BARCELLONA P.G. E LA COSCIENTIZZAZIONE: Oggi non si muore. A teatro per i morti di mafia della porta accanto

21 Aprile 2010 Culture

Barcellona Pozzo di Gotto - Una rappresentazione teatrale per ricordare le vittime della violenza mafiosa. Per la prima volta, non si tratta di vicende lontane ma vicine nello spazio e nel tempo. Ferite ancora aperte nella comunità. Graziella Campagna, Beppe Alfano, Adolfo Parmaliana, Attilio Manca. Ma anche i morti che nessuno ricorda mai, come Antonino Sboto, un giovane poco più che ventenne a cui furono mozzate le mani perché aveva osato rubare nella casa sbagliata. Barcellona Pozzo di Gotto, provincia di Messina. Il 21 marzo, il movimento “Città aperta” mette in scena una “(P)resa di coscienza” - questo il nome dello spettacolo – che potrebbe segnare un momento rivoluzionario della storia della città. Il teatro dell’Oratorio dei Salesiani è stracolmo per ben due giorni di fila, lunedì sera compreso, e si devono arrangiare altre sedie. Alla fine dello spettacolo, è standing ovation di fronte alla scritta che campeggia sullo schermo: “Oggi non si muore”. In onore della famosa frase di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: “I vigliacchi muoiono ogni giorno, i coraggiosi una volta sola”. In platea le famiglie delle vittime sono così celebrate. Accanto a loro siede la Procura della Repubblica di Barcellona – non tutta – rappresentata in questa storica scena dal procuratore capo Salvatore De Luca, il sostituto Michele Martorelli, Francesco Massara. C’è il presidente dell’associazione nazionale antiracket Giuseppe Scandurra. E non può mancare l’avvocato-coraggio del barcellonese, Fabio Repici, che registra: “La società di Barcellona è più avanti di quanto si pensi, è la ‘testa’ che è indietro”. È sicuramente ben lontana da quel 1993, anno in cui, dopo la morte del giornalista Alfano, la Commissione Antimafia scrisse: “In particolare, ci aveva colpito il fatto che il sindaco non avesse dichiarato il lutto cittadino”. Ma Barcellona in quelle due serate celebrava i suoi caduti, in piedi. Applaudiva commossa. Si guardava allo specchio, provando a non morire ogni giorno, assistendo a una prima assoluta. Ovvero una città di mafia, “la Corleone del XXI secolo”, che si stringe a teatro per contare i suoi morti, raccontare le loro storie. Che sono storie vicinissime – attenzione - con vicende processuali ancora in corso o da poco risolte in Cassazione. Così che il momento teatrale è dei migliori: rappresentazione del qui e ora, di se stessi. È catarsi. È teatro vero come pochi. È un episodio che dice ancor più di quel che rappresenta. Una città tanto ‘imbrigliata’ nei poteri forti da avere evitato lo scioglimento del Comune per mafia, nonostante la richiesta ufficiale del procuratore capo di Messina, Luigi Croce, al termine della relazione della Commissione nazionale antimafia, nel luglio 2006. misteriosamente arenata negli uffici del Ministero degli Interni. Avvilita da una cappa mafiosa e massonica, da intrecci e maglie che non si riesce a districare. Da un trentennio di furia mafiosa, che ha inizio con l’omicidio di Santo Messina, nel 1980, per finire con l’ultimo agguato mortale del 27 marzo dello scorso anno, quando fu ucciso il boss in ascesa Melo Mazza. In mezzo un lungo elenco di mani tagliate, corpi bruciati, vite affogate. Una città così che alza la testa e si guarda allo specchio. Anche se guardare in quello specchio non è esattamente un bel vedere, anzi. Lo spettacolo è un percorso – fin troppo didattico, ma non è il caso di fare i pignoli – che dischiude la vera realtà siciliana. “La verità non ti viene a cercare”, ripete l’attore sul palco, ed è così: non è scontato accorgersene neanche nei posti più avviliti dal fenomeno mafioso, ma la drammaturgia è intelligente, e smonta le resistenze della comunità ad accettare la realtà. Basta raccontare la storia di Graziella Campagna, per esempio. Non è vero che se stai buono, vivi tranquillo: la mafia a volte ti viene a cercare. Graziella è morta a 17 anni nel modo più casuale in cui si possa diventare vittime di mafia: trovando per caso la carta d’identità di un latitante. E non serve, non basta andare via: la storia di Attilio Manca è eloquente. Il bravo urologo, barcellonese di origine, viterbese di adozione, era l ’unico in Italia, assieme al suo maestro Gerardo Ronzoni, a sapere operare la prostata per via laparoscopica, l’unico in Sicilia. Era forse l’uomo perfetto per la prostata di Bernardo Provenzano. Fu trovato morto nella sua casa di Viterbo in circostanze misteriose e ancora da chiarire. Overdose, fu detto subito. Ma anche di Graziella Campagna era stato detto si trattasse di un delitto passionale, il caso fu addirittura archiviato in un primo momento dal gip Marcello Mondello, lo stesso condannato, anni dopo, in primo grado, a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Solo le tenaci insistenze del fratello Pietro Campagna riuscirono a far riaprire il caso e ottenere la condanna di Gerlando Alberti, definita in cassazione solo lo scorso anno, 24 anni dopo il colpo di lupara sparatole dritto in faccia. Così anche del giornalista Beppe Alfano, ucciso dalla mafia barcellonese per il suo scomodo investigare, fu detto che fosse stato ucciso per debiti di gioco, o che aveva violentato una delle sue alunne. Nella provincia babba - così viene chiamata quella messinese, ritenendola scema perché non mafiosa - le vittime restano sole, isolate dalla popolazione, ignorate dalle autorità giudiziarie. Un vuoto politico, giuridico e sociale nel quale è stato risucchiato Adolfo Parmaliana, il docente di chimica dell’Università di Messina, il ‘rompicoglioni’ per eccellenza tra i ‘babbi’, per le sue continue proteste e denunce. Morto suicida nell’ottobre del 2009, dopo aver scelto con cura il punto del viadotto autostradale da cui gettarsi per cadere fuori dal territorio d’intervento della Procura di Barcellona Pozzo di Gotto, ed evitare che l’estremo atto d’accusa fosse raccolto proprio da quella Procura. Anche lui inserito di diritto nel caleidoscopio spaventoso della rappresentazione teatrale. Ma si ascolta anche la storia di Antonino Sboto, un giovane poco più che ventenne a cui furono mozzate le mani perché aveva osato rubare nella casa di un congiunto di un boss. Insomma, c’è l’orrore allo specchio e la meglio Barcellona prova a riconoscerlo. E ad alzare la testa. Manuela Modica - Tratto da: attiliomanca.it

