19 Maggio 2012 Cronaca di Messina e Provincia

MESSINA: Pizzo ai commercianti: tre indagati. Avvisi di garanzia a Salvatore Centorrino, alla sorella Franca e a Giovanni Marchese

Per oltre 25 anni avrebbero taglieggiato commercianti della zona sud di Messina. Vessati da estorsioni portate avanti con regolarità: ogni mese pagamento delle somme pattuite in cambio di protezione, di un occhio di riguardo. E, a quanto pare, le vittime, nella quasi totalità dei casi, non osavano ribellarsi. A vuotare il sacco, raccontando ai carabinieri del Reparto operativo e agli investigatori della Squadra mobile decine e decine di episodi, non solo alcune delle vittime, ma anche il collaboratore di giustizia Salvatore Centorrino, 46 anni. Che, peraltro, è una delle persone raggiunte da informazione di garanzia emessa dal sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia Vito Di Giorgio. Analogo provvedimento notificato alla sorella Franca, 56 anni, e al marito della donna, Giovanni Marchese, 55 anni. Ai tre inviato contestualmente l’avviso di conclusione delle indagini. Secondo l’accusa, durante le varie fasi della sua collaborazione, Salvatore Centorrino, boss dell’omonimo clan della zona sud di Messina, ha raccontato che iniziò a compiere le estorsioni già nei primi anni Ottanta. Attività piuttosto remunerativa, tanto da estenderla a tappetto fino al 2007. Tanti coloro che si piegavano alle richieste. Nell’elenco figuravano i titolari di un mobilificio, di un’azienda vinicola, di una falegnameria, di un panificio, di un’autofficina, di un’azienda di trasporti e di un calzaturificio. A quanto pare, erano Franca Centorrino e il marito Giovanni Marchese a riscuotere le rate, effettuando una sorta di raccolta porta a porta. Si trattava di cifre non altissime, dalle 100 alle 300 mila lire, poi diventati 100 con l’introduzione della moneta unica. In linea di massima, i commercianti non battevano ciglio. Rispettavano l’accordo e corrispondevano il pizzo con regolarità. Raramente era necessario far prevalere la logica del più forte. In un’occasione il proprietario di un’autofficina si oppose e dovette intervenire direttamente Salvatore Centorrino. Il quale, andato su tutte le furie, piombò nel suo locale, tirò fuori una pistola e gliela puntò in faccia, reclamando a gran voce 50 milioni di lire. Denaro di cui il malcapitato non disponeva. Quindi, ci si mise d’accordo per la corresponsione di 6 milioni, indispensabili per continuare a lavorare senza problemi. L’episodio si sarebbe verificato nel febbraio del 1992, quando la vittima consegnò i soldi tramite altre persone che aveva contattato per sbrogliare la matassa. Dal titolare di una ditta di trasporti, avrebbe preteso in diverse circostanze tra i 6 e gli 8 milioni di lire. Trattamento differente per il proprietario di un calzaturificio: retta mensile oscillante tra le 200mila e le 250mila lire. I tre devono rispondere di estorsione aggravata al fine di agevolare l’associazione guidata dallo stesso Salvatore Centorrino. A giudizio della procura della Repubblica, il “modus operandi” era consolidato: i coniugi Franca Centorrino e Giovanni Marchese, attraverso minacce e violenze derivanti dalla caratura criminale della banda capeggiata dal quarantaseienne, avrebbero detto chiaramente che in caso di rifiuto sarebbero passati ad atti ritorsivi. Queste, in linea di massima, le tariffe applicate: al mobilificio tra 100 e 300mila lire ogni 30 giorni in una prima fase, al negozio di arredamenti 100 euro, all’azienda vinicola 150 euro, alla falegnameria 2 milioni di lire l’anno (poi divenuti 1000 euro), al panificio tra i 150 e i 200 euro mensili. RICCARDO D’ANDREA – GDS