#GALLERY# – Il blog di Enzo Cardile: L’UMILTA’ DI UN NUMERO 10. BEPPE CATALANO SI RACCONTA. Scoglio, Ciccio Curro’ e l’amore, il M5S, il Liverpool…

16 Marzo 2017 Culture

Oggi vi racconto di un vero numero dieci.
Se nasci in una città che si chiama Potenza, e sbocci calcisticamente nella Valle dei Templi, dove il mito greco ancora è presente anche nel campi di calcio; se la tua squadra su chiama Akragas e gioca in uno stadio che si chiama Esseneto, l’agrakantino che vinse quattro volte la gara di corsa ad Olimpia, tanto da rientrare nella valle dei Templi attorniato ed acclamato dagli stessi dei; allora, probabilmente, il tuo destino è segnato, diventerai inevitabilmente un mito.
Per cui se capita di recarsi a Messina, ad Agrigento o a Potenza, e passeggiando nelle vie del centro od entrando in un bar cittadino, si chiede a qualsiasi tifoso romantico che abbia superato la trentina, chi è il suo numero 10 del cuore, ti risponderà certamente solo con un nome: Peppe Catalano!
Spiegare il perché, è cosa semplice.
Peppe Catalano, tifoso del Liverpool in senso assoluto, tanto da avervi spedito due dei tre figli a studiare, nasce a Potenza da una “umile famiglia dove i sacrifici erano enormi e venivano inculcati i veri valori per la vita”, al punto di essere per me, egli stesso, l’emblema del 10 calcistico, il dieci umile.
Nel campo da calcio, esprimeva passione e voglia del gioco nella sua essenza più pura, non pensando al mestiere del calciatore come uno stress, ma piuttosto come una fortuna; giocava sempre con e per passione, indifferentemente allo stesso modo, indossando le scarpette sempre con la stessa grinta, carattere e serietà, sia nei campi polverosi di periferia, sia in quelli ricchi della serie A.
Un dieci umile perché il dieci “deve essere uno come Baggio, come Del Piero, che hanno incarnato tutto, professionalità, umiltà, grandezza…. grandi calciatori e grandi uomini, che sono d’esempio anche per i giovani”.
Quella voglia, quella passione, la vedevamo tutti nel modo in cui teneva incollato il pallone al piede, quasi per coccolarlo, per accudirlo, magari in un fazzoletto di campo nei pressi della bandierina del corner, negli ultimi scampoli di gara, per fare melina; oppure quando lo lanciava millimetricamente sul secondo palo, mettendolo sulla testa di Nicolò Napoli, piuttosto, che su quella di Diodicibus o Schillaci, o sul piede di Caccia o quello di Mossini, il tutto per far felice il suo generale, Franco Scoglio, meticoloso come non mai nello studio delle ormai famose “palle inattive”. “Noi provavamo delle ore queste cose qui, non cinque o dieci minuti…. delle volte non ce la facevi più a provare ore ed ore calci d’angolo, calci di punizione, una rottura di palleeeee” racconta, “però poi quando la domenica ti riuscivano, era una grande soddisfazione, come quella volta in casa con la Lazio, quando ha segnato Mossini: io ho calciato una palla rasoterra, hanno fatto una finta e poi Mossini di piede ha segnato… Qualsiasi altra squadra avrebbe tirato direttamente in porta.. una cosa fantastica.. una soddisfazione unica…”.
A detta sua, il “’Potere’ era Scoglio, faceva tutto Lui”. Era il Generale e guidava totalmente lo spogliatoio, perché “era una grande uomo prima di essere un grande mister… decisamente un precursore dei tempi per tecniche di allenamento applicate”, sicuramente paragonabile ad un Mourinho dei nostri tempi e questo, sia per idee, che per temperamento. Lui faceva il parafulmine e “riusciva a far rendere al massimo i propri giocatori, tanto che alcuni di essi, i più giovani, arrivarono persino al Milan o alla Juve, e in Nazionale, anche perché gli altri erano già avanti con gli anni”.
