24 Febbraio 2008 Agenda & Consigli

CINEMA DI DENUNCIA: Segre dà  voce agli operai

L`incubo comincia con una telefonata. Quella che annuncia alla moglie, o alla madre, che in cantiere c`è stato un incidente. E che Salvatore – o Ahmed o Christian – è grave. Molto grave. Le prime inquadrature sono per loro. Le mogli, le madri degli operai vittime di infortuni. Poi ci sono i protagonisti, primi piani di facce stanche, tirate, logorate. Manovali che raccontano come una vita di paghe non corrisposte, di rischi, di contributi mai versati, di promesse non mantenute, di precarietà  cronica, di ricatti, di silenzi porta inevitabilmente all`incidente. È una dolente catena di volti il film di Daniele Segre “Morire di Lavoro”, film inchiesta presentato ieri alla Camera alla presenza del presidente Fausto Bertinotti. Una pellicola già  prenotata da scuole è sindacati, ma ancora in cerca di uno sbocco nei cinema o in tivù. Tanto che Pietro Folena, presidente prc della commissione Cultura, assieme al democratico Giuseppe Giulietti, chiedono al servizio pubblico di trasmetterlo «al più presto e in prima serata». Stessa richiesta da Renata Polverini, segretaria generale dell`Ugl, il sindacato vicino ad An. “Morire di lavoro” racconta la piaga intollerabile degli infortuni, focalizzando l`attenzione sul settore edile: 235 morti nel 2007, sui circa 1.300 l`anno. Il film – prodotto da I Cammelli, società  dello stesso regista, col sostegno del Piemonte Doc Film Fund e il contributo della Fillea-Cgil – si apre con il racconto delle donne. Una è Franca Mulas Sonzogni, che in quindici mesi ha perso figlio e marito. Dopo la prima tragedia aveva segnalato alla Asl che quei ponteggi erano traballanti. La Asl le ha scritto, dopo il secondo lutto, per scusarsi della mancata ispezione: non abbiamo personale. Un`altra è Agnese Aggio, che il marito ce l`ha ancora, ma in coma irreversibile. Il film racconta un`Italia apparentemente scomparsa da decenni, ma che invece esiste e soffre, sistematicamente ignorata dai mass-media e dagli operatori culturali. Qualche volta i riflettori si accendono: «Come su¬la ThyssenKrupp – dice il registra S¬gre – ma non basta a produrre quel cambiamento auspicato da tutti. Il rischio è quello di avere un altro argomento, un altro “caso” da affrontare nei talk-show e nei bar: c`è stato Cogne, Garlasco, Perugia e ora Torino». Gli operai raccontano con accenti settentrionali, meridionali, magrebini, balcanici, africani. Per chi non c`è più, una voce fuori campo. Raccontano dei 50 euro al giorno per 12 ore di lavoro. Cominciano che è ancora buio, staccano che è già  buio. Senza caschi, guanti, cinture di sicurezza. Li indossano quando si sa che è attesa l`ispezione. Quando arrivano i – rari – controlli a sorpresa, è un fuggi fuggi: «Non dovremmo scappare, loro vengono per noi. Ma se ti prendono, non ti fanno più lavorare». E poi la paga che non arriva mai: «Ogni volta devi litigare». Quando c`è l`infortunio, niente ambulanza. A casa: «All`ospedale ho detto che ero caduto attaccando la tenda». È così se vuoi continuare a lavorare. «Perché muore tanta gente? Mica siamo in guerra». Lavoro nero, un contratto, disoccupazione, ancora lavoro nero: «Quando sei vecchio hai messo assieme sì e no 20 anni di contributi. Sai quanto prendi di pensione? Niente». «Spesso sono famiglie numerose – racconta Segre – che dovrebbero perlomeno essere premiate per la capacità  di sopravvivere con i pochi soldi che guadagnano». L`unico rammarico, di fronte agli ostacoli che incontrano le opere di spessore civile, è che questo cinema non dovrebbe mai lasciare appigli a chi lo liquida come nemico dell`audience. Ma 88 minuti di soli racconti possono porgere il fianco a questo tipo di critiche.

Sinossi

“Morire di lavoro” è un film documentario che indaga la realtà  del settore delle costruzioni in Italia, protagonisti i lavoratori e i familiari di lavoratori morti sul lavoro. La trama narrativa si sviluppa attraverso i racconti e le testimonianze dei protagonisti, ripresi in primo piano, che guardano in macchina. Altro elemento espressivo sono le voci di tre attori, due italiani e un senegalese, che interpretano ciascuno il ruolo di un lavoratore morto in cantiere. Nel film si parla di incidenti mortali nei cantieri edili, dell`orgoglio del lavoro, di come si è appreso il mestiere, della sicurezza e della sua mancanza, di lavoro nero, di caporalato.


Note di regia

Un viaggio difficile e doloroso, ma necessario per testimoniare e stimolare ancora di più l`attenzione sul mondo del lavoro italiano dove ogni giorno muoiono 4 lavoratori, oltre alle centinaia e migliaia che rimangono lesi da incidenti sui luoghi di lavoro, per non parlare delle vedove e degli orfani “da lavoro”.