Un po’ di chiarezza sul caso Contrada di Maria Teresa Collica

9 luglio 2017

Sul Caso Contrada è bene fare un po’ di chiarezza, fugando i tentativi di letture fuorvianti che sono derivate dalla recente sentenza con cui la Corte di Cassazione ha dichiarato “ineseguibile e improduttiva di effetti penali” la sentenza di condanna emessa nei confronti di Bruno Contrada dalla Corte di appello di Palermo nel 2006, divenuta irrevocabile nel 2007. La sentenza conclude la vicenda processuale derivata dalla nota pronuncia Contrada c. Italia, con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo, nel 2015, ha condannato l’Italia per violazione dell’art. 7 CEDU, in quanto ha riconosciuto che la condanna subita da Bruno Contrada (e da lui ormai già interamente scontata) riguardava un reato che, al tempo delle condotte a lui ascritte, non era sufficientemente chiaro e prevedibile. Accogliendo la doglianza formulata in questo senso dal ricorrente, la Corte europea ha infatti osservato che: 1) le condotte delle quali l’imputato è stato ritenuto responsabile erano state compiute tra il 1979 e il 1988; 2) la configurabilità di un “concorso esterno nell’associazione di tipo mafioso”, risultante dal combinato disposto tra gli artt. 110 e 416-bis c.p., fu per la prima volta riconosciuta dalla Cassazione in una sentenza del 1987, ma immediatamente smentita da altre pronunce, che negarono invece la possibilità di applicare la disciplina generale del concorso di persone alla peculiare materia dei reati associativi; 3) il contrasto giurisprudenziale sulla configurabilità del concorso esterno fu risolto soltanto con la sentenza delle Sezioni Unite Demitry nel 1994, e dunque in epoca successiva a quella in cui avevano avuto fine le condotte contestate a Contrada; 4) nel momento in cui le condotte furono commesse, il loro autore non era in condizione di prevedere una propria futura responsabilità penale a quel titolo e che tale difetto di prevedibilità comporta l’illegittimità, della condanna di Contrada ai sensi dell’art. 7 CEDU. Da qui l’esito della recente pronuncia della Cassazione. Vero ciò vanno tuttavia sottolineati due aspetti. Il primo è che sulla prevedibilità delle conseguenze penali del fatti commessi è riscontrabile anche una tesi diversa in base alla quale un alto dirigente della polizia come Contrada non poteva non essere in grado di rendersi conto che condotte come il passare informazioni rilevanti a capimafia in merito a indagini in corso, con l’effetto per di più di permettere a questi stessi soggetti di sottrarsi a perquisizioni e arresti, costituissero fatti penalmente rilevanti (secondo la Corte nissena che si è occupata del caso, “ad un soggetto quale Contrada, funzionario di polizia attivo nell’ufficio investigativo impegnato nel contrasto alla criminalità organizzata, non potevano mancare elementi chiari e univoci per avere consapevolezza dell’esistenza del concorso esterno e della sanzionabilità in sede penale di condotte che offrivano un contributo alle organizzazioni mafiose, anche se rimanendo estranei alla configurabilità del sodalizio” ) L’evidente rilevanza penale di queste condotte non risolve però per intero la questione, giacché il dubbio che ragionevolmente poteva sussistere al momento delle condotte è se esse dovessero essere qualificate come altrettante ipotesi di favoreggiamento personale, ovvero di concorso esterno nell’associazione mafiosa e ciò, a sua volta, rileva ai fini dell’art. 7 CEDU, che mira a garantire all’individuo la prevedibilità non solo dell’an, ma anche del quantum della reazione penale. Ma anche a prescindere dalla validità di un simile rilievo resta il secondo aspetto: la circostanza fondamentale, omessa da molti articoli e telegiornali, i quali hanno anzi fatto passare il falso messaggio di una sentenza di assoluzione, che i fatti, oggetto delle precedenti sentenze di condanna, sono stati ricostruiti in maniera ineccepibile, oltre ad essere stati perfettamente qualificati giuridicamente sulla base degli indici normativi vigenti. Perciò i fatti per cui Contrada è stato condannato in maniera definitiva restano tali; tutti gli episodi contestati risultano quindi dimostrati sia nella loro essenza naturalistica, sia in quanto espressivi di un rapporto collusivo con la mafia.

Sono nata a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1970, mi sono laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Messina nel 1995 con una tesi in Diritto Penale sul tema dell’Imputabilità. Nel 1998 ho conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione forense. Nel 2003 ho conseguito il Dottorato di ricerca in “...