22 Luglio 2021 Attualità

Morto il messinese Nicolò Amato, fino al 1993 capo dell’amministrazione penitenziaria: fu testimone al processo Trattativa

E’ morto Nicolò Amato, ex magistrato della procura di Roma e direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Aveva 88 anni. Nato a Messina, Amato entrò in magistratura nel 1958, come sostituto procuratore della Procura di Roma. E’ stato titolare di diverse inchieste degli anni Ottanta tra le quali quella sui Nuclei armati rivoluzionari, l’indagine sull’attentato a Giovanni Paolo II e sul caso Moro. Dal gennaio del 1983 al giugno del 1993 è stato a capo del Dap e in quel ruolo ha contribuito tra l’altro alla riforma del 1986, la legge Gozzini.

Il suo ruolo al vertice dell’amministrazione penitenziaria è stato al centro delle indagini, e del successivo processo, sulla cosiddetta Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. Amato, infatti, fu allontanato dal Dap, dopo una lettera di minacce inviata poco prima all’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro: era firmata da sedicenti familiari di detenuti e lamentava la durezza del regime carcerario sotto la sua gestione.

In quella missiva Amato era definito “il dittatore”, ma il diretto interessato ha raccontato ai magistrati di Palermo – testimoniando al processo Trattativa – di non essere mai stato informato dell’arrivo di quella lettera. “Conteneva gravissime minacce a me, ma non mi fu detto nulla. Ne seppi l’esistenza dopo tempo. Se me ne avessero parlato, avrebbero dovuto dirmi se ero d’accordo a un alleggerimento del regime di 41 bis e io avrei risposto di no. Ma a quel punto non avrebbero mai potuto giustificare la mia rimozione”. Pochi mesi dopo la sostituzione di Amato con Adalberto Capriotti, l’allora guardasigilli Giovanni Conso non rinnovò oltre 300 provvedimenti di 41bis per detenuti mafiosi: per la procura di Palermo era uno degli oggetti della Trattativa Stato-mafia. Dopo l’allontanamento dal Dap Amato cominciò a fare l’avvocato: ha fondato con Tiziana Maiolo, Marco Boato, Alfredo Biondi, Alma Cappiello e Marco Taradash il Comitato per la difesa dei diritti dei cittadini (Codici), del quale è stato anche presidente.