LA RIFLESSIONE: SALVINI, I 49 MILIONI E LE MAGLIETTE ROSSE di Gianmarco Sposito

11 luglio 2018

 di Gianmarco Sposito

Salvini, il “miglior politico” degli ultimi vent’anni, prende la volata nonostante i soldi rubati, i 5 stelle e il PD. “Miglior politico” perché tirare per i capelli un partito quasi scomparso, in pieno scandalo, e portarlo al 17 % non è da poco conto, e se a tutto questo aggiungiamo il fatto che a governare sembra lui e soltanto lui da una posizione di minoranza è stupefacente. Ma di chi è la colpa se un uomo apparentemente rozzo, antipatico, che sviscera argomenti disumanizzati, sembra inarrestabile?

Una domanda che sembra scontata, ma che non lo è affatto, in realtà produce molteplici risposte in base all’interlocutore che abbiamo davanti.

Per esempio, per me è lapalissiano che le maggiori responsabilità le detiene il PD, la sinistra a sinistra del PD, ma anche la sinistra-sinistra a sinistra della sinistra a sinistra del PD. Questo semplice scioglilingua è sintomatico della situazione che stiamo vivendo. In realtà, i nodi che hanno cominciato ad intorcigliarsi tanto tempo fa si sono sciolti in maniera dirompente questo 4 marzo, e stanno continuando a liquefarsi in questi primi mesi di governo giallo-verde, diciamo più verde che giallo purtroppo. Una sinistra sbandata, che naviga ormai fuori rotta, qualsiasi iniziativa intraprenda produce l’effetto del “+10%” alla Lega. Una sinistra che ha inseguito il neoliberismo più becero, attaccato i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, aperto la strada alle morti dei migranti in mare con gli accordi dell’ormai ex ministro Minniti, adesso tenta di assolversi indossando una maglietta rossa, quando ormai le bandiere le ha ammainate da tempo. Le altre sinistre, ricadendo nella trappola della cooptazione delle buone intenzioni all’interno del perimetro maggioritario del PD e di tutto quello che gli sta attorno (intellettuali, opinionisti, rete tv e Saviano) inseguono maldestramente anziché produrre qualcosa di radicalmente alternativo e soprattutto che sia dotato dei giusti anticorpi per ripararsi dalla “presa per il culo mediatica”. Salvini incassa, nonostante i 49 milioni che il suo partito deve alla collettività, e sorride sornione facendo bottino di selfie. Quest’ultimo è il prodotto del fallimento di tutta la linea adottata dalle sinistre occidentali dalla caduta del muro di Berlino. La mancanza di un altro mondo possibile abbastanza vicino da sembrare reale, come lo era l’URSS, ha costituito un elemento di confusione per le classi dirigenti della sinistra occidentale che hanno cominciato a giocarsi le proprie carte non più all’interno del capitalismo per cercare di sovvertirlo progressivamente, ma bensì per salvarlo da sé stesso. È all’interno di quest’ultimo modello, rimasto apparentemente l’unico possibile, che i dirigenti di sinistra si sono candidati per gestirlo al meglio e tenerlo in vita a discapito delle condizioni del loro popolo di riferimento. Come non ricordare i governi di centrosinistra che aderiscono alle guerre imposte dal patto transatlantico, che aboliscono l’art.18 o che scippano il TFR ai lavoratori. Governi antipopolari che hanno lasciato la partita dell’egemonia alla destra, che nel frattempo con un linguaggio primitivo ha fatto breccia tra le classi popolari, ormai abbandonate e accolte solo elettoralmente dalle destre più becere. Eppure esiste un mondo abbandonato, sia dal mainstream mediatico che dalla sinistra, che è il mondo del lavoro. Oggi, in questa società parcellizzata, esistono molteplici forme di lavoro, dai riders che sono riusciti a bucare lo schermo grazie ad una manifestazione nazionale organizzata dall’USB che metteva al centro gli sfruttati e le sfruttate di questo paese, passando dai braccianti migranti fino ai lavoratori più stabili come quelli dei trasporti, i metalmeccanici o quelli del pubblico impiego. Questi fanno parte di un popolo a cui non frega più un cazzo a nessuno. Per le centinaia di morti sul lavoro nessuno della cosiddetta sinistra ha indossato una maglietta rossa, o semplicemente provato ad interloquire con le centinaia di micro vertenze sviluppate in giro per il paese. Esistono migliaia di quadri e attivisti sindacali smarriti politicamente, che pur si barcamenano tra le contraddizioni sviluppate all’interno dei luoghi di lavoro riuscendo a volte a costruire situazioni di conflitto completamente oscurate dai media. La cosiddetta sinistra in questi luoghi non c’è, non esiste. Eppure, riprendendo le vecchie armi, i vecchi argomenti, gli slogan di sempre, io penso che ci siano praterie da conquistare. Il voto che abbiamo subito il 4 marzo è un voto puramente di opinione, non strutturale dentro la classe lavoratrice che in assenza dei punti di riferimento classici si rifugia all’interno del perimetro del meno peggio. Io penso che il compito di una sinistra che aspira a ritrovare sé stessa sia ricominciare dal mondo del lavoro, dove si sviluppano le contraddizioni più forti del predominio capitalistico. Il razzismo, secondo me, si sconfigge migliorando le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici, dei precari e dei disoccupati di questo paese, ovvero di tutti quelli che subiscono lo sfruttamento del capitale. 

Nato a Messina il 05/01/1990, frequenta il liceo scientifico G. Seguenza diplomandosi nel 2008. Da sempre appassionato di politica e di lotte sociali. Una passione di famiglia tramandata dal nonno Umberto, militante sindacale e politico che ha fatto parte dell’allora Partito Comunista Italiano. Si iscrive al Partito della Rifondazione Comunista ...