MESSINA, NON SOLO MESSINA – L'ITALIA FRANA: Due ragazze romane in gita scolastica a Ventotene uccise da una parete di tufo che è crollata. E' l'ultima tragedia del dissesto idrogeologico italiano, più volte denunciato anche da "L'espresso"

Due ragazze di 13 e 14 anni sono morte durante un campo scuola sull'isola di Ventotene per il crollo di una parete di tufo nella zona di Cala Rossano. Erano con la scolaresca insieme ad altri compagni. Una delle due ragazze è morta sul colpo, l'altra è stata rianimata sul posto ma non ce l'ha fatta. Una loro compagna è rimasta ferita in modo grave ed è stata trasportata in codice rosso in elicottero a Latina, un ragazzino invece ha riportato solo contusioni a un piede. I ragazzi, tutti di una scuola media di Roma, erano a Ventotene per un "campo scuola", fra i tanti che in questo periodo vengono organizzati. Stando ad una prima ricostruzione, sembra che i ragazzi fossero in gruppo e stessero andando lungo una strada, costeggiata da un muro di contenimento di tufo, che porta al cimitero. Il crollo - improvviso - sarebbe avvenuto nei pressi di una pompa di benzina. Il problema del dissesto idrogeologico, spesso sottovalutato, riguarda tutte le regioni d'Italia. Al tema "L'espresso" ha dedicato tra l'altro l'inchiesta Disastro Italia con la mappa interattiva del disastro idrogeologico regione per regione, e altri servizi e approfondimenti che trovate nei link a destra.

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Foto: Enrico Di Giacomo x l'Espresso

MESSINA CONTINUA di RICCARDO BOCCA

Colline sbancate. Edifici in zone a rischio. Persino una chiesa sulla fiumara. L'edilizia selvaggia non si è fermata. Anche dopo le 31 vittime di ottobre

L'uomo in giaccone piomba all'improvviso nel cantiere con un gruppo di manovali e urla: "Via di qui! Basta fotografie! È violazione di domicilio! Adesso chiamo la polizia!". Cammina avanti e indietro furente, il cinquantenne che chiamano "titolare". Poi afferra il cellulare e confabula in siciliano stretto; poi ancora ordina ai suoi uomini di cacciare gli intrusi: "Cortesemente sbattiamoli fuori!", strilla un paio di volte. E gli operai stanno per obbedire, perché i curiosi non sono graditi in questo spicchio dei monti Peloritani che sovrasta Messina. Nessuno, a quanto pare, ha il diritto di verificare come su queste colline di sabbia e terra stia spuntando un'infilata di palazzine che il cartello chiama "Il grande Olimpo". Nessuno dovrebbe soffermarsi a osservare la scarpata e il suo terreno instabile, tanto debole da richiedere sostegni artificiali. Tantomeno è apprezzato, da queste parti, che si aggiunga un altro dettaglio: quello del torrente Trapani, che qui accanto smette di scorrere in superficie e s'infila sotto l'asfalto stradale in un varco di cemento armato circondato dal pattume. Una bomba d'acqua che già in passato ha causato esondazioni e un morto, e che fa ancora più paura guardando le colline sbeccate dalle frane. "L'alluvione del primo ottobre 2009 non ha insegnato niente", denuncia il capo del Genio civile messinese Gaetano Sciacca. "Non contano i 31 morti e sei dispersi di Giampilieri e villaggi vicini". Non conta neppure che pochi giorni fa, il 14 febbraio, abbiano dovuto evacuare dal borgo di San Fratello duemila persone per l'ennesima frana. "Là è successo quello che è successo senza bisogno di abusi edilizi, mentre qui massacrano la città con cantieri spericolati. Poi tutti piangono quando arrivano le disgrazie; tutti giurano di avere tutelato la nostra provincia, i suoi 257 corsi d'acqua e i 108 comuni a rischio sismico. La verità è che pochissimi stanno cercando di fermare il disastro. A quattro mesi dall'alluvione le ruspe continuano a sventrare le colline, la coscienza civile latita ed è il trionfo assoluto dell'abusivismo ambientale: quello di