IL LIBRO, LA RECENSIONE: Quando Matteotti fu al confino sullo Stretto. Tra il 1916 e il 1919 il soggiorno forzato gli diede spunti di conoscenza e riflessione

Grande protagonista del socialismo italiano e dell'antifascismo più battagliero e ardito, Giacomo Matteotti (1885-1924), è entrato nella storia d'Italia come martire della giustizia e della libertà, vittima del rapimento e del barbaro assassinio che il 10 giugno 1924 svelò i lati più criminali del regime fascista. Lo storico Gianpaolo Romanato, docente all'Università di Padova, traccia una biografia ricca e particolareggiata dell'uomo politico nel volume "Un italiano diverso. Giacomo Matteotti", edito da Longanesi (pp.330, euro 20), svelando gli aspetti più salienti della sua personalità: la notevole curiosità intellettuale, la spiccata predisposizione per le lingue, la passione per l'arte e per i viaggi, la forte inclinazione per gli studi giuridici e soprattutto la profonda sensibilità sociale unita all'impegno politico diretto alla difesa dei diritti delle classi più deboli. Nato e cresciuto a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, terra di disuguaglianze sociali e di aspra miseria, il giovane Giacomo, di famiglia borghese, svolse studi di diritto di livello internazionale nell'Ateneo di Bologna (si ricordano una decina di contributi scientifici, tra cui il volume "La recidiva"), effettuando viaggi nelle maggiori capitali europee che gli permisero di approfondire la comparazione degli ordinamenti penali e dei sistemi penitenziari continentali. Di vedute riformiste, credeva fortemente nel ruolo formativo dell'educazione e della scuola come strumento di riscatto sociale e culturale, avendo grande attenzione anche alla questione meridionale: «Crediamo all'utilità dell'istruzione, crediamo con l'antico greco sapiente, che sol chi conosce il bene possa operare il bene, crediamo all'istruzione capace di richiamare a più larghi orizzonti il pensiero e l'attività umana», amava dire, anticipando certe vedute di Don Milani. Il suo intenso impegno pacifista contro l'intervento italiano nella Grande Guerra lo portò a essere considerato scomodo, tanto che – a seguito del discorso contro la guerra pronunciato il 5 giugno 1916 – venne inviato al confino militare a Messina, dove – nel periodo compreso fra la metà di agosto del 1916 e il marzo 1919 – fu dislocato nelle varie batterie umbertine che presidiavano lo Stretto: Campo Inglese, Capo Rasocolmo, Divieto, Monte Campone, Monte dei Centri, Gazzi e Monte Gallo, oggi denominato Forte Cavalli, dove l'Istituto di studi storici "G.Salvemini" ha posto una targa commemorativa che ricorda il soggiorno dell'uomo politico socialista. Romanato afferma che il soggiorno forzato nella città peloritana si può considerare come «il periodo più sereno della vita di Matteotti», in quanto – nonostante le difficoltà logistiche e l'asprezza della vita militare – poteva evitare le tensioni politiche che contraddistinguevano la realtà del partito socialista di quegli anni, dedicandosi ai suoi amati studi giuridici (qui elaborò diversi saggi e uno studio sulla Cassazione), alle letture (la Vergine delle rocce di D'Annunzio e la stampa locale) e anche all'attività didattica, impartendo lezioni di latino al figlio del capitano del campo e ai colleghi soldati, procurandosi personalmente quaderni e penne. «Quando sono solo, un po' mi dimentico del vestito che porto, e i pensieri sono liberi di correre dove vogliono; cioè tra i due poli tra i quali è esclusivamente orientata tutta la mia vita; te e lo studio», scriveva alla moglie Velia (sorella del celebre baritono Titta Ruffo) nell'agosto del 1918. Il carteggio con la moglie – già riportato in uno studio curato da Stefano Caretti nel 1986 e conservato presso il Cesp di Firenze – offre un'ampia panoramica sul periodo trascorso a Messina, permettendo così un'integrazione del saggio dello studioso locale Filippo Occhino inserito nel volume di Vincenzo Caruso "Messina nella prima guerra mondiale" (Edas, Messina,2008). «Messina stasera è tutta illuminata. Anche Reggio di là è piena di luci», scrive Matteotti il 3 novembre 1918, evidenziando le suggestioni dello Stretto e delle montagne circostanti, da Antennamare, sui Monti Peloritani, che assomiglia a un paesaggio alpino, e l'Aspromonte innevato che ammira dai vetri del suo rifugio. In quell'isolamento amplificato dalla lentezza della posta, riesce a pensare al primo figlio che simpaticamente chiama Strombolicchio, freme per le nascita del secondo figlio e per le condizioni di Velia, che lo raggiunge con la madre all' Hotel Regina Elena, posto nel Villaggio Americano. «In fondo sono proprio contento di essere vissuto qualche tempo proprio in mezzo a queste popolazioni per conoscerle e apprezzarle direttamente» osserverà nel marzo 1917, facendo riferimento anche alla sua attenzione verso le condizioni della povera gente siciliana, frutto della sua vicinanza al piccolo Nicola, un bambino di sei anni lacero e scalzo, che appariva un «passerottino sperduto che cinguetta e nessuno lo sta a sentire», metafora dell'infanzia abbandonata rimasta senza ascolto. Anche grazie a questo osservazioni sociali sul campo, osserva l'autore della biografia, il lungo confino siciliano aveva permesso a Matteotti di riflettere, di soffrire, di umanizzare una militanza politica che dopo il suo ritorno avrà ben altra risonanza e forza. Sergio Di Giacomo - GDS

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