Un allenatore che ha pagato sulla sua persona, col suo essere “burbero ed irruento” e col suo “carattere estroverso”, il mancato approdo alle panchine più gloriose della serie A, dove ricercavano in quegli anni solo allenatori “silenziosi, bravi, educati, vestiti per bene”, anziché professori di calcio, limitandosi così a sedere su panchine meno blasonate ma di tutto rispetto, e ciò per essere poco formale, “ruspante”, mettendo la tuta di professore Isef, piuttosto che la giacca di kashmir dei direttori tecnici.
Preso dal turbine delle emozioni e dei ricordi, Beppe fa una veronica delle sue e dribbla gli ultimi trent’anni, raccontando, “quei magnifici quattro anni a Messina”, città che gli è rimasta nel cuore perché “come ho vissuto lì, non ho vissuto in nessuna parte del mondo” , e di quel cerchio magico che si era creato, perché “eravamo un tutt’uno e tutti remavano in un senso dal presidente ai tifosi, da Ciccio Currò all’ultimo dei magazzinieri, c’era una unità di intenti che non si mai più verificata in nessuna parte d’Italia”.
“Lo spogliatoio era la vera forza delle squadra” ed entrarci era un tabù, perché lì che nasceva il cosiddetto cerchio magico. “A volte, soprattutto dopo le sconfitte, c’erano dei bisticci e degli attriti, si discuteva animatamente”, ma fuori dallo spogliatoio, sul rettangolo di gioco, tutti erano uniti per la vittoria, anche perché c’erano dei leader che guidavano i giovani; tra essi, uno silenzioso, che era Bellopede, suo grande amico con cui ancora si vede, ed altri più estroversi, come Repetto o Franco Caccia: “da loro c’era solo da apprendere perche erano uomini veri, che volevano il bene della squadra, non parlavano mai a vanvera”.
Di gol lui a Messina ne fece una quarantina, mai banali. Tra essi, come non citare la serpentina nel sei a zero a Monopoli, con l’indimenticabile telecronaca del compianto Mino Licordari ma io, me ne porto nel cuore uno, visto dalla Gradinata, che mi piacque per forza, astuzia e capacità realizzativa, cioè il gol del due a uno al Taranto: “Li è stata una mia invenzione, era l’ultimo minuto, e tutte le squadre aspettavano che tu mettevi la palla in mezzo, e allora io vidi che la barriera era molto lontana, ed ho avuto l’intuito… ora mi faccio dare la palla ed arrivo subito in area di rigore, faccio un dribbling, una finta e, o mi buttano a terra fanno il calcio di rigore, oppure poi vediamo quello che succede: allora sono passato in mezzo alla barriera, sono arrivato dritto in area di rigore, ho fatto una finta col destro, sono rientrato sul sinistro, quello ha abboccato, e non c’era più niente da fare, così ho tirato di sinistro e la palla è passata in una selva di gambe ed è andata dall’altro lato. Là una gioia incredibile, l’esultanza di tutti dalla panchina, è stata una cosa impressionate”… avete parole?
Dopo quell’esultanza, per i tifosi messinesi la scalata alla serie A era sempre più vicina, ma poi si ruppe qualcosa ed il sogno divenne una chimera. In quelle maledette giornate finali, il Messina stentò, ma cosa successe veramente? “Te lo dico io, senza peli sulla lingua, tutti dicevano ‘se la son venduta, non volevano andare…!’, purtroppo sono chiacchiere che si devono accettare, perché il tifoso sfoga la sua rabbia in alcune dichiarazioni che forse manco pensa, però noi abbiamo pagato la lontananza di Scoglio in quell’ultimo mese perchè faceva il supercorso a Coverciano ed andava in Russia per fare gli stage, altrimenti non gli davano il patentino per allenare in serie A, e lui andava il lunedì e tornava il venerdì… la settimana ci allenavamo con il secondo e quindi abbiamo pagato questa cosa qui…. Per noi era una grande opportunità… se fossimo andati quell’anno in seria A col Messina… che sarebbe successo… la fine del mondo… Noi ci volevamo andare più di ogni altro. Non ho mai avuto dubbi, io avrei pagato…. Figurati che Massimino, nella sua tirchieria o parsimonia ci avrebbe dato un miliardo da dividere fra noi…. E tu pensa nel 1985 quanti soldi erano… ma non ci saremmo andati anche senza soldi”.