chi edifica seguendo le regole umane, ma non quelle imposte dalla natura". Il risultato è un collasso territoriale. L'agonia di una Messina dove ogni giorno spuntano nuove gru: "Anche nelle aree più impensabili, anche dove il buon senso suggerirebbe di evitare", dice Anna Giordano del Wwf. Per esempio nella zona dell'Annunziata, un quartiere residenziale della fascia nord cittadina. "Sopra incombe il Monte Ciccia, 609 metri di una montagna geologicamente giovane e a rischio dissesti. Sotto c'è una grande fiumara, e come non bastasse ci costruiscono dentro una chiesa". Un edificio già enorme anche se è ancora da completare. Un operaio sta riposando all'ora di pranzo nell'abitacolo della ruspa, ma quando vede il fotografo spalanca lo sportello: "Qui è tutto a posto, tutto in regola ", assicura. E avrà anche ragione. Però è impossibile confermarlo, visto che all'ingresso del cantiere non c'è il cartello con la descrizione dei lavori e della società chi li sta svolgendo. "Noi cittadini", spiega un militare che abita in zona, "partiamo da concetti semplici: ci chiediamo perché collochino una struttura imponente in corrispondenza di una fiumara, peraltro già affiancata da una palazzina. Non capiamo perché si arrivi a un simile azzardo, insomma. E soprattutto, ci domandiamo chi abbia reso edificabili posti simili". Certo è singolare che dopo il disastro di Giampilieri, e dopo la recente morte di due bambine per il cedimento di una palazzina a Favara, nell'agrigentino, si costruisca un luogo di culto in un'area tanto delicata. Anche perché, una cinquantina di metri più a sud della chiesa, tra massi sgretolati e misera vegetazione spunta un tubo nero che, a detta dei residenti, dovrebbe contenere il torrente Annunziata quando s'ingrossa. In teoria: perché in pratica il tubo ha due sezioni scollegate, e potrebbe non bastare in caso di emergenza. Il che riporta alla questione centrale: ha senso tutto questo?, chiediamo al presidente dell'Associazione costruttori messinesi Carlo Borella. È una situazione accettabile, nel 2010, per una città con 247 mila abitanti? "La nostra edilizia", risponde Borella, anche titolare dell'impresa di costruzioni De.mo.ter, "è conseguenza di un Piano regolatore approvato tanti anni fa. Inutile discolparsi o negare gli eccessi di qualche imprenditore. L'aggressione alle colline messinesi c'è e fa paura, anche perché non si è trovata un'alternativa valida". Detto questo, assicura Borella, è arrivata l'ora di cambiare atteggiamento: "Da una parte controllando con più scrupolo la qualità dei progetti, dall'altra confrontandosi attorno a un tavolo con gli ambientalisti". Quanto alla chiesa della fiumara, il presidente sostiene di non saperne niente ("Ma mi informerò", assicura). E nemmeno accenna ai pensieri che gli sta provocando Maurizio Marchetta, ex vicepresidente del Consiglio comunale di Barcellona, secondo cui Borella avrebbe "costituito un gruppo di imprenditori che fanno parte del Consiglio direttivo e stabiliscono preventivamente, a tavolino, a chi fare aggiudicare gli appalti in provincia e fuori". Frasi che altrove farebbero scalpore, mentre a Messina scivolano tra le infinite contraddizioni. Per dire: quando l'8 gennaio il capo del Genio civile Sciacca ha invocato la sospensione immediata del Piano regolatore (spiegando che "durante queste ultime settimane, in barba a qualunque motivazione etica dopo il disastro del primo ottobre, ci sono pervenute nuove richieste di pareri e autorizzazioni relativamente a imponenti complessi edilizi"), il presidente dell'Ordine degli architetti Gaetano Montalto (che è anche presidente della Commissione edilizia) ha risposto invitando a risparmiarsi "crisi di panico e patetici buonismi ambientalistici". Eppure è facile vedere quanto stia soffrendo Messina. Basta leggere cosa scrive