LA RIFLESSIONE: “Aiu i pessichi, a girasa e i frauli”. Rivoglio una vita senza smartphone…

9 giugno 2018

di Vincenzo Cardile – Stamattina, percorrendo la via Garibaldi con la vespa nei pressi della chiesa di Santa Caterina, inebriato dall’odore del tigli, ho socchiuso gli occhi, ed ho avuto un vero e proprio dejavù.

Quell’odore cosi forte, reso ancora più fluido e invasivo dal primo caldo estivo, mi ha riportato indietro nel tempo, alle estati dei primi anni ottanta, quando avevo dieci anni scarsi e forse, ancora le scarpe blu lucide con la stringa e i due buchetti sulla punta.

Abitavo in centro città e, finita la scuola, non essendoci gli odierni Grest e i lidi balneari ad allietarci le giornate, c’erano solo due cose da fare: la mattina, andare a comprare il gelato della latteria e, il pomeriggio, andare a giocare al campetto della parrocchia di Santa Caterina.

C’è da dire che, all’epoca, noi ragazzini avevamo più libertà: potevamo uscire da soli, senza assilli o preoccupazioni; magari con qualche ginocchio sbucciato, ma a casa tornavamo sempre, puntuali.

Nelle strade ci si conosceva un po’ tutti, ed era uso ancora che i negozianti delle “putie” o quelli che abitavano a piano terra, mettessero le sedie impagliate sul ciglio della strada, all’ombra dei tigli verdi in fiore.

La strada era bella… il manto era di pietra lavica e, ad ogni due metri circa, c’era un albero, in genere un tiglio col suo caratteristico odore, intervallato spesso da un albero di arance amare.

All’orario concordato, mi incontravo con i miei amici nei pressi di via Risorgimento e ci incamminavamo insieme per raggiungere la latteria di via Manara.

La camminata, anche se breve, poteva durare ore.

Tra uno scherzo ed una corsa, incontravamo le vecchiette sedute che “ciuciuliavano” fra di loro, molte col fazzoletto in testa, per lo più vestite di nero, rigorosamente col rosario in mano che si guardavano intorno, fomentando l’arte del “cuttigghio”.

All’angolo delle strade, tra le Fiat 500, 127 e 131, capitava di vedere sostare il carretto della frutta, tirato dal cavallo.

Il cavallo aveva i paraocchi ed un sacco di juta attaccato all’altezza della bocca, per mangiare il fieno; il carretto era con due ruote, spesso dipinto a mano, stracolmo di frutta e verdura appena colta.

Il contadino, grassottello, con la coppola e la camicia aperta e la canottiera bianca a vista, “banniava” pressappoco così: “Aiu i pessichi, a girasa, frauli, ghiosa, prune, puma, pumadoru pa sassa, i pricopi, a faciolapi scucciuliari…” elencando tutto il quello che aveva e, spesso, quello che non aveva, e subito le donne correvano… la frutta era brutta visivamente, piccola, spesso ammaccata, con qualche vermicello che spuntava: ma era profumata, dolce, ed aveva gusto, un gusto che oggi, non trovi più.

Noi andavamo dietro le donne accalcate che, in genere, toccavano la frutta per sceglierla, e, ficcando le braccia, nascosti fra le gonne, rubavamo la ghiosa (i gelsi) o i girasi (le ciliegie), e subito scappavamo, raccogliendo “buci” e “malanove” del contadino, a volte… anche le sue “tumpulate”.

Quando eravamo fortunati, incontravamo una contadina che non scorderò mai: era scura, il viso segnato della vita, i capelli corvini e gli occhi color nocciola, portava in testa una cesta con il proprio raccolto, trasportando il peso del proprio lavoro.

Non so come facesse, ma sopra i capelli, o forse con gli stessi capelli lunghi, si costruiva un turbante, su cui sopra appoggiava la cesta con la verdura.

Nella strada, prima di arrivare alla latteria, c’era uno “storo”, che aveva tutti i legumi esposti sul ciglio della strada nei sacchi di juta, c’erano dei colori vivi, bellissimi e dei profumi che forse oggi si ritrovano solo nei suk tunisini: le spezie, i fagioli e le fave essiccate, le lenticchie ed appese su lunghi fili c’erano le cipolle, l’origano e l’aglio.

Arrivavamo cosi alla latteria di via Luciano Manara, dove ci sedevamo al tavolino di legno con le sedie di legno, coperto da un cannizzo ed ordinavamo il gelato.

Alla latteria vendevano il latte fresco. E’ forse per questo che lì facevano la panna più buona che abbia mai mangiato. Io prendevo il cono caffe e panna. Doppia panna. Costava trecento lire. Ci sedevamo al bar e parlavamo, ridevamo e parlavamo, leccando ogni singola goccia che cadeva, sciolta per il caldo.

Finito il gelato, tornavamo indietro, salutando le signore sedute, che forse ci tenevano sempre sott’occhio, guardandoci in viso, scambiando un cenno con la testa, o un saluto, accompagnati e scortati da quell’odore dei tigli, che era come se dilatasse il tempo, se lo rendesse, più dolce, quasi morbido.

Mi manca quel modo di vivere la strada, il tempo diradato, il guardarsi negli occhi, lo scrutare il particolare, guardare ciò che ci sta attorno, la vita che scorre, senza l’assillo e l’ansia di guardare sempre quella maledetta trappola di tempo, spazio ed odori che è lo smartphone.

Ma ci siamo accorti che non guardiamo più chi ci sta accanto? Che non alziamo lo sguardo da questo maledetto schermo del cellulare, magari solo perché siamo ansiosi di compiacimento con un like? Che non incrociamo più uno sguardo di una donna o di un uomo? Che spesso non riusciamo più a raccapezzarci per le strade? Che per ricordare il parcheggio della macchina, mettiamo il segnaposto su google maps, anzichè prendere dei punti di riferimento alzando gli occhi? Che non sappiamo vedere il colore del cielo, se non attraverso instagram? Che non conosciamo il colore delle facciate dei palazzi o l’esistenza di un capitello? Cosa racconteranno di noi?

Stasera esco. Lascio il cellulare a casa. Rivoglio il gusto del mio gelato della latteria, voglio inebriarmi dell’odore dei tigli, stupirmi del colore dei palazzi e guardare gli occhi di chi incrocio. Sperando che a loro volta, non stiano guardando la loro vita dalla fotocamera dello smartphone…

Nato a Messina il primo febbraio del 1975, avvocato tributarista di professione, radioascoltatore, radiotrasmettitore, Instagram Addict e scribacchino per passione.

Messinese, vespista con cuffiette, amante del mare e di tutto ciò che dia emozione vitale, sia essa sportiva o mondana, purché duri il tempo strettamente necessario a non ...