10 Maggio 2012 Mondo News

CATANZARO: Soldi del narcotraffico riciclati dalle 'ndrine anche attraverso il Superenalotto. Pagata la vincita a un fortunato scommettitore per ottenere il biglietto e incassare denaro pulito

Dove non ha potuto la curiosità popolare, sarebbe arrivata la ‘ndrangheta: identificare il vincitore di 5 milioni di euro al Superenalotto e approfittarne per fini illeciti. Correva l’anno 2003, quando alcuni presunti affiliati al clan Mancuso contattarono un uomo di Locri che a maggio centrò un bel 5+1. L’idea era ingegnosa: consegnare l’equivalente della vincita al proprietario della schedina, farsi dare il tagliando vincente e incassare poi la somma attraverso i canali “normali”. Trovata brillante per un fine illecito, che in questo caso era riciclare denaro sporco, probabile provento di attività criminali. Oggi, a distanza di 8 anni, su questa storia viene scritto un passaggio importante: la Corte di Cassazione, accogliendo le tesi sostenute sin dal primo momento dal pm Salvatore Curcio, ha legittimato la confisca definitiva della notevole somma di denaro. Curcio, sostituto procuratore alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, scoprì la vicenda nell’ambito della maxi-inchiesta “Decollo”, condotta dal Ros dei Carabinieri nei confronti di una struttura di matrice ‘ndranghetista egemone nel traffico di cocaina tra il Sud America, l’Europa, l’Africa e l’Australia. La somma è stata confiscata ad un uomo di Marina di Gioiosa Jonica (provincia di Reggio), presunto esponente della cosca Mancuso, sul quale pende ormai da anni l’accusa di riciclaggio proprio in relazione alla storia del Superenalotto. Sarebbe stato lui (è bene chiarire che la società che gestisce la lotteria è assolutamente estranea ai fatti) il “grimaldello” attraverso cui il clan avrebbe raggiunto il vincitore della lotteria e poi incassato il denaro pulito, ovviamente avvalendosi della complicità di alcuni compari. L’acquisto della schedina vincente avrebbe consentito di garantire, da un lato, la liceità della provenienza dei 5 milioni di euro e di giustificare, dall’altro, la successiva movimentazioni del denaro. Secondo le risultanze delle indagini, una parte della somma pagata per il tagliando era composta da buoni poliennali del Tesoro ed il resto da denaro contante (circa 800 mila euro) e beni immobili. Proprio in relazione agli sviluppi dell’accusa di riciclaggio sono legate le aspettative della difesa: l’eventuale assoluzione in sede dibattimentale potrebbe infatti far vacillare l’impalcatura sulla quale è stato costruita la confisca recentemente autorizzata anche dalla Corte di Cassazione. La storia dei 5 milioni di euro “ballerini” è lunga e complessa. Il primo sequestro preventivo risale addirittura al 2005 e la conseguente battaglia giudiziaria si è trascinata per anni, fino a giungere all’ultima pronuncia della Corte di Cassazione. Il denaro ipoteticamente riciclato attraverso il Superenalotto sarebbe derivante, secondo l’accusa, da un’attività di narcotraffico internazionale sull’asse Sud America-Calabria. D’altronde, è questo l’ambiente nel quale si muove la maxi-inchiesta Decollo, che attraverso varie fasi è condotta ormai da anni dal pm Curcio. Nelle scorse settimane, lo stesso sostituto procuratore ha fatto notificare ai Carabinieri gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari di “Decollo Ter” nei quali vengono ricostruire le rotte della cocaina dal Sud America all’Australia, dal Venezuela alla Spagna, passando per il porto di Gioia Tauro per arrivare fino a San Marino per le operazioni di riciclaggio. Un sottobosco di presunte complicità che ha finito per travolgere anche personaggi insospettabili, gettando al contempo un fascio di luce sul modus operandi della ‘ndrangheta nello scacchiere del narcotraffico internazionale. Alcuni degli indagati – complessivamente sono dieci – hanno chiesto di essere interrogati dopo avere ricevuto la comunicazione riguardante la conclusione delle indagini. I primi interrogatori sarebbero già stati effettuati ed a breve il pm sarà nelle condizioni d’inoltrare al gip le richieste di rinvio a giudizio. La prima inchiesta “Decollo” risale infine al 2005, quando contestualmente ad un centinaio di arresti furono sequestrati beni mobili, immobili e attività commerciali non solo in Calabria ma anche in Lombardia, Emilia Romagna, Basilicata, Campania, Lazio, Liguria, Piemonte, Sicilia e Toscana per decine di milioni di euro; parte degli atti fu poi trasmessa a Milano, considerato che alcune attività criminali si sarebbero concretizzate nel territorio lombardo. GIUSEPPE LO RE – GDS