il capo del Genio civile in un documento inviato il 14 dicembre al sindaco Giuseppe Buzzanca. Un testo dove si parla del quartiere San Lìcandro e dei lavori per un complesso residenziale con quattro corpi di fabbrica da sette piani ciascuno. Palazzi che potrebbero "modificare sensibilmente le attuali condizioni del territorio e determinare di riflesso effetti negativi sull'intera area oggetto d'intervento", dice Sciacca. Non solo: nella sua nota specifica che "i drammatici eventi alluvionali di ottobre hanno mostrato come una dissennata attività edificatoria a ridosso delle zone collinari possa produrre effetti devastanti sul territorio ". Appunto per questo, ammonisce, è fondamentale che al business si anteponga "la pubblica incolumità". Parole che, per il momento, bloccheranno il cantiere. Ma è una piccola vittoria in una guerra infinita. "Fate un giro al quartiere Montepiselli", suggerisce un operaio con trent'anni di esperienza, "guardate come le ruspe aggrediscono la collina". Ed è un buon consiglio, perché il tragitto stesso per Montepiselli è istruttivo. La strada che sale dalla centrale via Principe Umberto è parzialmente franata. E così pure il fianco del monte, dove un'imbragatura penzola fin quasi a terra. Sull'altro versante del colle, poi, la strada porta a una curva dove l'asfalto sta cedendo sul ciglio a strapiombo. "Colpa della terra rimossa per costruire le case a valle", sostengono gli ambientalisti. Gli stessi che fanno strada, in cima alla collina, fino al complesso Aralia: un elegante blocco di palazzine in via di rifinitura voluto dal costruttore Vincenzo Pergolizzi, il titolare della società E.P. srl arrestato nel 1999 con l'accusa di concorso in associazione mafiosa, assolto nel 2008 e uscito con la prescrizione dall'ipotesi di favoreggiamento della latitanza di due boss. Colpisce, in questo insieme di cemento e palerie di rinforzo, come il fianco della collina sia prossimo agli appartamenti. E ancor più impressiona, al di là delle autorizzazioni chieste e concesse, la scarpata di fronte, dove il terreno è puntellato ma l'acqua piovana continua a scivolare fino a un muretto crepato. Quanto basta, spiegano gli ambientalisti, per mostrare la fragilità d
el luogo e l'inopportunità di costruirci massicciamente sopra. Ma il discorso Aralia non termina qui, perché c'è ancora da ascoltare il resoconto fatto da più giornalisti del loro dialogo con Enrico Ricevuto, legale del costruttore Pergolizzi. "Stavamo parlando di questi sbancamenti e della loro sicurezza", racconta uno dei presenti. "Al che l'avvocato, per sottolineare la bontà dei lavori, ha detto che la relazione sul terreno è stata sottoscritta anche dal geologo Sergio Dolfin, e che i palazzi sono talmente sicuri che Dolfin stesso ha acquistato un appartamento per il figlio". Riassumendo: il geologo Dolfin, già membro della Commissione per la verifica delle valutazione d'incidenza, avrebbe firmato il via libera allo sbancamento della collina, comprando poi un appartamento nel complesso di Montepiselli. Non solo: in un'intercettazione della Procura Sergio Dolfin, parlando con l'ex assessore all'Urbanistica Antonio Catalioto, ha definito l'ambientalista Giordano "una testa di cazzo", mentre il suo interlocutore prevede che la signora "continuerà a rompere le palle...". E il perché è evidente: "Nel 2009 il Wwf si è battuto per fermare il Piano regolatore, ma ha anche presentato quattro denunce specifiche per anomalie edilizie", spiega il legale Aurora Notarianni. "Un lavoro finito prima nel registro degli atti che non costituiscono notizie di reato, e poi all'attenzione del procuratore capo Guido Lo Forte". Cosa significhi, in concreto, non si può sapere. Lo Forte non rilascia dichiarazioni ufficiali, nel suo ufficio. Ragiona però sul dopo alluvione ponendo una domanda