Credit Suisse, la Gdf chiede i nomi dei titolari di 9.953 conti: valgono 6,6 miliardi

20 Luglio 2017 Inchieste/Giudiziaria

La Guardia di Finanza ha chiesto alle autorità fiscali della Svizzera di conoscere i beneficiari italiani titolari di 9.953 posizioni finanziare accese presso il gruppo bancario elvetico Credit Suisse. Si tratta di conti per un importo complessivo di oltre 6,6 miliardi di euro. L'iniziativa delle Fiamme Gialle rappresenta l'ultimo sviluppo di un'indagine senza precedenti partita nel 2014 con un'ispezione fiscale nella sede di Milano del Credit Suisse e decollata nel marzo del 2016 con l'iscrizione nel registro degli indagati della procura di Milano della casa madre del gruppo bancario, il Credit Suisse AG di Zurigo.

Al termine dell'attività di analisi svolta con l'Agenzia delle Entrate, le indagini hanno consentito di identificare, fino ad ora, i titolari di 3.297 posizioni - contenute in elenchi acquisiti nel corso delle indagini - la maggior parte dei quali già destinatari di contestazioni degli uffici finanziari conclusesi con la riscossione – anche per effetto dell'adesione alla prima procedura di voluntary disclosure – di circa 173 milioni per imposte, sanzioni e interessi.

Al vaglio degli uomini del Nucleo di polizia tributaria della Gdf di Milano, comandati dal colonnello Vito Giordano, erano finiti 13mila presunti evasori fiscali clienti della banca svizzera (la filiale italiana del Credit Suisse non è coinvolta nelle indagini), sui conti dei quali erano depositati 14 miliardi di euro portati all'estero anche grazie a finte polizze assicurative. Era la prima volta che un grande gruppo bancario estero veniva messo direttamente sotto accusa in Italia. L'indagine aperta dalla procura di Milano era stata coordinata dall'attuale procuratore della Repubblica, Francesco Greco, e dai sostituti procuratori Gaetano Ruta e Antonio Pastore.

Le finte polizza vita
Gli investigatori della Gdf e gli uomini del Nucleo per la consulenza all'autorità giudiziaria della Banca d'Italia coordinato da Nicola Mainieri avevano scoperto che buona parte dei 14 miliardi depositati all'estero erano stati dirottati in polizze vita definite dagli investigatori “ di copertura”. Si trattava di circa 8 miliardi di euro investiti da quattromila italiani in polizze unit linked del Credit Suisse Life & Pension Aktiengesellschaft (Cslp). Il meccanismo utilizzato era semplice. I gestori del Credit Suisse facevano sottoscrivere ai clienti italiani le polizze che venivano vendute attraverso due società domiciliate in Liechtenstein e alle Bermuda. Le due società poi - secondo le risultanze delle indagini - retrocedevano tutte le somme al Credit Suisse ed era la banca svizzera a occuparsi della gestione totale dei fondi.

Analizzando le migliaia di email rintracciate nei server del Credit Suisse, gli investigatori avevano scoperto che le polizze sarebbero state un sistema per far rientrare soldi non dichiarati dall'estero. Insomma, finti strumenti finanziari.

Le polizze, infatti, prevedono una serie di condizioni che il cliente deve sottoscrivere, come per esempio l'impossibilità di recedere dal contratto (e riottenere così la disponibilità dei fondi) per un certo periodo di tempo e l'impossibilità di decidere in che modo investire la somma vincolata nella polizza. Ma nel caso del Credit Suisse queste condizioni non venivano rispettate, almeno secondo quanto emerso dal materiale sequestrato. I clienti potevano interrompere la polizza senza pagare commissioni o con commissioni circa quattro volte più basse della media del mercato.

I fondi investiti nelle polizze vita, inoltre, rimanevano nella disponibilità dei clienti della banca. Le cifre immobilizzate dai singoli clienti nelle unit linked erano di solito superiori ai 5 milioni di euro. Un'altra anomalia emersa dalle indagini era che non erano previste riserve in caso di morte. Ai sottoscrittori, inoltre, venivano concessi anche degli anticipi su pegni. Questi elementi avevano fatto accendere più di un campanello d'allarme.

Il decalogo anti-indagini
Un altro aspetto emerso nel corso delle indagini riguardava una sorta di manuale in 20 punti ritrovato nel materiale sequestrato. Il documento elencava gli accorgimenti che i gestori della banca dovevano osservare per evitare di destare i sospetti delle autorità fiscali e giudiziarie quando incontravano i clienti. Il “decalogo” consigliava ai banchieri in visita in Italia di non dormire nello stesso hotel per più giorni, di non portare con sé tablet e personal computer, di azzerare la rubrica del cellulare e di andare all'estero facendo finta di partecipare a eventi culturali, sportivi o turistici. Regole efficaci per mimetizzarsi e non rivelare la loro attività.

 

Lo scorso 30 novembre il Fisco italiano aveva incassato la maxisanzione di 101,5 milioni di euro versata dal Credit Suisse Ag per chiudere il contenzioso con l'Agenzia delle Entrate in seguito all'inchiesta dei magistrati di Milano. Altri 8,5 milioni erano stati versati dall'istituto elvetico per chiudere il patteggiamento con la procura per riciclaggio. Lo scorso settembre anche la procura di Lugano aveva indagato sul Credit Suisse AG ipotizzando la violazione del segreto bancario, lo spionaggio economico, la violazione dell'obbligo di discrezione e del segreto commerciale. L'inchiesta del ministero pubblico del Canton Ticino era scattata in seguito alle denunce penali presentate da quattro clienti della banca coinvolti nell'indagine della procura di Milano.

L'Agenzia delle Entrate, infatti, aveva avviato accertamenti fiscali anche su contribuenti italiani che non avevano mai avuto rapporti con la sede italiana del Credit Suisse ma solo con la filiale di Zurigo. Un accorgimento utilizzato proprio perché i clienti italiani volevano nascondere soldi non dichiarati al Fisco. Ma anche quei nomi – non si sa come - erano finiti negli elenchi scoperti dalla Guardia di finanza.

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