22 Maggio 2012 Cronaca di Messina e Provincia

MESSINA: Galleria "Vittorio Emanuele III", indagini da due anni. Il magistrato: erano tutte occupazioni abusive. Sotto accusa pure la musica

I primi controlli risalgono al novembre 2010, quando ancora nella galleria “Vittorio Emanuele III” i locali erano quasi tutti in attività e c’era persino una nota e frequentatissima discoteca. Da lì in poi lo sguardo della Procura non s’è discostato dal “salotto” di piazza Antonello, fino al blitz di sabato notte ed al sequestro di tutto ciò che gli agenti della squadra Decoro della polizia municipale hanno trovato lì dentro: sedie, tavoli, ombrelloni e quant’altro. Il decreto del gip Maria Teresa Arena, dunque, accoglie solo in parte le richieste del pm, che il 4 aprile scorso aveva proposto il sequestro preventivo dei locali e degli esercizi commerciali, non solo degli oggetti «fonti immediate di illeciti contestati». Partiamo proprio da qui: i reati contestati a dodici persone vanno, a vario titolo, dall’occupazione abusiva al deturpamento e imbrattamento di cose altrui, fino al disturbo del riposo delle persone. La ricostruzione del giudice Arena parte dal decreto con cui, nel gennaio 2000, l’assessorato regionale ai Beni culturali dichiarava la Galleria sito di particolare pregio ed interesse storico-artistico ed architettonico. La Galleria, ricorda il giudice, era stata ceduta a titolo gratuito il 25 ottobre 1934 al Comune di Messina dalla Società anonima imprese edilizie, che lo aveva edificato, a condizione che il Comune assicurasse la manutenzione, l’illuminazione e la pulizia della stessa e, nel contempo, consentisse il libero accesso ai proprietari delle botteghe prospicienti. In più nel 2000 venivano imposte delle prescrizioni come il divieto di demolire, modificare, restaurare l’immobile senza le dovute autorizzazioni. Nel regolamento di condominio (tra i condomini c’è anche il Comune) era espressamente fatto «divieto di destinare i locali del caseggiato ad usi, commerci, industrie ed opifici insalubri, rumorosi ed emananti esalazioni sgradevoli e nocive nonché al funzionamento notturno che possa in qualunque modo arrecare danni, molesti ed inconvenienti ad altri utenti o di farne comunque un uso contrario alla tranquillità, alla decenza ed al buon nome del caseggiato». Ad avvalorare questo “rigore”, il regolamento comunale, che vietava e tutt’ora vieta qualsiasi occupazione temporanea mediante tavoli, sedie e gazebo all’interno della Galleria. «Una volta avvenuto il restauro – si legge nel decreto del giudice – venivano avviate delle attività commerciali le cui autorizzazioni venivano rilasciate solo ed esclusivamente con riferimento agli spazi interni alle botteghe. In realtà, sin dall’origine i titolari degli esercizi autorizzati si facevano lecito, senza essere muniti di alcuna autorizzazione, estendere abusivamente i propri locali attraverso la collocazione all’interno della galleria e dunque nello spazio pubblico, di divani, sedie, tavoli, ombrelloni, stufe e quant’altro». E quando venivano avanzate richieste di occupazione suolo al Comune, «le stesse venivano rigettate». I controlli e l’avvio dei procedimenti penali partivano, su denunce dei residenti, «a cagione delle attività di ristorazione, somministrazione di bevande, intrattenimento musicale (compresa la realizzazione di una discoteca oggi chiusa), svolte senza titolo anche all’esterno dei locali ma all’interno della Galleria, senza che alcun limite di orario fosse rispettato e senza che i cancelli della galleria venissero ad un certo orario chiusi, come era stato originariamente pattuito». Il primo decreto penale di condanna veniva emesso nell’ottobre scorso nei confronti di sette persone, «nonostante ciò non cessavano né le occupazioni né il disturbo al riposo». Dai continui controlli emergevano “presenze abusive” di transenne, sedie e tavoli, fioriere, separè, somministrazione di alimenti e bevande fuori dai locali, superamento del limite del rumore ammissibile. In un locale, ad esempio, «veniva svolta attività di somministrazione senza alcuna autorizzazione amministrativa che si svolgeva prevalentemente all’esterno, su un’area pubblica di 80 metri quadri occupata senza titolo». Un altro locale occupava 40 metri quadri con tavoli, sedie e stufe a gas «senza alcuna autorizzazione», più attività di piano bar. «Gli accertamenti svolti dalla polizia municipale – scrive il giudice – riscontravano i forti disagi lamentati dai residenti nella zona, provocati dal protrarsi sino a tarda ora delle attività degli esercizi commerciali». Il tutto è stato anche oggetto di una riunione, nel giugno 2010, all’assessorato al Patrimonio di Palazzo Zanca, in cui emergeva che «è necessario procedere con urgenza e senza indugio alla emissione di ordinanze di sgombero». Tutto questo ha indotto il giudice Arena a disporre la “tabula rasa” di sabato notte. Va detto anche – lo si legge nel decreto stesso– che nel novembre 2010 l’Associazione culturale Galleria Vittorio Emanuele III proponeva una convenzione per la gestione degli spazi interni, proposta che veniva ritenuta «non incompatibile» dai legali del Comune ma che si arenava nelle secche della burocrazia. Ed è su questo che oggi, a Galleria “vuota”, andrebbe aperto il dibattito. Sebastiano Caspanello – GDS