“Massimino era un tipo incredibile” al punto che “litigavamo soltanto un giorno l’anno, quando doveva fare il contratto e parlare di soldi, perché io gliene chiedevo assai e lui me ne voleva dare sempre di meno… dopo quel giorno lì, era il numero uno perché non ci litigavo maiiii”. Lui era così, scaramantico al punto da buttare il sale nella porta prima della partita e da indossare, ogni sacra domenica, “sempre la cravatta rossa indipendentemente dal colore della giacca che aveva che non ci stava per niente”, il tutto per il suo Messina.
L’ultimo pensiero va al fulcro dello spogliatoio degli anni ‘80: “Filippo Ricciardi e Ciccio Currò … come loro non ce ne… sono state delle persone fantastiche, non solo negli anni ’80, ma sempre, fin quando sono rimasti a Messina e nel Messina, sino alla morte, avvenuta per Ciccio al Celeste, dove andava ogni pomeriggio sino al suo ultimo respiro. Su Ciccio ci sono degli aneddoti incredibili… Lui diceva che faceva l’amore quando solo quando il Messina vinceva… allora gli dicevamo noi, che in questi quattro anni l’aveva fatto tante volte, perche vincevamo sempre, mentre prima si era riposato…. Fantastico, una persona veramente unica”.
Catalano, dopo aver chiuso felice la sua carriera ad Agrigento, ha allenato per un anno anche gli Allievi Nazionali del Messina, ai tempi di Franza, quando allenava Oddo, che aveva talmente stima di lui, da far giocare la partitella del giovedì della prima squadra contro i suoi allievi, cercando di metterli sempre in difficoltà, facendogli cambiare sempre modulo. Oddo voleva portarlo con lui nel suo staff l’anno successivo, ma non se ne fece nulla, perchè andò via da Messina nelle ultime giornate di campionato.
Lui e il Messina presero così, ancora una volta, strade diverse: il Messina arrivò finalmente in serie A, sino a quando “Franza non si fece fregare da qualcuno molto grosso a livello nazionale…”, mentre Catalano, tornò nella sua Agrigento, ritrovando subito la quotidianità accanto ai suoi cari e cercando di inculcare i suoi valori ai bambini della sua scuola calcio.
Qui oggi ai bambini insegna i propri valori, la vita prima che il calcio, spiegando ai genitori che se loro “portano i bambini da lui per farli diventare grandi calciatori o grandi campioni, è meglio che li portino da un’altra parte, perché i bambini devono socializzare, fare sport, crescere come bambini in mezzo ad altri bambini, poi, se Dio vuole, perché c’e sempre un signore lassù che vede e provvede, poi si vedrà… questi genitori sono la rovina di questi bambini, perché pensano di avere già i Maradona, Baggio, i Pelè, già a sette anni, otto anni, sbagliano, perché non è così….”. Come per magia torna il dieci umile, che prima di insegnare loro a vincere, insegna l’arte della sconfitta: “Io, quando vedo giocare i miei ragazzi, spero sempre che perdano, perché devono imparare la cultura della sconfitta prima e poi pian piano andranno avanti. La cultura della sconfitta è quella che io cerco di insegnare, perché è quella più difficile….”.
Ma la sua forza, la sua umiltà, il suo coraggio oggi lui li mette anche nella vita di tutti i giorni dove, pur non avendo un impegno politico attivo nel Movimento Cinque Stelle, ne sposa gli ideali, “perché quando vedo quelle schifezza che fanno i partiti adesso che rubano, che mangiano e che non pensano alla gente che non sa come arrivare a fine mese, mi viene una rabbia dentro da andare a fare la rivoluzione da solo… c’è troppa povertà, troppa gente che sta male… quelli che stanno bene non fanno niente per cercare di cambiare questa situazione, e questa è la cosa che mi da fastidio” .
Lui, il 10 umile, sempre dalla parte degli ultimi, del popolo, della gente comune, al punto che “da contratto Massimino ogni volta che giocavamo in casa doveva darmi 10 biglietti, perché avevo tantissimi amici, ma non glieli davo a quelli che potevano pagare, ma cercavo di aiutare quelli che non potevano permetterselo, quelli che non potevano pagare l’ingresso al campo…”, conclude dicendo “un bacione a tutta Messina, vi porto nel cuore, e Forza Messina! sempre….”.