Quei Giri d’Italia davanti la tv assieme a mio padre e poi giù in cortile ad imitare Indurain

Fra pochi giorni passerà da Messina lo “squalo” messinese Nibali a guidare la carovana del centesimo Giro d’Italia, sfrecciando sulle strade locali, tirate a lucido esclusivamente per la kermesse sportiva.
Questo avvenimento mi ha fatto tornare in mente alcuni ricordi.
Quando ero piccolo, il mese di maggio a casa mia era scadenzato da due cose: le dichiarazioni dei redditi, che all’epoca si scrivevano e si compilavano rigorosamente a mano, per poi essere ricopiate con carta carbone e portate alla posta per la spedizione, ed il giro d’italia di ciclismo.
Omettendovi tutta la parte delle dichiarazioni dei redditi, che magari mi riprometto di raccontare, ricordo vivamente che nei pomeriggi di maggio appunto, dalle due alle cinque circa, si vivevano momenti di grande passione sportiva.
Innanzitutto si pranzava tutti a casa, seduti intorno al tavolo rotondo e, col sottofondo del “giornaleradio”, ci si raccontava la propria giornata scolastica e lavorativa. La domanda per me era sempre la stessa, “tu che hai fatto a scuola?”; ed anche la risposta che seguiva era sempre la stessa: “Niente, tutto a posto”. Ora, quelle rare volte che ho il piacere e la fortuna di pranzare con i miei figli, io, come da copione, faccio la domanda classica, e loro, cosa volete che mi rispondano? Sempre con la risposta classica: “Niente, tutto a posto”… che in fondo, fra me e me, ritengo sia un niente rassicurante…
Finito il pranzo, prendevamo posizione davanti alla Tv: mio padre in poltrona ed io sul divano a guardare la tappa.
Il telecronista era sempre lui, quel gentiluomo di Adriano De Zan, che cominciava il collegamento col suo classico “Gentili signore e signori, buongiorno… », per poi raccontare la tappa nei particolari, sciorinando spesso storie sui luoghi in cui il giro stesso passava.
Io così mi appassionavo, anche perché in tre settimane potevi vedere scorci del Bel Paese, il tutto colorito da uno sport, che per me, ha sempre rappresentato il simbolo della fatica e delle imprese epiche: vedere i paesaggi, così diversi dai nostri, le piccole cittadine medievali, le immense pianure e le montagne innevate, era un racconto nel racconto, il tutto spesso condito di aneddoti sui luoghi, che facevano viaggiare la fantasia, unendo popoli diversi ed a volte distanti, sotto lo sforzo della maglia rosa.
Il Giro d’Italia infatti, non è solo sport, ma è stato il simbolo di un Italia, sportiva e non, che era in corsa su quello splendido mezzo a due ruote che, nel dopoguerra, era uno dei pochi mezzi di trasporto a disposizione e che ha unito e diviso, con un filo rosa, intere generazioni, specchio di una società in continuo cambiamento ed evoluzione.
E così che, mentre il Giro andava, mio padre mi raccontava storie di una Italia che, nel dopoguerra si divise fra il moderato Bartali e il rivoluzionario Coppi, scandalosamente moderno quando seguì in amore la sua “dama bianca”, oppure di un popolo in duello tra Gimondi e Merckx, o della storia di due infiniti “nemici” come Moser e Saronni.
Personalmente ricordo diversi campioni, da Bugno ad Indurain, da Tonkov a Berzin, da Cipollini a Savoldelli, passando per il compianto Scarponi ma, affascinandomi soprattutto l’ultima settimana di gara, quando la strada cominciava a salire e si vedevano i campioni “scalatori” uscire allo scoperto, io ero attratto da due di loro, che porto ancora nel cuore, vale a dire “el diablo” Chiappucci ed, ovviamente, il ”Pirata” Pantani.
Entrambi mi piacevano per il coraggio e la sana pazzia, perché il loro cuore sapeva andare oltre l’ostacolo, e perché nei momenti di difficoltà avevano sempre un guizzo da campione capace di renderli epici: quegli scatti in salita, tra un tornate ed un altro del passo dello Stelvio, o del Mortirolo, erano vere e proprie pagine di storia, perché al di là di tutto, tu bambino, vedevi in quei campioni, la metafora della vita. Guardandoli bene, scorgevi nei loro occhi brillare la grinta e la determinazione, simbolo della prossima vittoria, e questo di contrapponeva alle dolorose smorfie del viso, dove era scolpita invece la fatica immane, simbolo indelebile della prossima alla sconfitta.
Scalata la vetta, notavi una trasfigurazione del volto, trasformandosi la smorfia di dolore in una espressione di determinazione: si rifocillavano un attimo, mettevano una Gazzetta sul petto per proteggersi dal freddo, e si buttavano a capofitto nelle discese, con incosciente o folle coraggio, magari assumendo improbabili posizioni ovoidali per aumentare l’aereodinamicità, superando a volte i cento chilometri orari, mettendo a rischio la propria vita, il tutto per recuperare secondi, altrimenti incolmabili.
E mentre la strada saliva, ricordo fra i bordi innevati, ragazzi con bandiere che spingevano con urla incessanti il proprio eroe verso la conquista del traguardo: era un’emozione unica e coinvolgente, perché anche tu, seduto in poltrona, piuttosto che sul divano, spingevi sui loro pedali, perché la vetta, a quel punto, era anche la tua.
Finita la gara, scesa l’adrenalina, mio papà scappava a fare dichiarazioni ed io scendevo in strada a scorazzare in bici, imitando con gli amici i blasonati campioni: a volte facevamo il percorso di gara e, chi perdeva, veniva schernito cantandogli questa filastrocca, che ho ancora in testa: ”felice gimondi, con gli occhi rotondi, la faccia quadrata e la bici scassata…”. Altri tempi, altri giochi, altri campioni, altri giri…

Vincenzo Cardile14 Posts

Vincenzo cardile, nato l’ 01/02/1975, avvocato tributarista di professione, radioascoltatore, radiotrasmettitore, Instagram Addict e scribacchino per passione.

Messinese, vespista con cuffiette, amante del mare e di tutto ciò che dia emozione vitale, sia essa sportiva o mondana, purché duri il tempo strettamente necessario a non diventare noia… per l’appunto, alla prossima….

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