IL REPORTAGE: I VOLTI DELLA FAME. In Etiopia sei milioni di persone sono denutrite. Per colpa non solo delle passate carestie…

Wegen Teklu cammina piano sulla strada sterrata. Il villaggio di Fagi Gole scompare alle sue spalle, il sentiero si addentra nelle campagne profonde dell'Etiopia meridionale. La donna rallenta per sistemare meglio Calab, il figlio di pochi mesi, aggrappato alle spalle, con un grande straccio. Intorno a lei, campi coltivati, pieni di granoturco e di tef, il cereale onnipresente nella dieta etiope: "È strano. Tutto è così verde eppure per mesi i nostri bambini si sono ammalati e sono morti", racconta Wegen, che nell'ultima grande carestia, cinque anni fa, ha perso una figlia senza sapere perché. Quest'anno, quando le piogge non sono arrivate, le riserve alimentari hanno cominciato a scarseggiare e Calab ha mostrato i segni della malnutrizione, la donna non ha aspettato. Si è messa in cammino verso Fagi Gole, il più grande villaggio della zona, per cercare aiuto. Dopo alcuni giorni di ricovero in un ambulatorio di Medici senza frontiere, il bambino si è salvato. E in tutta la regione il momento critico sembra superato. Gli ambulatori allestiti nei villaggi si vanno svuotando. "Va molto meglio di un mese fa", spiega Therese Eriksson, l'infermiera di Msf: "Quando il bisogno di cibo era disperato, le donne si accalcavano al cancello". La sensazione di un'emergenza durata solo pochi mesi e ormai passata si ripete a Shashamane, la città principale della regione. Il centro allestito da Msf è silenzioso e semivuoto. "Da maggio a oggi i ricoveri sono diminuiti", racconta Tewodoros Bekele, uno dei medici: "Ormai i casi acuti sono isolati". Lentamente, i progetti per fronteggiare l'emergenza stanno chiudendo. Tuttavia, l'allarme carestia in Etiopia continua a crescere. Per mesi le agenzie delle Nazioni Unite e il governo di Addis Abeba hanno polemizzato sulle dimensioni della crisi. "La situazione è disperata", aveva dichiarato prima dell'estate Bjorn Liungqvist, direttore di Unicef in Etiopia: "Ci sono tra 50 e 100 mila bambini che rischiano di morire di fame". Il ministro della Sanità, Tewdoros Anhamon, interessato a difendere il successo economico, aveva negato: "Non c'è bisogno di agitare lo spettro della fame ogni anno". Adesso Nazioni Unite ed Etiopia sembrano aver trovato l'accordo sulle cifre: secondo uno studio congiunto reso pubblico lo scorso mese, le persone che necessitano di urgenti aiuti alimentari sono 6 milioni e 400 mila e i fondi necessari ammontano a 265 milioni di dollari americani. Il governo ha cambiato posizione, triplicando le stime precedenti. "Siamo riusciti a ispezionare molte aree che prima erano rimaste fuori dalle indagini", spiega Mitiku Kassa, vice-ministro per l'Agricoltura. E aggiunge: "Al momento la situazione è sotto controllo. Se ci sarà un buon raccolto, a dicembre le notizie saranno migliori". Sulla strada che dal Sud risale verso la capitale, come in molte altre regioni definite a rischio, il panorama lascia interdetti: fiumi e laghi sono gonfi d'acqua, nei campi le messi sono abbondanti e le mandrie non sembrano deperite. I mercati sono pieni di generi alimentari. È una strana carestia che cresce all'ombra dell'abbondanza. "Varia di zona in zona", afferma ancora il vice-ministro: "Dipende dall'impatto della natura e dalle pratiche agricole". Di fatto, le precipitazioni diminuiscono. "Le piccole piogge della scorsa primavera non ci sono state", sostiene Abiye Tilahun, un ricercatore: "Così è mancato totalmente un raccolto". Altre volte si scatenano temporali che distruggono le coltivazioni. Sono gli effetti del cambiamento climatico. Alle piogge irregolari si sono sommati gli effetti dell'aumento dei prezzi sul mercato globale: negli ultimi anni, il