9 Febbraio 2008 Mondo News

Ashin Kovida, un monaco birmano in fuga dai militari

«La comunità  internazionale ha dovuto constatare quanto sia autoritario il regime militare birmano`dice il monaco, dondolando leggermente sulla sedia`E` una delle conquiste della nostra battaglia». La giunta militare non è il solo organismo al quale pensa il monaco quando riflette sulla repressione: «Voglio chiedere al Consiglio di sicurezza dell`Onu quanti monaci e quanta gente deve essere sacrificata prima che l`Onu intervenga». Il venerabile Ashin Kovida era a Rangoon quando la giunta ha ordinato alle truppe di sparare sui dimostranti inermi, ed era anche il capo della commissione di monaci che ha contribuito all`organizzazione della marcia di migliaia di persone lungo le strade di Rangoon, con quel breve appello di settembre che invocava aiuti economici e libertà  politica. Secondo le Nazioni Unite, 31 persone sono rimaste uccise e centinaia sono state arrestate durante la repressione. Tuttavia, secondo gruppi di opposizione e per i diritti umani, i numeri sono superiori, con oltre 100 morti e migliaia di dimostranti arrestati. Tra le vittime, anche molti monaci, secondo l`Alleanza dei monaci birmani. Tre religiosi sono stati uccisi, uno dei quali picchiato a morte, mentre un altro è morto a seguito delle torture, ha rivelato il gruppo a fine gennaio. Rimangono ancora sconosciute le circostanze che hanno portato all`arresto di 44 persone tra monaci e suore durante le incursioni militari in 53 monasteri della Birmania. «Il popolo ha continuato a soffrire come prima di settembre`dice Kovida`La lotta contro il regime militare continuerà  anche quest`anno. Ma la popolazione è molto determinata».

Dopo le proteste di settembre, Kovida ha dovuto abbandonare il suo paese per evitare l`arresto, e si è rifugiato a Mae Sot, cittadina tailandese al confine con la Birmania. La fuga è durata tre settimane. L`esile monaco ventiquattrenne si è dovuto nascondere in una casa a circa 40 miglia da Rangoon per sfuggire alle forze birmane dalle quali è ricercato, con fotografie alla mano. Per il viaggio verso il confine tailandese, Kovida si è dovuto far crescere i capelli e tingerli di biondo, e per completare il travestimento, ha cambiato i suoi abiti con abiti da strada. Ha anche indossato un braccialetto durante la corsa in autobus verso il confine.

A Mae Sot ci sono 23 monaci fuggiti dalla Birmania dopo la repressione. Come Kovida, sono tutti giovani, intorno ai vent`anni. Dieci di loro, compreso Kovida, hanno chiesto asilo politico all`agenzia Onu per i rifugiati. La storia di Kovida non è solo quella di un giovane monaco che ha osato sfidare uno dei regimi più brutali della regione. È una leggenda di illuminazione politica per un birmano cresciuto nella povertà  in un piccolo villaggio di 20 case nella regione occidentale del paese. Quando è arrivato a Rangoon nel 2003 per proseguire i suoi studi da monaco ` unica possibilità  di istruzione ` ha potuto constatare l`atteggiamento dei militari da quando hanno preso il potere con un colpo di stato nel 1962.

«Nel tempo libero ho iniziato a studiare inglese al British council e all`American centre, e attraverso alcuni amici ho potuto vedere i video di quanto era successo nel 1988», ha raccontato Kovida, ricordando la sanguinosa repressione della rivolta per la democrazia in Birmania nell`agosto 1988, quando circa 3 mila attivisti sono stati uccisi dai militari. L`educazione politica oltre le mura del monastero ha portato presto una nuova corrente di pensiero. «Ho iniziato a chiedermi perché ci fosse una differenza così grande tra i poveri nel mio villaggio e i ricchi della città `dice`Volevo sapere perché i poveri erano così tanti malgrado le grandi risorse naturali della Birmania». Non è passato molto tempo perché il suo viaggio di inchiesta lo portasse alla risposta più ovvia: «Ho capito che la colpa era del nostro governo militare`ha aggiunto`Ero molto arrabbiato e ho sentito il dovere di fare qualcosa».