24 Maggio 2012 Cronaca di Messina e Provincia

MESSINA: L'omicidio di Marchese. Il pm: ergastolo a Barbera. «Dichiarazioni dei pentiti chiare e coincidenti»

Ergastolo. È questa la pesante richiesta di condanna che ieri mattina al termine della sua lunga requisitoria ha formalizzato davanti alla corte d’assise il sostituto della Dda Vito Di Giorgio. Richiesta d’ergastolo per il boss emergente Gaetano Barbera, accusato d’aver ucciso Stefano Marchese, che fu giustiziato a 27 anni sul viale Annunziata il 18 febbraio del 2005, prima con quattro colpi di pistola al corpo, sparati alle spalle mentre cercava di mettersi in salvo, e poi con altri su una tempia e al centro della fronte. Il pm Di Giorgio ha sottolineato tra l’altro come ci si trovi di fronte ad una storia di mafia che si fonda sulle dichiarazioni dei collaboranti Salvatore Centorrino e Nunzio Bruschetta, un processo dove gli elementi d’accusa sono proprio le loro dichiarazioni, considerate dalla Procura “sovrapponibili” e “coincidenti” per quanto riguarda sia la causale sia l’individuazione del Barbera quale autore materiale del fatto di sangue. Sia Centorrino sia Bruschetta – ha proseguito ieri il pm Di Giorgio -, sono “fonte diretta” in quanto hanno ricevuto le confidenze dallo stesso Barbera, durante la detenzione: Bruschetta per esempio, ha riferito con dovizia di particolari le modalità esecutive, di come Barbera inseguì Marchese sparandogli alle spalle, e poi dopo che la vittima stramazzò fece ancora fuoco dopo essersi sollevato la visiera del casco, dicendo a Marchese “guardia chi ti sparando”. Il padre di Marchese, Tommaso, s’è costituto parte civile in questo processo ed è rappresentato dall’avvocato Pancrazio Calabrese, mentre Barbera è assistito dall’avvocato Salvatore Silvestro, che il 20 giugno sosterrà le sue considerazioni difensive. Secondo il collaborante Bruschetta l’emergente Barbera avrebbe deciso d’eliminare Marchese per infliggere un durissimo colpo al gruppo criminale di Giostra, che all’epoca vedeva al vertice Giuseppe Minardi, e di cui Stefano Marchese era fraterno amico. Secondo quanto ha ricostruito la Squadra Mobile, appena rimesso in libertà nei primi mesi del 2005, Barbera intendeva affermarsi nel territorio di Giostra ma senza passare per accordi con i vertici del clan. Venuto a conoscenza delle sue iniziative, Minardi, che si trovava in carcere, gli avrebbe fatto recapitare una lettera: abbandonare questi tentativi e farsi da parte. A quel punto la ferma determinazione di Barbera si sarebbe trasformata in un piano feroce. Avrebbe individuato in Stefano Marchese, a sua volta uscito dal carcere da poco, l’uomo da colpire per piegare Minardi.(n.a.)