Un ricordo di Filippo, cronista di razza tra cronaca e sport

23 Settembre 2017 Culture

Di Sergio Di Giacomo - I suoi racconti - quelli che Filippo ti faceva per strada, quando lo incontravi al solito bar, sotto casa, sul Viale - erano momenti di “svelamento” di quel giornalismo di una volta, il giornalismo di razza che viveva di passione e competenza, di notizie di nera scovate nella notte buia della città, nelle cronache di “giudiziaria” scavate nei tribunali, nelle inchieste sulla criminalità, di cui fu un autentico pioniere: cronista “di strada” erede del grande Stelio Vitale Modica, compagno di strada di quel Lino Bitto scomparso troppo presto, come troppo presto se ne è andato l’altro collega Francesco Cucinotta, di tanti colleghi come Lino Amendolia (anche lui cronista di razza, tra cronaca e sport), di Nuccio Anselmo, giornalisti che - sulla scia del modello de “L’Ora”- con le loro inchieste hanno svelato i lati nascosti della città. Un cronista che riempiva di dubbi le tante certezze dei delitti di quegli e questi anni (il caso del collega Beppe Alfano lo tormentava continuamente…), perché amava il dubbio, come ogni giornalista che conosce pregi e limiti della professione. Filippo nasce però con lo sport, con le prime tv private, con la RTP pionieristica di Mino Licordari e Orazio Raffa, con le prime telecronache del Messina degli anni’70 (fatte con strumenti rudimentali), del Messina mitico di Scoglio, di cui segue- insieme a Lino Amendolia - passo passo gli entusiasmi, fino alla seria A di Mutti-Sullo, quella della rinascita e della successiva caduta miserevole. Rideva sempre delle ultime vicende del Messina, e delle tante, troppe assurdità del calcio-finanza di oggi, che commentava con gli amici per strada, giocando con gli sguardi persi e le parole antiche e nuove, di chi ha vissuto tanto guardando il mondo e le sue tante assurdità e le tante sorprendenti realtà. Giornalismo a più volti e livelli (tra tv e scrittura), cronaca, il suo vissuto profondo, sempre velato di quell’umorismo sarcastico che lo contraddiceva, forse per smorzare e stemperare quel mondo che era costretto a guardare e raccontare, con serietà, la serietà di chi sapeva che il Giornalismo è una missione, un “bene comune” da salvaguardare ogni giorno.

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