costo del cibo in Etiopia è salito alle stelle. Anche le vivande di base sono diventate carissime: il tef è triplicato in un anno, il granoturco è raddoppiato, il grano è aumentato della metà in pochi mesi. "L'inflazione sugli alimenti in Etiopia ha superato il 75 per cento all'anno", dichiara l'economista della Banca mondiale William Wiseman. Il dato è preoccupante, soprattutto se associato al raddoppio della popolazione etiope dalla metà degli anni '80. A chi lo accusa di non aver saputo controllare il mercato locale, il governo risponde di aver importato cibo dall'estero da rivendere a prezzi controllati. "A fine giornata, il mercato del sabato è sempre pieno", racconta Wisdom, un ristoratore di Shashamane. La gente si avvicina ai banchi, ma non può comprare: "Il cibo viene rivenduto a mediatori, che lo rimettono sul mercato a prezzi impazziti". Secondo il primo ministro etiope, la crisi arriva in una fase di spettacolare successo dell'agricoltura locale. Il settore cresce del 10 per cento all'anno e dal 2006 si è iniziato a vendere mais ai Paesi limitrofi: "La grande maggioranza dei contadini non ha mai vissuto un periodo così positivo". Ma l'Etiopia, composta per l'85 per cento di piccoli agricoltori, non è autosufficiente dal punto di vista alimentare. A detta della Banca mondiale, sebbene la produzione agricola nel suo complesso sia cresciuta, quella pro capite è andata diminuendo. Così, anche nelle annate favorevoli, 7 milioni di etiopi dipendono dagli aiuti alimentari per sopravvivere: indigenti cronici che, dopo la siccità del 2003, vengono aiutati con un programma che offre cibo e denaro in cambio di lavoro. Nonostante progetti come questo, il mondo agricolo etiope è più debole che mai. L'invio di ingenti derrate alimentari dall'estero ha peggiorato le cose e reso il Paese dipendente dagli aiuti. Nelle campagne si dà sempre meno valore alle coltivazioni locali, mentre il governo, proprietario della terra, non favorisce la meccanizzazione. "Si lavora con gli strumenti di una volta", racconta Hailu Bedasaa, un anziano contadino: "Buoi e aratri di legno. Aspettando la pioggia". Tra gli operatori umanitari impegnati sul terreno serpeggia il malcontento. Raccontano di avere la sensazione di combattere le fiamme senza affrontare le reali cause dell'incendio: "A differenza dei progetti di sviluppo, che raccolgono pochi soldi e lentamente, i progetti di emergenza aprono velocemente le tasche dei paesi donatori", racconta un responsabile delle Nazioni Unite in Etiopia. Così, centinaia di milioni di dollari vengono spesi per fronteggiare l'urgenza e poco viene investito in interventi a medio e lungo termine. "Non è una crisi di quest'anno", afferma Mafa E. Chipeta, rappresentante Fao in Etiopia: "È un problema persistente che abbiamo fallito a gestire. Gli aiuti hanno bisogno di essere ripensati". L'unica area in cui la crisi è evidente per tutti, compreso il primo ministro, è l'Ogaden, la regione a est del Paese abitata da somali. Avere dati precisi è impossibile. L'accesso è limitato a causa dell'offensiva dell'esercito contro i ribelli indipendentisti. Bisgna fidarsi della parola di Zenawi: "L'Ogaden sta ricevendo lo stesso livello di assistenza delle altre zone colpite". Wegen si è rimessa in cammino verso la sua capanna. Il figlio sta guarendo, i campi sono rigogliosi, la mietitura si avvicina: "Se il raccolto andrà bene, non dovremo vendere l'ultima capra rimasta". La vita per la famiglia di Wegen tornerà a essere quella di sempre: fatica nei campi, pasti frugali, il viaggio fino al mercato del sabato. Con un piede nel grande sviluppo agricolo e l'altro nell'emergenza carestia. di Emilio Manfredi (l'Espresso.it) - Foto di Francesco Zizola

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