuseppe Cambria Scimone a 10 anni, Francesco Celona a 4 anni e 6 mesi, Giovanni Celona a 11 anni e 10 mesi, Antonio Chillè a un anno e 6 mesi, Fortunato Cirillo a 10 anni, Francesco Comandè a 6 anni, Andrea De Francesco a 7 anni, Francesco Foti a 7 anni, Lorenzo Guarnera a 10 anni, Salvatore Mangano a 10 anni, Raimondo Messina a 22 anni in continuazione con altre sentenze (si tratta del procedimento “Polena”), Massimiliano Milo e Rocco Milo a 3 anni e 6 mesi ciascuno, Gaetano Nostro a 16 anni e 6 mesi, Giuseppe Pernicone a 7 anni e 4 mesi, Adelfio Perticari a 10 anni, Salvatore Pulio a 10 anni, Francesco Tamburella a 7 anni e 6 mesi, Concetta Terranova a un anno e 10 mesi, Domenico Trentin a 10 anni, Carmelo Ventura a 13 anni e Giovanni Ventura a 10 anni. Tre invece le conferme della pena inflitta in primo grado, che hanno riguardato Carmelo Bombaci (4 anni e 6 mesi), Mario Giacobbe ( 2 anni) e Angelo Pernicone (11 anni).

Tra assoluzioni e prescrizioni escono quindi dal processo in 16: Giuseppe Capurro, Vincenza Celona, Paolo David, Gaetano Freni, Francantonio Genovese, Baldassarre Giunti, Paola Guerrera, Antonino Lombardo, Lorenzo Papale, Giuseppe Perrello, Giuseppe Picarella, Rocco Richichi, Franco Rinaldi, Pietro Santapaola e Francesco Zuccarello.

Si sono registrate poi parecchie assoluzioni parziali. Ieri è stata poi stralciata la posizione del boss Santi Ferrante, per motivi di salute. Qualche altro dettaglio: è stata revocata l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per Francesco Ventura, riducendola a 5 anni; a Concetta Terranova è stata concessa la sospensione della pena; sono stati revocati gli arresti domiciliari per Vincenza Celona, con l’immediata liberazione; per una serie di imputati è stata disposta la rifusione delle spese di giudizio in favore di due parti civili, il Comitato Addipizzo Messina e l’imprenditore Nicola Giannetto, e per Raimondo Messsina a favore di Carmelo e Gabriele Ferrara (è il procedimento “Polena”, che è stato riunito a questo processo).

Blitz e arresti nel 2016

La maxi operazione antimafia “Matassa” nel 2016 ha coinvolto originariamente 55 persone, tutte messinesi, prevalentemente residenti nelle zone di Camaro e S. Lucia sopra Contesse. «Il quadro prospettato tende a delineare gruppi criminali con una straordinaria capacità di infiltrarsi nelle attività economiche della città e di creare cointeressenze con la politica». È questa la definizione più pregnante dell’ordinanza di custodia cautelare per “l’aggiornamento mafioso” che l’operazione ha apportato alle conoscenze investigative della geografia dei clan cittadini. Ha “fotografato” tutto con particolare riferimento al clan capeggiato dal boss Carmelo Ventura, “mediatore” tra gli altri sodalizi criminali molto attivi soprattutto nelle zone di Camaro e Santa Lucia sopra Contesse. In particolare, sono stati ricostruiti il ruolo apicale del boss Carmelo Ventura e quello di Santi Ferrante, ritenuti al vertice della consorteria mafiosa radicata nel territorio di Camaro. L’indagine dei sostituti della Dda Liliana Todaro e Maria Pellegrino e della Squadra Mobile ha anche delineato le nuove commistioni mafia-politica in città. In questa operazione sono confluite poi anche le dichiarazioni inedite di una serie di collaboratori di giustizia, che hanno delineato i nuovi assetti mafiosi della città negli ultimi anni. Trentotto i capi d’imputazione.

Al processo hanno difeso gli avvocati Salvatore Silvestro, Nino Favazzo, Alessandro Billè, Antonio Giacobello, Massimo Marchese, Nino Cacia, Daniela Agnello, Antonello Scordo, Giacomo Iaria, Orazio Carbone, Letterio Cammaroto, Salvatore Carroccio, Domenico Andrè, Giovanna Cafarella, Danilo Santoro, Dario Bertuccio, Tancredi Traclò, Giuseppe Carrabba, Filippo Pagano, Carlo Autru Ryolo e Angela Zuccarello. Fonte: Gazzetta del Sud