La riflessione: Quando la propaganda securitaria può portare ad una insicurezza di fatto! di Maria Teresa Collica

26 settembre 2018

Quando la propaganda securitaria può portare ad una insicurezza di fatto!

C’è una differenza enorme tra il “senso di sicurezza” e la “sicurezza reale”. Il primo è uno stato d’animo sul quale incidono diversi fattori. La seconda è una condizione oggettiva di tranquillità. È certamente più facile per i politici mirare a soddisfare il primo, alla ricerca di consenso elettorale. Si cercano così soluzioni ad effetto mediatico, di tipo simbolico, che spesso non solo non risolvono i problemi, ma possono addirittura peggiorarli. Su questa scia si ricorre frequentemente anche allo strumento penale, che costituisce del resto un mezzo a basso costo economico, salvo poi scoprire che le norme simboliche hanno una scarsa effettività e comportano un enorme impiego di risorse umane e di tempo sottratto alla repressione di altri crimini. Da qui i diversi “pacchetti sicurezza” che negli anni si sono succeduti per placare le nostre paure, prima ancora che per neutralizzare rischi, pericoli ed eventi lesivi – fino al recente decreto Salvini. Prima fra tutte la paura per l’immigrato, sempre più spesso avvertito non tanto come un problema sociale da risolvere, quanto come minaccia del quieto vivere, al pari di un nemico o di un delinquente. È allora che si fa? Si rende sempre più difficile il percorso di regolarizzazione degli stranieri nel nostro Paese. Peccato però che il primo motivo che rende da tempo impossibili i rimpatr sia proprio il numero enorme dei potenziali destinatari di questi provvedimenti, finora costituito prevalentemente dagli overstayers, coloro, cioè, che, entrati regolarmente in Italia, si trattengono illegalmente dopo che il titolo necessario per la permanenza è scaduto. Adesso si riducono drasticamente anche i diritti di chi chiede o ha ottenuto protezione, eliminando quella umanitaria e prevedendo una serie di condizioni che possono portare alla revoca dell’asilo e della cittadinanza. L’esercito degli “irregolari” pertanto è destinato ad aumentare.
Posto che nessuna modifica normativa riuscirà a frenare i flussi migratori permanendo inalterate le loro cause, questa scelta servirà in realtà solo ad incrementare eventuali condizioni di illegalità, oltre che a stimolare l’intervento delle organizzazioni criminali, sempre pronte ad offrire “protezione”. La previsione dell’espulsione per tutte le forme di irregolarità è un non senso, non potendo di per sé essere eseguita. Una riforma seria richiederebbe invece una facilitazione dei processi di regolarizzazione e una differenziazione delle forme di irregolarità a cui far corrispondere conseguenze diverse, limitando l’espulsione coattiva ai soli casi in cui lo straniero costituisca un pericolo comprovato o abbia commesso reati gravi, mentre così ci teniamo pure questi. In definitiva, gli interventi normativi hanno finito solo col minare anziché alimentare la sicurezza pubblica reale, ma quella interessa davvero a pochi!

Sono nata a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1970, mi sono laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Messina nel 1995 con una tesi in Diritto Penale sul tema dell’Imputabilità. Nel 1998 ho conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione forense. Nel 2003 ho conseguito il Dottorato di ricerca in “...