fondamentale: "Come mai, da più parti, dicono che la popolazione messinese diminuisce mentre gli appartamenti aumentano?". Un'ipotesi, in corso di verifica, è che la malavita organizzata finanzi indirettamente le costruzioni, acquistandole poi con prestanome per riciclare il denaro sporco. Un sistema mai contrastato con troppa determinazione, secondo la Procura, e quindi impermeabile a qualsiasi alluvione. "Chi ha investito deve comunque guadagnare ", ironizza l'avvocato Notarjanni. E l'assessore in carica all'Urbanistica, Giuseppe Corvaja, conferma quanto sia complicato opporsi: "Non si tratta semplicemente di legalità o illegalità: se il piano regolatore permette di costruire in zone pericolose, gli imprenditori lo fanno e basta. Provassimo a bloccare i cantieri, verrebbero chiesti al Comune risarcimenti sontuosi". Dopodiché tutto è possibile, a Messina. Anche che sopra la strada Panoramica, a due passi dal mare, si salga per una viuzza qualsiasi e si spalanchi un groviglio di ruspe e cemento, mattoni e palazzi che crescono dietro al cartello "Victoria Park, costruendi appartamenti signorili con ampie verande e cantine". Il tutto a cura della ditta Co.Gest.Ir srl, che offre metrature da 50 a 200 metri quadri con tanto di box auto. Un complesso che sicuramente ha tutte le carte in regola, tutte le autorizzazioni a posto e tutte le cautele prese. Ma nasce in un ambiente che si commenta da solo, con una centrale elettrica della Terna vicina, la solita fiumara sotto l'asfalto e il terreno intorno che Giordano classifica come "la nota sabbia e ghiaia di Messina, adatta alle fondamenta di un edificio ma meno per i pendii, spesso instabili e propensi alle frane". Un discorso valido, a grandi linee, anche per altre zone della Messina post alluvione. A partire da quella di Conca d'Oro, vicino al quartiere Annunziata, dove sono in corso i lavori per completare le 29 aule delle scuole superiori. Una struttura, spiegano gli operai, che per un decennio è andata avanti a singhiozzo e adesso vedrà la luce. Finalmente, dicono i residenti; che sono soddisfatti ma non nascondono qualche preoccupazione. Dietro gli edifici gialli e amaranto della scuola, infatti, c'è una collina che verrà messa in sicurezza con un muro e adeguate palificazioni (garantiscono sempre gli operai). Ma ancora più in alto c'è un condominio, la cui cinta di protezione ha una crepa che non piace. "Sarà abbastanza sicura la scuola?", si chiedono i residenti. "O dovremo vivere con l'ansia per i nostri figli?". Perché la risposta sia rassicurante, e inauguri nel messinese una stagione di edilizia più ragionevole e ragionata, il vicesindaco Giovanni Ardizzone (Udc) sta battendosi per applicare il cosiddetto Piano territoriale paesaggistico, che la Soprintendenza ai beni culturali ha trasmesso il 23 dicembre. Da parte sua, il sindaco Giuseppe Buzzanca ha annunciato l'avvio dell'iter per il nuovo piano regolatore, che dovrebbe scattare dopo un anno di consultazioni. "Comunque vada a finire", riconosce Ardizzone, "i politici consegneranno alle prossime generazioni una città devastata". Un pensiero che torna quando, in una giornata di pioggia gelida, i vigili del fuoco danno il via libera per visitare il centro di Giampilieri. Qui a ottobre sono morte 19 persone, e qui oggi tra cumuli di macerie e stoviglie, giocattoli abbandonati e camere da letto sepolte dalla frana, un soccorritore racconta come recuperarono le salme una dopo l'altra, coprendole con i teli su barelle improvvisate: "Ricordo il panico dei sopravvissuti, il terrore di riconoscere sotto ai lenzuoli familiari o amici", dice. "Un dolore che i messinesi non vorrebbero vivere nella loro città, ma che lo scempio edilizio potrebbe imporci al prossimo temporale". RICCARDO BOCCA - L'ESPRESSO

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