Care lettrici, cari lettori,
vi scrivo per chiedervi di sostenere il lavoro che quotidianamente vi offriamo, anche a costo di grandi sacrifici personali. Sostenere stampalibera.it significa infatti permettere a questa testata giornalistica, che vi accompagna da oltre 10 anni e che continuate a dimostrare di apprezzare sempre più, di crescere con il supporto di collaboratori retribuiti per migliorare la qualità della nostra informazione libera ed indipendente e di lavorare con tranquillità, coraggio e senza mai dover subire i ricatti della politica. In questi ultimi anni il sito è cresciuto molto. E non finiremo mai di ringraziarvi uno ad uno. Purtroppo però i ricavi della pubblicità, sempre di meno a causa della chiusura definitiva, cagionata dalla pandemia, di molte attività già in crisi, non sono sufficienti a coprire i costi. In un momento in cui quasi tutti i siti e i giornali si assomigliano abbiamo il dovere di fare di più con nuove storie, inchieste e notizie. Ed è anche per questo che vi chiediamo un piccolo ma importante contributo economico. Grazie.


Enrico Di Giacomo

 

 

E’ possibile sostenere stampalibera.it donando tramite bonifico al seguente IBAN: IT36P0760105138282454882455

oppure tramite PayPal cliccando su Donazione