Rino Barillari, sessant’anni di scatti: una mostra e un film celebrano “The king of paparazzi”

10 ottobre 2018

“Il personaggio famoso è come un parente, gli devi portare rispetto, così anche tu continui a lavorare. Se lo distruggi, è finita anche per te. Con Marcello Mastroianni ad esempio abbiamo litigato mille volte ma ci siamo sempre perdonati. E insieme abbiamo fatto cose bellissime”. Rino Barillari non ha mai tradito il mantra sul quale ha fondato più di cinquant’anni di carriera. E se per caso gli è capitato di “distruggere”, lo ha fatto con la consapevolezza che si trattava di un grande gioco. Era la Dolce Vita, farsi distruggere significava conquistare le pagine dei quotidiani, conveniva a tutti. Ma Barillari non è solo Dolce Vita. Ha raccontato l’Italia e la sua trasformazione. Roma lo celebra con una grande mostra dal 12 al 28 ottobre al Maxxi, “Rino Barillari – The king of paparazzi”: un percorso completo sulla carriera del fotoreporter che ha fissato le immagini più significative degli ultimi cinquant’anni, dalle star internazionali ai sanguinosi fatti di cronaca che hanno segnato le pagine più dolorose degli ultimi decenni, alle grandi personalità di ieri e di oggi. “Quelle immagini non sono più ‘mie’, sono di tutti – dice Barillari – raccontano i nostri padri, i nonni, l’Italia che voleva cambiare, diventare la prima nel mondo. Ci provava con grandi sacrifici perché era un paese diverso, non c’era il divorzio, non potevi baciare una ragazza in mezzo alla strada, se eri una donna non potevi truccarti in modo vistoso perché venivi etichettata. Ho raccontato i cambiamenti ma ne ero inconsapevole, sono arrivato a Roma nel ’59 a quindici anni, solo più tardi ho capito che stavo ‘fissando’ la storia del paese”. E questo lo racconta anche un docufilm: perché la mostra, prodotta da Istituto Luce Cinecittà con il contributo della Direzione generale Cinema del ministero dei Beni e delle Attività culturali e curata da Martino Crespi, nasce da un’idea di Massimo Spano e Giancarlo Scarchilli, autori di The king of paparazzi – La vera storia, prodotto da Istituto Luce Cinecittà e da Michelangelo Film, presentato nella sezione Riflessi della Festa del Cinema di Roma, il 27 alle 21.30 presso l’Auditorium del Maxxi. Venti mesi di lavoro, spiega Spano, “per dare alle foto di Rino un assetto globale, non solo la Dolce Vita. E’ un viaggio in Italia che parte dalla sua gioventù, passa per i suoi scatti e le testimonianze di Giuseppe Tornatore, Claudia Cardinale, Giancarlo De Cataldo, Enrico Lucherini, Walter Veltroni e tanti altri. E c’è Roma, attraverso la sua  trasformazione raccontiamo quella dell’Italia. Volevamo fare un’operazione culturale, con una mostra un film e un libro, che possa camminare nel mondo”. La storia di Barillari parte da Limbadi, in Calabria, da dove si trasferisce a Roma ragazzino, nel ’59. All’inizio un po’ di fame, la condivisione di una stanza con altre cinque persone, poi fiuta l’aria e capisce quale strada prendere. Fa le foto ai turisti a Fontana di Trevi. Con i primi guadagni compra, al mercato di Porta Portese, una Comet Bencini usata. Fotografa la gente comune, ciò che lo incuriosisce vagando per la città. Annusa i primi sentori della Dolce Vita. Si mette dietro ai grandi, ruba il mestiere a Tazio Secchiaroli, Marcello Geppetti, Ivan Kroscenko, Paolo Pavia, Antonio Tridici. Diventa paparazzo. Entra in azione e non si ferma più. Dai tavoli di via Veneto passerà agli scoop degli anni Sessanta-Settanta, alle foto di Paul Getty III, gli effetti personali di Pasolini dopo il suo assassinio, la rivolta del carcere di Rebibbia, gli attentati delle BR a Roma, poi la cronaca nera, il terrorismo, la mafia.

Nel corso della carriera ha venduto le sue foto all’Ansa, all’Associated Press, all’Upi, ha lavorato prima al Tempo poi al Messaggero. Un segugio instancabile e onnipresente. Baffi neri, sigaretta, occhi scuri sempre all’erta, la battuta pronta, una galanteria verace. Per tutti, “The King”. Nel suo archivio personale ha oltre 400.000 fotografie. E il ricordo di 163 ricoveri al pronto soccorso, 11 costole rotte, una coltellata, 76 macchine fotografiche fracassate. “All’epoca non c’erano gli uffici stampa e tutta la macchina promozionale: se un attore o un’attrice volevano guadagnarsi articoli o una copertina, la sbronza e la scazzottata erano la soluzione”. È docente honoris causa in fotografia presso la Xi’an International University di Shaanxi, in Cina. E’ commendatore dell’Ordine della Repubblica Italiana.

“Oggi è tutto diverso – commenta Barillari – prima, se ad esempio c’era un terremoto, il tuo dovere era precipitarti sul luogo della sciagura, perché era quello che ti chiedeva il giornale. Adesso le immagini te le mandano direttamente i Vigili del fuoco, la polizia, la Guardia di Finanza. A noi erano richieste velocità e verità, se non arrivavi di corsa al giornale con le foto non ti facevano entrare. Oggi alla verità non ci arrivi più per primo, con gli smartphone sono diventati tutti fotoreporter”. La differenza con il passato è anche sentimentale: “Un tempo nelle case c’erano gli album delle foto, ogni tanto rivedevi i tuoi genitori, i nonni, le foto della prima elementare e ti emozionavi. Il mondo è più veloce ma senza cuore. Oggi ti svegli al mattino, ti si è rotto il telefono e hai perso tutto. Se dovevano ancora pagare sviluppo e stampa, voglio vedere se diventavano tutti fotografi…”. Le donne? “Non ci sono più le dive, quelle belle davvero a tutte le età. Come Virna Lisi, Scilla Gabel, la Magnani. Oggi sono tutte rifatte, con quei labbroni… Tutte uguali. Certe volte le confondo”. Lo scatto o l’occasione di cui va più fiero? “Non ce n’è uno in particolare. Sono momenti. Un fatto di cronaca è importante nel momento in cui accade. Domani ce ne sarà un altro. L’orgoglio era avere l’esclusiva. Quella sì che era una soddisfazione, arrivare al giornale con una cosa solo tua”. E la foto-rimpianto, che avrebbe voluto fare e non c’è riuscito? “Papa Giovanni Paolo II al Gemelli, dopo l’attentato. Ero arrivato vicinissimo alla sala operatoria e lo stavano per portare proprio lì, in barella. Mi ero nascosto, ma mi hanno scoperto. E m’hanno gonfiato di botte”.