I morticini e la ‘vinedda di San Cocimu’. E il 2 novembre diventava la festa dei bambini

1 novembre 2017

Di Vincenzo Cardile – Per un siciliano convinto e tradizionalista come me, la festa di Halloween non ha mai detto nulla, avendo un’altra visione della festività dei morti, forse più romantica o antica, ma sicuramente ugualmente magica, incarnando quel filo rosso sottile che ci legava ai nostri nonni, ai nostri cari, purtroppo ormai scomparsi.
Cosi la sera dell’1 novembre, quasi fosse la notte di Natale, io e mio fratello seguivamo un rituale: andavamo a letto presto, lasciando sul comodino o in cucina, un bicchiere d’acqua ed una scodella di latte con le fette di pane; così ci coricavamo, rigorosamente con la testa sotto le coperte, al riparo, per paura di scorgere nel buio strane ombre o sentire rumori sinistri, col cuore pieno di quell’ansiosa voglia di risvegliarci e cercare i regali per casa, un pensiero da coloro che, pur non presenti, per una volta almeno, lo erano ancora.
Alle primi luci della mattina, non appena sentivo lo scricchiolio della serranda alzarsi, con gli occhi ancora semichiusi, il pigiama celeste in dosso, assonnato mi catapultavo in giro per le stanze a cercare sotto i letti, negli armadi, nei “soliti” nascondigli, i regali ed i dolcetti che i nostri cari defunti avevano portato nella notte.
Ed era una festa, una gioia spacchettare la macchinina o mordere i “morticini” e la frutta martorana, che in quel giorno diventava ancora più dolce, proprio perché era soltanto per te, portata da un passato di amore che, purtroppo, in quel momento non c’era più.
Aperti i regali e fatta colazione, si passava alla seconda fase della giornata, quella del ringraziamento, e così, si saliva in cinque, stretti come le sardine, sulla Cinquecento, direzione cimitero, a ricambiare il pensiero avuto con semplice fiore.
Mi ricordo che in quelle mattine, c’era spesso una pioggerellina leggera che ci accompagnava in giro tra le tombe: ognuno aveva il suo mazzetto di margherite bianche, da posare sulla tomba della zia, della pro zia, del nonno o del cugino scomparso.
Ogni volta, si tagliava trasversalmente tutto il cimitero, dalla “vinedda di san cocimu” sino all’altro lato, precorrendo sempre la stessa strada, quasi trepidanti nell’attesa che mio papà ci raccontasse la storia: quello è lo zio Guglielmo, il figlio della zia Peppina, che è morto dopo la guerra….. e così, di volta in volta, per ogni parente ci si sforzava a raccontare e ricordare la sua di storia, facendo le domande, immaginandosi, come in un gioco, le loro vite vissute e passate.
Passeggiando tra le tombe, mi piaceva sbirciare in quelle abbandonate, e guardare anche i ritratti della gente sconosciuta, incuriosendomi le foto di fine ottocento: adoravo vedere i siciliani di una volta, elegantissimi, con i baffi ricurvi e la bombetta, magari col bastone, il panciotto ed il fiore all’occhiello, piuttosto che le donne con i vestiti da sera e le matasse di capelli corvini sciolti, a cui io, per la familiarità acquisita, regalavo un fiore, immaginandomi per gioco, come fosse stata la loro di vita.
Addirittura, molta gente al cimitero ci trascorreva tutta la giornata, e non era difficile trovare in giro bambini col pallone, piuttosto che famiglie con la “truscia” per il pranzo.
In quel tragitto, forse macabro, fra resti di uomini ormai passati posso dire, col senno di poi, che mi è stato trasmesso un bellissimo modo di tramandare la vita ai posteri, quella vissuta, di lasciare una traccia, almeno per un giorno; di riesumare nella mente i nostri cari defunti, dedicandogli almeno in quella festa, uno sguardo, una preghiera, una carezza virtuale, anche solo con l’apparente inganno del regalo, nascosto di notte, magari sotto il letto dalla mamma.
Finito il giro, si tornava finalmente a casa a giocare con i nuovi giocattoli e a rosicchiare scardellini, consapevoli di un amore riscoperto e tramandato che, anche per questa volta, si era materializzato e fatto vivo in quella passeggiata surreale, alla ricerca di quel filo rosso che ci lega al passato e che ci porta, con amorevole passione, al futuro…

Nato a Messina il primo febbraio del 1975, avvocato tributarista di professione, radioascoltatore, radiotrasmettitore, Instagram Addict e scribacchino per passione.

Messinese, vespista con cuffiette, amante del mare e di tutto ciò che dia emozione vitale, sia essa sportiva o mondana, purché duri il tempo strettamente necessario a non ...