5 Maggio 2012 Mondo News

PROCESSO MORI: Di scena due ex pm. Resta senza volto l'"amico" che tradì Paolo Borsellino

PALERMO – Erano trascorsi pochi giorni dalla strage di Capaci. «Borsellino era un uomo piegato, fiaccato. Lo andammo a trovare nel suo ufficio in Procura a Palermo. Di punto in bianco ci disse: ‘un amico mi ha tradito». Il ricordo è nitido. Massimo Russo e Alessandra Camassa, “allievi” del magistrato ucciso dalla mafia, non hanno dimenticato lo sfogo del loro «maestro»: «poi si accasciò sul divano e cominciò a piangere». Nell’aula in cui si celebra il processo per favoreggiamento a Cosa nostra al generale dei carabinieri Mario Mori, i due ex pm che condivisero con il giudice assassinato l’esperienza alla Procura di Marsala, raccontano un Borsellino «inedito». Stanco, amareggiato, addolorato. Per anni hanno mantenuto il silenzio su quell’episodio. «Pensavo fosse una cosa personale, non chiesi a chi si riferiva, nè pensai di parlarne fino a quando mi è stato esplicitamente chiesto», dice Camassa. «Ritenni che parlasse di una cosa relativa a un’inchiesta», si giustifica Russo. Entrambi, comunque, vengono sollecitati dai pm del processo, Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, e dal tribunale a spiegare perchè di una vicenda tanto delicata hanno deciso di parlare soltanto nel 2009. Russo aggiunge un particolare in più: la frase sull’amico traditore seguì il racconto di una cena a Roma con ufficiali dei carabinieri. Un’associazione di idee? Un nesso tra le due cose? Russo non sa dirlo, ma ne parla ai giudizi. Come parla di un’altra amarezza del giudice ucciso: «gli chiesi come andavano le cose alla Procura di Palermo (Borsellino era da poco diventato procuratore aggiunto n.d.r.) e lui mi rispose “qui è un nido di vipere”». A lungo l’accusa cerca di sollecitare risposte su chi potesse essere il traditore e viene fuori la figura di un agente dei Servizi amico di Borsellino che, dopo la sua morte, cercò informazioni sulle inchieste svolte dal magistrato. Ma Camassa è netta nell’escludere che ad avere voltato le spalle al giudice fosse lui. «Quello a cui si riferiva Paolo – ha detto – era un amico, una persona importante, a lui vicina». Meno nitido il ricordo del terzo teste di ieri: Nicola Cristella, ispettore penitenziario che avrebbe dovuto raccontare dei rapporti tra Mori e il numero due del dap Francesco Di Maggio. Cristella per anni è stato il suo caposcorta e ai pm oltre a riferire di abituali cene del vicecapo del Dap col generale ha parlato di tentativi dell’ex ministro dc Calogero Mannino di fare pressioni su Di Maggio per allentare le maglie del 41 bis. Una testimonianza attesa quella di Cristella per ricostruire la trama della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia che, secondo la Procura, avrebbe avuto tra i protagonisti anche Mori e Mannino. Ma il teste si è contraddetto, è stato vago, tanto da mettere a dura prova la pazienza dei pm e del tribunale.